giovedì 7 dicembre 2017
Il tenore azero: «Vent’anni fa ero a Milano per studiare, arrivato da Baku con i miei sogni. Lavoravo per pagarmi le lezioni di canto. Oggi sono in scena nel giorno più importante per la musica
Yusif Eyvazov: «Da cameriere alla prima della Scala con Andrea Chénier»

«Dire che sono nervoso e ho paura è dire poco». Yusif Eyvazov non nasconde la tensione della vigilia. È lui il protagonista dell’Andrea Chénier di Umberto Giordano opera che, con la bacchetta di Riccardo Chailly e la regia di Mario Martone, inaugura stasera la nuova stagione del Teatro alla Scala. «Debutto sul palco del Piermarini e per di più lo faccio il 7 dicembre con un’opera amatissima, che manca da Milano da trentadue anni». Il tenore azero, atteso al varco dal pubblico nelle tre grandi arie che Giordano affida a Chénier, però sorride. «Vent’anni fa ero a Milano per studiare, arrivato da Baku in Azerbaijan con il mio carico di sogni. Facevo il cameriere per pagarmi le lezioni di canto con Franco Corelli. Oggi sono in scena, nel giorno più importante per la musica in Italia e nel mondo». Per questo la responsabilità l’avverte. Ma Eyvazov, nato nel 1977 in Turchia dove il padre era stato mandato ad insegnare nell’ambito di scambi scientifici, non si pente di aver detto sì a Chailly e al sovrintendente Alexander Pereira. «Due anni fa mi hanno offerto il ruolo: ho fatto un’audizione nella quale ho cantato una decina di arie. Ma inizialmente avevo rifiutato la parte».

Oggi, però,Yusif Eyvazov, il suo nome è in locandina. Cosa l’ha convinta?

«Nella vita non sono il tipo che si tira indietro di fronte alle difficoltà. Mi sono detto: ci sono passati in tanti, perché non io? Nel frattempo ho debuttato nel ruolo a Praga, una sorta di prova generale per prendere confidenza con il personaggio. Certo, sono consapevole che, dopo la svolta arrivata con la Manon Lescaut di Roma del 2014 con Riccardo Muti, cantare alla Scala Andrea Chénier è il punto più difficile della mia carriera: mi gioco tutto. Non so come andrà a finire, ma sono contento di questa scelta».

Si riferisce a possibili contestazioni da parte del pubblico che alla Scala, specie nei piani alti del teatro, si sente depositario della tradizione e quindi pronto a giudicare?

«Conosco il loggione, l’ho frequentato a lungo quando studiavo a Milano e già da spettatore capivo che questo è un teatro molto difficile. Ma è anche giusto che sia così: qui c’è la storia. E un pubblico esigente spinge noi artisti a dare il meglio. Per questo il mio compito è di concentrarmi sul mio personaggio, portando in scena tutto quello che abbiamo costruito nei mesi di prove. Sarà come superare un esame, il più importante della mia carriera. E sono sicuro che dopo il 7 dicembre non mi farà paura più nulla».

Quando avete iniziato a lavorare?

«Con il maestro Chailly già a maggio. Ci siamo visti regolarmente per lavorare sul personaggio. Alla prima prova mi sono presentato con la parte studiata, avendo in testa la mia versione della logica musicale del personaggio. Lui, però, l’ha completamente demolita e ricostruita creando un’altra visione che ora è diventata totalmente mia: lo porterò con me per tutta la vita».

Che Chénier ne è uscito?

«Un personaggio che rispecchia la sua natura di poeta, un uomo d’animo nobile che odia la società ricca e superficiale e va a morire per le sue idee. Un personaggio attuale per gli ideali di libertà che incarna, specie in un mondo dove le rivoluzioni e le guerre non sono mai finite. Due anime che occorre tenere insieme anche sul fronte musicale, coniugando la natura drammatica con quella lirica. Penso al cambio tra terzo e quarto atto, che facciamo senza intervallo, dove nel giro di tre minuti passo da Sì fui soldato a Come un bel dì di maggio».

Chailly ha chiesto al pubblico di non applaudire dopo le arie.

«All’inizio ero perplesso, ma ora questa scelta mi convince perché è un segno di rispetto verso Giordano che ha pensato l’opera come un flusso musicale continuo. Funziona anche grazie all’idea della piattaforma girevole scelta da Martone per passare rapidamente da una scena all’altra con un respiro cinematografico».

Sul palco con lei ci sarà sua moglie Anna Netrebko, nei panni di Maddalena.

«Anna ha un cuore grande come la sua arte. Con lei il 4 gennaio andremo a Casa Verdi a cantare per gli ospiti. Averla accanto in scena è importante: i baci che ci diamo sono veri. Chénier, Manrico del Trovatore, Radames di Aida sono i personaggi che sento più vicini a me, sono invece lontano da Nemorino de L’elisir d’amore o dal Duca di Mantova del Rigoletto , sebbene all’inizio della mia carriera me li abbiano fatti cantare insieme a Mozart. Sentivo, però, che non era la mia vocalità, faticavo ad arrivare in fondo. Allora piangevo e mi facevo prendere dallo sconforto. Poi ho trovato il mio repertorio. So di avere una voce difficile, ma ci ho lavorato a lungo e continuo a farlo quotidianamente perché lo studio per un cantante non è mai finito».

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