venerdì 13 febbraio 2015
​Il caso Boldini è un po’ come certi suoi quadri che sembrano gesticolare, smaniare, vorticare – qualcuno all’epoca scrisse anche “piroettare” –, venirti contro ovvero tirarti dentro, ma se tieni strette le redini dello sguardo ti accorgi quasi subito che in quel “movimento” c’è il trucco, che tutto in realtà è fermo. L’ironia della sorte, per noi che abbiamo sempre un po’ di sospetto per tutto ciò che è impressionismo di riporto (sarà perché per essere veri impressionisti bisogna essere anche un po’ cartesiani, e non c’è nessuno più cartesiano di un francese e meno di un italiano), è quella biografia scritta all’indomani della morte del pittore dalla giovane moglie, la giornalista Emilia Cardona (che lo sposò sulla soglia dei novant’anni), il cui titolo in francese è Vie de Jean Boldini.
 
Che i francesi pronunciano Boldinì, con l’accento finale. È lo stesso suono caricaturale che francesizza tutto ciò che non è francese: Picasso diventa Picassò, che non so mai se al malaguegno potesse sembrare come l’eco di un titolo nobiliare o una latente presa per i fondelli (quelli del torero, beninteso). Comunque sia, Monsieur Boldinì, Jean, pittore ferrarese, di origini modeste, ma non proprio misere, frequentatore dei toscani della macchia e poi saltatore di fosso in quel di Parigi per i bagliori della modernità.
 
Il caso Boldini, dicevo, è tutt’altro che chiaro o chiarito. Lo prova, se ce ne fosse ancora bisogno, il gran movimento di mani avanti nei saggi che accompagnano la mostra apertasi in pompa magna a Forlì due settimane fa. Antonio Paolucci in una intervista televisiva ha celebrato il genio pittorico di Boldini, che ha reso grande nel mondo l’immagine dell’Italia. Alta moda e made in Italy.
 
Lo stesso Paolucci, nella presentazione che apre il catalogo (edito da Silvana) cita anche alcuni dei più clamorosi dissensi che la critica ha espresso, ancor vivo Boldini, ma anche dopo, su cui svetta il giudizio di Soffici (che per altri versi insinua, con generosa assoluzione, recondite rivalse più o meno sociali nel figlio di gente umile che col suo sfarzo sopra le righe fa ironia corrosiva sui ricchi), il quale Soffici appunto scrisse: «Non è né un creatore, né un poeta, si può persino dubitare che sia un pittore».
 
Che fosse un sublime pasticciere di stoffe caramellate e viande glacé, in omaggio al tanto amato Bernini, lui sì sublime e diabolico farcitore di carni meringate e panne montate?
 
Ma quel rifiuto trigenico – creatore-poeta-pittore – del Soffici mi fa tornare in mente un celebre verso del Marino nell’Adone in onore del Caravaggio: «Creator più che pittore». Perché è qui il nocciolo del problema, e Boldini si scopre quando pensa di poter sfidare a duello l’agente segreto Diego Rodríguez de Silva y Velázquez (tale era, è noto, durante i suoi anni romani lo spagnolo), e questa idea gli passa per la capa, come si suol dire, dopo il viaggio a Madrid nel 1889 in compagnia di Degas. L’aveva già notato il conte Ojetti all’inizio del 1931, definendo l’incontro con lo spagnolo «la vera conversione» di Boldini.
Chi è stato al Prado e si è inginocchiato almeno una volta al cospetto delle stoffe dipinte da Velázquez può capirlo; rialzandosi si sarà trovato a pensare che per un pelo è sfuggito ai serpenti incantatori del grande spagnolo. Non c’è forse pittore più grande nella storia della pittura, ma appunto, pittore, mentre Michelangelo da Caravaggio è creatore più che pittore, cioè un artista che, anche quando gli manca tutta la maestria che servirebbe per salire sul podio delle meraviglie, ecco che scarta di lato, come il cavallo, e salta l’ostacolo planando sul podio con insospettata nonchalance; è quel che si dice, sprezzatura, il non-so-che, bravura che non cerca l’effetto ma la sostanza e va dritto a segno.
 
Boldini resterà sempre, spiace per i suoi adoratori, un pittore dell’effetto, uno che sa di essere bravo, pittoricamente parlando, ma gli manca il cuore. Anche Fernando Mazzocca, che con Francesca Dini cura la rassegna boldiniana, gioca con le mani avanti, tanto che a vedere tutte questo gesticolare saggistico ci si sente un po’ a disagio: ma come, il genio suscita dubbi negli stessi mentori e stenta a essere riconosciuto? Non lo fu in vita come avrebbe desiderato (ma fu di successo e ben pagato), forse non lo è nemmeno oggi, riconosciuto, ma piace. Francesco Netti nel 1877 metteva in guardia da una pittura gradita ai borghesi alla moda, che in quei dipinti si ritrovavano e si specchiavano negli arabeschi pittorici di stoffe che pure indossavano. Cacofonia estetica per palati grand gourmet? Palazzeschi nel 1931 inspilla impietosamente la larva di Boldini: «Spiritualmente vuoto e della cui superficialità egli ebbe il torto di dimostrarsi pago».
 
A proposito di signore e signori, Paolucci cita i presunti complimenti di Bernard Berenson giovane, che vede nel ferrarese «impulsive doti di pittore e anche un certo pepe satirico», dico presunti perché è risaputa la perfidia berensoniana di fare elogi pieni di sottintesi: aveva infatti anche scritto delle signore dell’alta società che sembrano dipinte da Boldini come sotto «un vetro traslucente», anime segregate nell’artificio che celebra la loro seduzione. E Mazzocca, che pure ne elogia il talento pittorico – ma: triste apogeo dell’Ottocento italiano? Del resto, sbagliando, e di grosso, Gertrude Stein scrisse di Boldini: «Sarà considerato il più grande pittore del secolo scorso».
 
Corre un brivido al pensiero che dobbiamo alla Stein alcune delle più lucide analisi sul “colorista” Picasso, si sarà mica sbagliata anche qui? No, qui no – Mazzocca usa espressioni che, anche e contrario, suonano di cattivo gusto e offrono una spia di pensieri non confessabili del tutto: una pittura «apparentemente prostituita al mestiere», «pittura da prestigiatore e da seduttore», c’è persino una perfida attualizzazione del gergo, ma senza la finezza berensoniana del dire-non dire: «fantasiosa action painting». Eh? Se poi si pensa che queste cose corrono accanto ad affermazioni sullo sperimentalismo di Boldini, è evidente che si tratta di comicità involontaria per salvare ciò che si condanna da solo senza aspettarsi impietose eutanasie.
 
La verità è che – per fare la debita proporzione fra il gigante e il nano – il cinismo di Boldini non è la cattiveria di Degas; il cinismo di Boldini era piuttosto il contrappunto della vanità: ci vuole cuore anche per essere cattivi, pietas non è buonismo. Basta a capirlo la prima sala, con la sfilza di autoritratti di Boldini che danno l’impressione di uno che si dipingeva per vedere se era fotogenico, e accanto il ritratto che gli fa Degas: quanta verità psicologica nel ruvido Edgar, quanta bellezza profonda. Per il resto non c’è molto da aggiungere: mostra a effetto, dove le parole del sottotitolo – spettacolo e modernità – dicono già tutto quel che c’è da dire; mostra grande, rutilante, muscolosa, dove anche i confronti sono pensati per “assolvere” il protagonista (perché un Goya e non un Velázquez coi fiocchi che avrebbe svelato il vero termine di paragone e la vanità del ferrarese?). Così Boldini continua a non piacermi.
 
Forlì, Musei di San Domenico
Boldini
Lo spettacolo della modernità
Fino al 14 giugno
 
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