martedì 2 febbraio 2021
Parla il cantautore napoletano: «Nel 1981 con “Ancora” esordiva a Sanremo: «Non mi si vede in tv? Perché mi crea disagio. La mia vita e il mio essere si esprimono solo in concerto»
Eduardo De Crescenzo

Eduardo De Crescenzo - Russo

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Era notte alta, e quell’omino piccolo, ma già da tempo un gigante della musica, non era sveglio: seduto in un angolo della hall dell’albergo sanremese dormiva. Ma quando vide rientrare quel ragazzo napoletano, riccioluto, con gli occhialoni neri e il baffo infreddolito, si svegliò, si alzò ritto in piedi e abbracciandolo gli disse: «Bravò!». Quel piccolo grande uomo era Charles Aznavour, e il ragazzo in questione era l’allora trentenne Eduardo De Crescenzo. Festival di Sanremo 1981, vince Alice con Per Elisa di Battiato ma la canzone che rimarrà per sempre impressa nelle orecchie e le memorie nazionalpopolari è Ancora dell’esordiente De Crescenzo.

Riflettori puntati su quel ragazzo schivo, nato nella zona della Ferrovia, a Napoli, 70 anni fa, l’8 febbraio 1951. Bimbo prodigio che con la fisarmonica «portata dalla Befana» si esibisce per la prima volta in pubblico al concorso nazionale delle scuole materne al Teatro Argentina di Roma. Poi la lunga gavetta al Piano Bar di Susy («la prima palestra in cui imparavi a fare questo mestiere del musicista, oggi non esiste più...») fino ad arrivare sul palco dell’Ariston.

Momenti di gloria, vissuti in balia delle onde emotive dell’Eduardo di allora.

«Mi sentivo un pesce fuor d’acqua e non fu affatto facile per la Ricordi farmi arrivare fino a Sanremo. Venivo da una serie di rifiuti e di porte chiuse che però non avevano fiaccato la mia passione. Con Claudio Mattone, che aveva creduto in me fin dal ’77, e Franco Migliacci, una volta al Festival la prendemmo a ridere. Loro due avevano prodotto quel mio primo album dell’81 in un momento creativo assai florido per tutta la musica italiana. E noi eravamo tutti molto felici di lavorare insieme. Ed è questa la sensazione più bella che porto con me di quel Festival: la fusione perfetta dell’impegno e del gioco che di colpo cancellavano anche le amarezze precedenti».

Poi sale sul palco e attacca: «È notte alta e sono sveglio, sei sempre tu il mio chiodo fisso...». Attacco memorabile che fa di Ancora una rara hit senza tempo, tradotta in francese dallo stesso Aznavour e interpretata da Mireille Mathieu.

«Ancora non fu affatto riconosciuta subito dallo show-business imperante: la trovavano una canzone difficile, con quel finale altissimo tutto improvvisato e jazzato, non canticchiabile sotto la doccia... Poi è diventata un successo esplosivo, orfano di qualunque imposizione di mercato, decretato 'a furor di popolo', si direbbe».

Dopo quel Festival, il suo nome entra nel circolo esclusivo dei cantautori italiani, Mina incide Ancora e colleziona altri cinque Sanremo. Ma si ferma al Festival del ’91, canta E la musica va. E in pratica, con la sua musica esce definitivamente dal piccolo schermo.

«La televisione non è un mezzo particolarmente vocato alla musica, piuttosto alla sua rappresentazione. Da almeno vent’anni, questa naturale negazione si è progressivamente accentuata fino a diventare una forma di intrattenimento troppo distante dal mio concetto di musica. È una gara continua: di ballo, di cucina, di sopravvivenza, di opinionisti improbabili, di intimità svelate che, semmai fossero vere, ognuno farebbe bene a tenere per sé. Mi crea disagio. Non avrei difficoltà se mi chiedessero di fare quello che il pubblico si aspetta da me, ma questo nella tv odierna dubito che possa accadere...»

Accade però che da allora comunque la sua musica viaggia da un genere all’altro, senza limiti né confini.

«La musica, per me, non è mai stata un 'genere' ma piuttosto un 'linguaggio' di cui il musicista si serve per comunicare. Ho sempre sofferto le etichette musicali e più ancora i preconcetti culturali che le accompagnano. Trovo Mozart meravigliosamente 'pop' mentre alcuni jazzisti 'classici' sono noiosissimi nei loro esercizi di abilità senz’anima. A un certo punto, io stesso ho voluto dare una etichetta al mio modo di fare musica e ho deciso per 'essenze jazz'».

Etichetta da musicista perennemente indipendente.

«Insieme alla melodia, vorrei evidenziare la composizione estemporanea che è tipica del jazz e che da sempre è parte del mio canto. Magari, in futuro, ne troverò un’altra per dire: sono Eduardo, sono napoletano, ho studiato musica classica...»

Nella sua creatività quanto hanno inciso le radici napoletane?

«Nascere musicista a Napoli dona un bagaglio importante. Penso a quel miracolo creativo che accadde a inizio del ’900 quando musicisti e poeti raffinati inventarono la 'forma canzone' così come la pratichiamo ai giorni nostri. Attraverso le loro opere riuscirono a diffondere una 'cultura del sentimento' che ancora oggi identifica nel mondo gli aspetti nobili del popolo napoletano».

Questo è il solco in cui si muove la sua poetica musicale.

«Provo affinità elettive con l’interpretazione sublime di Gennaro Pasquariello e di Francesco Albanese. Poi ascoltando Ray Charles ho scoperto che la voce può suonare su altre scale musicali che la musica classica ha trovato sbagliate e aberranti fino a qualche anno fa. Io suono, compongo e canto il tempo in cui vivo perché ho avuto la fortuna di nascere con la musica in testa e una voce che ubbidisce alle sue necessità. Sono quindi classico, jazz e anche pop perché un pubblico molto vasto mi percepisce e mi riconosce nelle sue emozioni».

Un pubblico che arriva fino ai ragazzi del 2021 che anche tra i banchi di scuola cantano la sua canzone Le mani. Alcuni docenti usano addirittura il testo come didattica per spiegare l’identità e il senso di appartenenza.

«Me lo hanno detto e ne sono orgoglioso. Ricevo molti messaggi in tal senso e questo mi conferma che la musica arriva a tutti, in virtù di quel linguaggio universale che non conosce steccati».

La sua musica che da sempre «tende la mano», ha anche una funzione solidale come dimostrano i tanti progetti sociali che ha portato avanti, in silenzio, in tutti questi anni.

«Quella di occuparmi degli altri, è una spinta che cominciai ad avvertire in modo più sensibile nel ’94. Tenni un concerto nel carcere di Poggioreale che si trova a poche centinaia di metri dalla casa paterna, dove ho vissuto fino a quando avevo quasi trent’anni. Ho sempre guardato quel mostro di cemento con timore e malinconia perché ci avevo visto finire tanti ragazzi del quartiere con cui avevo condiviso l’infanzia e l’adolescenza...»

Se Claudio Mattone è stato l’incontro fondamentale nel suo percorso artistico, chi ha segnato invece quella sua forza spirituale che si riscontra in molte canzoni che ha scritto?

«Ho avuto la fortuna di conoscere don Elvio Damoli, un uomo di grande spessore culturale e spirituale. Filosofo, teologo, don Elvio è stato cappellano di Poggioreale, direttore della Caritas italiana e tanto altro. Ma, più di tutto, ha saputo donare rispetto, dignità e accoglienza agli ultimi. Purtroppo è venuto a mancare proprio la scorsa settimana. Insieme abbiamo intrapreso molte iniziative nel sociale, pubbliche e private. Mi mancherà molto l’amico, quel rapporto di totale fiducia reciproca, raro e prezioso, che ti fa sentire che l’altro per te ci sarà sempre, che sarà sempre dalla tua parte».

In questo tempo sospeso, quanto le manca il non poter suonare per il suo pubblico?

«Moltissimo. Negli anni il concerto è diventato la mia forma eletta di espressività, direi di vita. Finora ho rifiutato ogni proposta di esibirmi in streaming senza pubblico in sala. È difficile spiegare a chi non suona quanto un’esecuzione live sia alimentata dal respiro dell’ascoltatore presente fisicamente. Questa pandemia è spaventosa, ci infligge amputazioni terribili al sentimento, ci toglie il calore di una stretta di mani, la bellezza rassicurante di un sorriso, la sorpresa di un incontro inaspettato… Mi auguro davvero ogni giorno che sapremo essere collaborativi, solidali e coesi per liberarci al più presto di questa mostruosità che ci impedisce di vivere, anche quando abbiamo la fortuna di non ammalarci».

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