sabato 9 maggio 2015

Apre il primo museo italiano dedicato all’arte organaria. E’ a Crema (Cremona), città che questa tradizione culla ininterrottamente da quasi 2 secoli. Nel cui territorio diocesano lavorano ancor oggi - secondo una concentrazione territoriale che non ha eguali - 4 botteghe di settore: 2 che assemblano gli organi (Tamburini e Bonizzi-Inzoli), altrettante che ne realizzano le canne (Scotti e Denti). E nel cui comune esiste l’unica scuola in Italia che rilascia il titolo di “Tecnico del restauro di organi a canne”. 

Senza contare che strumenti cremaschi risuonano un po’ ovunque: dalla basilica di San Pietro in Vaticano all’auditorium di Città del Messico, dal duomo di Milano alla basilica di El Qubeibeh di Emmaus. E senza dimenticare che “il principe degli organisti”, Vincenzo Petrali, nacque sempre nella cittadina lombarda. Era il 1830.
CremaEd ecco l’idea. Se Cremona è la patria di Stradivari, di Amati, di Guarneri del Gesù, e ha saputo consacrare la sua vocazione liutaria con un’opera di sicuro richiamo internazionale (il Museo del violino, inaugurato nel settembre 2013), perché non valorizzare anche il secondo centro della provincia con la tradizione che le è propria? Il Comune di Crema ha iniziato ad accarezzare l’ipotesi nel 2010. Poi sono arrivati anche i fondi. E, oggi, quanto viene consegnato alla città vuole essere solo l’inizio di una nuova politica culturale e turistica: una risorsa da mettere in rete con tante altre, per il territorio un affaccio sulla scena nazionale e internazionale. Tecnicamente, i 2 locali dedicati all’organo compongono la nuova “Sezione di arte organaria” del Museo civico. Entri, muovi qualche passo, e una gigantesca canna ti sbarra la strada: è copiata dal grande strumento del duomo di Cremona, e poco distante vedi i rulli lignei (quelli veri) che han trasformato zinco e stagno in una nota grave e solenne. Quella emessa dal mastodontico cilindro, una volta che l’aria solletica la “lingua” al suo interno.

 Roba da vecchi, si pensa spesso quando il discorso cade su queste macchine musicali. Ma non certo al museo di Crema. Nella stanza d’ingresso, sulla sinistra, il pezzo forte dell’esposizione è una novità senza precedenti. Una realizzazione multimediale, per la quale nemmeno esisteva un nome. I suoi inventori, i tecnici dello Studio Base2, l’han chiamata “organologomatico”. Letteralmente significa “strumento automatico che parla dell’organo”, ma la definizione gli rende giustizia solo se il verbo “parlare” viene inteso nel senso più ampio possibile. Perché sì, quel marchingegno parla “fisicamente” (diversi video spiegano le differenze tra organista e organaro, illustrano le canne e la meccanica dello strumento, rievocano la vita di Petrali…) ma il suo valore aggiunto è l’interfaccia con il visitatore.

L’ “organologomatico” Per capirci: vedendolo da lontano, sembra un vecchio jukebox con qualche canna d’organo sulla sinistra (alcune sono a forma di tromba). Poi ti avvicini, e vedi che tastiera e pedaliera son quelle del re degli strumenti. Ad altezza di sguardo campeggia un video, appena sopra un’altra tastiera (stavolta multimediale) modello pianoforte. Sulla sinistra, a portata di mano, i “registri”: quei pomelli che negli organi veri inseriscono e disinseriscono i vari timbri di suono, e che nell’installazione cremasca attivano e disattivano i vari contenuti multimediali. Registri, ma anche note e accordi. Già. Perché per scoprire i più importanti organi al mondo e tutti quelli della diocesi di Crema, mappati nell’”organologomatico”, bisogna comporre sulla tastiera diverse consonanze musicali. Insomma: note che fai, organo che scegli. E con lo stesso meccanismo funziona pure l’ascolto di brani celebri. Poi è naturale: più uno se la cava con la tastiera, più gli è facile familiarizzare con l’aggeggio (che può essere usato anche come normale organo elettronico a un solo registro).

E’ difficile staccarsi da quel giocattolo: a star per lui dispenserebbe contenuti per ore senza ripetersi, ma il tempo è poco e la sezione museale non propriamente lillipuziana. Sulla parete opposta all’ingresso, una teca raccoglie le glorie di Giovanni Tamburini e Pacifico Inzoli. Medaglie, targhe, foto di antiche opere: tutto lì dà lustro ai capostipiti dell’arte organaria cremasca. E i tradizionali pannelli da parete, appesi poco sopra, sembrano voler bilanciare il futurismo dell’ “organologomatico”.
Un mantice manuale, oggi in disuso Ed ecco poi la seconda stanza: l’idea è quella di una bottega organara, e le installazioni la concretizzano. Ci sono i crogiuoli di fusione, i rulli attorno a cui zinco e stagno roventi diventano canne sonanti, i tavolacci stretti e lunghi su cui ciò avviene. Ancora: il vecchio meccanismo manuale (ora sostituito da un ventilatore elettrico) che pompava l’aria nei mantici, il somiere su cui venivano appoggiate le canne per l’intonazione…e poi ci sono anche canne di legno. Quadrate. Quelle che nelle chiese e nelle sale da concerto non si vedono quasi mai: relegate nelle retrovie dello strumento, lontane dallo sfavillio metallico delle luminose facciate. Eppure fanno le note più gravi, sono un segno distintivo dello strumento, danno quell’immagine di pienezza che la liturgia latina ha sempre interpretato come un pallido riflesso del canto celeste. Ora, tutto ciò, a Crema unisce passato e presente, religione e cultura, dimensione locale e respiro internazionale. Nel segno della musica, linguaggio che non conosce frontiere.
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