domenica 5 novembre 2017
Il direttore musicale del teatro milanese apre con i russi la nuova stagione, ma già guarda alla prima italiana del “Requiem per Rossini” e all’“Andrea Chénier” del 7 dicembre
Chailly: «La mia Scala reale»

Sul leggio ha Chante funèbre e Petruška di Igor Stravinskij e la Seconda sinfonia di Petr Il’Ic Cajkovskij. Perché domani sera Riccardo Chailly inaugura la nuova stagione della Filarmonica della Scala «con un programma tutto dedicato alla musica popolare russa». In camerino, invece, c’è la partitura della Messa per Rossini che Giuseppe Verdi e altri dodici colleghi scrissero nel 1869 in memoria del compositore di Pesaro. Pagina che non fu mai eseguita: ritenuta perduta, fu ritrovata nel 1986 e proposta in Germania nel 1988 da Helmut Rilling. Da venerdì il direttore d’orchestra milanese la porterà alla Scala in prima italiana «in apertura delle celebrazioni per i 150 anni dalla scomparsa del musicista ». Aperto sul pianoforte, poi, lo spartito dell’Andrea Chénier di Umberto Giordano, opera sul poeta decapitato dalla Rivoluzione francese che il 7 dicembre inaugurerà la nuova stagione scaligera: Mario Martone in regia, protagonisti Yusif Eyvazov, Anna Netrebko e Luca Salsi. «Una partitura impegnativa, talvolta sottovalutata nella sua complessità, spesso snobbata forse per ingiusta mancanza di conoscenza» dice il direttore musicale del Teatro alla Scala, parlando per la prima volta dell’atteso titolo «che manca da Milano dal 1985, quando lo diressi con José Carreras. Nuova tappa – racconta Chailly – di un progetto che nel lavoro quotidiano mi vede impegnato tanto sul fronte lirico che su quello sinfonico, percorsi paralleli, ma che si fondono per creare un’identità musicale dell’orchestra ».

Con un’opera italiana come quella di Giordano, che debuttò proprio a Milano nel 1986, sembra un lavoro facile, maestro Chailly.
«Certo, anche se la responsabilità è forse ancora maggiore perché Andrea Chénier è un’opera milanese, amatissima da sempre dal pubblico. Manca da troppo tempo. E anche per questo l’abbiamo scelta, per sottolineare il grande valore che rappresenta per la storia scaligera».

Più complesso può apparire il discorso per quel che riguarda il repertorio sinfonico.
«Negli ultimi tre anni ho scelto percorsi tematici, proponendo ai musicisti un lavoro progressivo di avvicinamento allo stile di un autore. Abbiamo iniziato con Schumann, abbiamo proseguito con Brahms e Beethoven, e abbiamo affrontato Sostakovic autore che trovo particolarmente affine allo stile e al suono della Filarmonica. Quest’anno tocca a Cajkovskij: dopo la Seconda dirigerò a gennaio la Quarta, mentre la Quinta e la Sesta saranno affidate ai russi Yuri Temirkanov e Valery Gergiev».

Per l’inaugurazione di domani della stagione della Filarmonica ha scelto un programma tutto russo.
«Stravinskij che nei suoi concerti, prima della sua musica, dirigeva proprio o la Prima o la Seconda di Cajkovskij. Nel programma c’è un filo rosso che è quello della musica popolare. Nella Seconda la melodia di origine ucraina diventa quasi un’ossessione, musica affidata al corno così come avviene nelChante funèbre, pagina del 1909 ritrovata, però, solo due anni fa a San Pietroburgo. Petruška, poi, è il trionfo della musica popolare russa, musica da ballo e circense nella quale Stravinskij mette un’assoluta modernità».

Quali le ricadute del percorso sinfonico nel lavoro sull’opera?
«Occorre portare nella lirica la chiarezza e la capacità sinfonica di eseguire tutto ciò che è scritto in partitura, tanto più che autori come Verdi o Puccini trattano l’orchestra con un linguaggio sinfonico. Lo fa anche Giordano in Andrea Chénier, una partitura che impegna dall’inizio alla fine l’orchestra».

Solitamente, invece, si pensa ad Andrea Chénier come ad un’opera per grandi voci.
«Penso che oggi occorra concepire il canto in un modo forse atipico rispetto a quella che è l’abitudine all’ascolto che abbiamo, occorre tornare un po’ al passato. Quando ero ragazzo a Chicago ho conosciuto Maria Caniglia e mi ricordava Beniamino Gigli, con il quale incise Andrea Chénier, come un esempio di come fosse necessario riconsiderare il verismo per trovare un nuovo modo di concepire il canto di quest’epoca. Stiamo lavorando con il cast per trovare una sintesi tra canto moderno, canto contemporaneo e stile legato alla storica tradizione esecutiva verista».

Una lettura che riserverà sorprese come la Madama Butterfly dello scorso anno nella versione originale di Puccini?

«In Chénier ho scoperto che ci sono due tagli voluti da Giordano per snellire la conclusione dei due duetti. Li rispettiamo senza riaprirli. La partitura è perfetta, uno dei punti più alti del verismo italiano. Non sarebbe stato possibile altrimenti che Mahler ne dirigesse sei recite all’Opera di Amburgo prima di proporre la stessa cosa, ma senza successo per ragioni economiche legate all’allestimento, alla Staatsoper di Vienna».

Come sarà l’allestimento milanese? Mario Martone è reduce in teatro da La morte di Danton, testo di Büchner sulla Rivoluzione francese: sarà quella la cifra stilistica?
«Nel lavoro con il regista napoletano siamo partiti proprio da quello spettacolo. Raccontiamo inevitabilmente un fatto storico portando in scena l’immaginario collettivo sulla Rivoluzione. Ma stiamo anche cercando di rinnovare quella che è la proposta visiva riportando quel periodo ad una componente estetica più essenziale, più asciutta, quasi traducendolo attraverso la memoria e i giusti estetici di oggi».

Anche perché quelli della lotta per la libertà, del sacrifico della vita sono temi più che mai attuali.
«La modernità di Giordano oltre che nei temi sta nel linguaggio musicale e nella scrittura sinfonica. La ragione per cui quest’opera è amata non è solo la bellezza delle sue melodie così popolari, ma dalla scrittura sinfonica. L’opera ha nevrotismi, scatti continui nell’accompagnamento sinfonico, commenta continuamente l’azione e il dramma».

Tra il concerto di domani e il 7 dicembre l’aspetta la Messa per Rossini.
«Quando ho iniziato il mio mandato come direttore musicale del Teatro alla Scala ho detto di voler valorizzare gli autori italiani. Nella Messa per Rossini, partitura di oltre cento minuti, ci sono pagine di tredici nostri compositori. Il Requiem e il Kyrie culminano in una doppia fuga e dimostrano come la musica sacra fosse studiata e parte naturale di una cultura musicale nazionale. Il Lacrymosa ricorda Palestrina e Bach. E c’è il Libera me, Domine che Verdi userà per il suo Requiem. Tutti i numeri poi sono meditazioni sul significato della vita e della morte».

La musica sacra è una costante del suo percorso.
«La musica sacra è inevitabile per un musicista. Se poi uno crede, il coinvolgimento è ancora maggiore. Per me è necessaria, va al di là della razionalità. È un fatto spirituale, una necessità di avvicinamento ad un ideale di pensiero sacro».

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