venerdì 12 gennaio 2018
Cinquant’anni fa, ai Giochi invernali di Grenoble, il “Rosso Volante” già quarantenne sfatava anche la maledizione olimpica vincendo il titolo sia nella prova a due che in quella a quattro
Eugenio Monti, l'ultima leggenda del bob

Erano quattro amici in bob. Cinquant’anni fa. Per entrare nella leggenda. E rimarginare una ferita. Grenoble, Olimpiadi invernali del 1968. I Giochi della grandeur della Francia di De Gaulle, i Giochi delle prime volte, storiche, per la spedizione azzurra: Franco Nones gela gli scandinavi e i russi e fa suo l’oro nella 30 km di fondo; Erica Lechner trionfa - prima donna italiana nella storia a cinque cerchi - nello slittino femminile. Ma manca un oro, ancora, il più desiderato e inseguito: quello che dal 1956 sfugge a Eugenio Monti, il “Rosso Volante” (come l’aveva chiamato Gianni Brera), il mito del bob mondiale. Il più forte di tutti, a detta di compagni e avversari, pluricampione iridato, ma mai olimpico. Fino a quei giorni di febbraio, a Grenoble, 50 anni fa. Stregati, i cinque cerchi, per Monti. Discesista sublime, nel dicembre 1951 rimane vittima di una banale caduta in allenamento. Il responso è una sentenza: due ginocchia saltate, niente più sci, niente Olimpiadi di Oslo nel 1952. La discesa libera la vince il suo grande amico e rivale, Zeno Colò, che quasi se ne scusa, in una lettera aperta allo stesso Monti pubblicata da La Gazzetta dello Sport: «Mancavi solo tu, e il tracciato era perfetto per te. Il bob nasce quindi come ripiego, per trasformarsi poi in passione. In meno di un quadriennio Monti diventa fenomenale pilota, tanto da presentarsi ai Giochi di casa, quelli di Cortina 1956, già con i favori del pronostico. Ma sulla pista più amata, le sue volate si fermano a un passo dall’oro: nel bob a due è secondo, insieme a Renzo Alverà, alle spalle dell’altra coppia azzurra Dalla Costa - Conti; e piazza d’onore anche nel bob a quattro (sempre con Alverà, Ulrico Gerardi e Renato Mocellini), dietro all’equipaggio di Svizzera-1. Quattro anni dopo una beffa ancora più amara, perché a Squaw Valley il bob neanche sarà presente, causa la decisione degli organizzatori di non costruire un costoso impianto per una disciplina considerata di scarso interesse. Monti sublimerà il dispiacere conquistando quell’anno, sempre con Alverà, il suo quarto titolo mondiale (a fine carriera saranno nove). A 36 anni, i Giochi di Innsbruck del 1964 sembrano l’ultima occasione, ma qui, l’oro sfugge ancora, non invece il plauso della comunità sportiva internazionale per quel bullone che Monti presta, al termine della prima manche, al pilota britannico Tony Nash e al suo frenatore Dillon. Altrimenti i due non avrebbero potuto continuare la gara, che per di più vinsero proprio davanti agli equipaggi azzurri di Zardini e dello stesso Monti, terzo: «Nash e Dixon sono stati bravi, hanno meritato di vincere. Il bullone? Se non glielo avessi dato io, glielo avrebbe dato qualcun altro», si schernirà il cortinese, premiato dal Cio col riconoscimento al fair play intitolato a De Coubertin.

I quattro bobbisti azzurri vittoriosi nel ’68. Da sinistra: De Paolis, Monti, Armano e Zandonella

I quattro bobbisti azzurri vittoriosi nel ’68. Da sinistra: De Paolis, Monti, Armano e Zandonella

Quarantenne, Monti arriva a Grenoble, per quella che già sa, in cuor suo, essere l’ultima possibilità di arrivare al titolo olimpico. A completare l’equipaggio del bob a due è il 27enne Luciano De Paolis, romano, dell’ Aeronautica Militare. «Era l’ 11 febbraio 1968. Alpe d’ Huez. Coppi l’ aveva conquistata nel ’ 52. Io, invece, ero davanti a un tabù», ricordava lo stesso cortinese. Dopo le prime due manche, Monti è in testa, e tiene a distanza il tedesco Floth, il romeno Panturu, proprio il britannico Nash. Fa caldo, troppo caldo. Lo scirocco e la pioggia martellano l’Alpe d’Huez, qualcuno vorrebbe che le medaglie fossero assegnate in basse alla classifica già acquisita, ma il primo a opporsi all’idea è proprio Monti: «La medaglia la voglio, ma a gara finita».

Alla fine, dopo mille discussioni, si decide: le ultime due manche - rinviate di tre giorni rispetto al programma previsto - partiranno all’alba, alle ore 5. Nella terza, i tedeschi Floth e Bader sono impeccabili. Tocca agli italiani, Monti sembra volare come il solito, ma alla curva 11 uno schizzo di neve gli va sugli occhiali, offuscandone la vista; seguono tre sbavature, che si concretizzano in 10 centesimi di ritardo nel tempo totale. Eccola, la maledizione che ritorna. «Capivo che l’ oro ci stava scivolando dalle mani - scriverà il Rosso Volante - . Poi siamo scesi bene nella quarta prova, segnando 1’ 10'05, record dei Giochi, ma i tedeschi erano ancora in vantaggio ai 1000 metri. La pista ne misurava 1500. Mi sono visto perduto. Alla fine, invece, hanno segnato 1’ 10'15. Ero in cabina con Sandro Ciotti, che mi ha detto: “Guarda che siete pari”. Gli ho risposto: “Divideremo la medaglia in due”. La somma dei tempi dava 4’ 41'54, per noi e loro. Poi, Cesare Bonvini, il segretario federale, mi ha detto sicuro: “Hai vinto tu. Conta la discesa più veloce”». Stesso tempo al centesimo, ma il regolamento, appunto, attribuisce la vittoria agli azzurri, autori della discesa più veloce in assoluto. Il tabù è finalmente infranto: Eugenio Monti, il bobbista più forte di ogni tempo, è ora (anche) campione olimpico.

Il bis, senza colpi di scena stavolta, arriverà pochi giorni dopo, sabato 17 febbraio, nella trionfale prova del bob a quattro, nella quale a Monti e De Paolis si aggiungeranno Mario Armano, 22enne di Alessandria, di professione contabile, e Roberto Zandonella, cadorino di 24 anni, meccanico. Monti così completava la sua doppietta d’oro, sfatando la maledizione olimpica. Altri fantasmi continueranno a perseguitarlo nella vita privata: il divorzio dalla moglie americana, la morte di un figlio tossicodipendente, il Parkinson che lo colpirà in vecchiaia. Tormenti di una vita cui lo stesso porrà termine, il 1 dicembre 2003, sparandosi un colpo di pistola alla testa nel garage della sua abitazione a Cortina. A farne sopravvivere il mito, rimane ancora oggi il ricordo dei compagni di allora, in quei giorni straordinari e incredibili a Grenoble. «Era meticoloso fino all’inverosimile - sottolinea Zandonella -: disseminava il percorso di suoi fidati osservatori, e poi lo studiava personalmente ripercorrendolo più volte a piedi. Della pista dell’Alpe d’Huez conoscevamo ogni centimetro quadrato».

«L’errore alla curva 11 nella prova a due? Colpa dei francesi - racconta De Paolis - che chiudevano le buche nel ghiaccio causate dal caldo con getti di azoto. Quando ci passavi sopra con le lamine, la crosta ghiacciata si rompeva, e in faccia ti schizzava una poltiglia di neve ed acqua. Eugenio aveva previsto anche quello. Fosse accaduto avrebbe girato la testa verso destra. E io avrei dovuto pulirgli la visiera. Non ci riuscii, e lui fu prodigioso a tagliare il traguardo in quelle condizioni». «Era freddo e rigoroso, ma con noi sapeva anche sorridere - sottolinea Armano -. Rileggetevi i giornali: le prime parole che pronuncia dopo ogni trionfo, sono per ringraziare noi, i suoi ragazzi». Che anche quest’anno passeranno le vacanze insieme, per rivivere, tra un sorriso malinconico e un bicchiere di buon vino, la leggenda del Rosso Volante.

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