mercoledì 12 aprile 2017
Intervista al medievalista Sylvain Gouguenheim: l'Europa deve molto al mondo bizantino in alcuni ambiti culturali
Una mappa di Istanbul eseguita nel XVI secolo a Colonia da Braun e Hogenberg

Una mappa di Istanbul eseguita nel XVI secolo a Colonia da Braun e Hogenberg

Nel 2008 in Francia venne dato alle stampe Aristote au Mont-Saint Michel di Sylvain Gouguenheim, reso pessimamente in italiano con l’incomprensibile titolo Aristotele contro Averroè. Esso ambiva ad evidenziare le radici bizantine dell’Europa cristiana relativizzando il ruolo dei traduttori arabi nella conservazione e diffusione della cultura greca. Ne nacque un’ondata di polemiche con l’accusa di estendere al Medioevo il cliché dello scontro di civiltà. Ora il medievista dell’École normale supérieure di Lione torna sull’argomento con La gloire des Grecs appena pubblicato da Cerf (pp. 410, euro 29).

Dopo il suo
Aristote au Mont-Saint-Michel perché La gloire des Grecs? È forse una risposta alle polemiche?
«In parte sì, ma soprattutto ho voluto precisare meglio quanto l’Europa deve al mondo bizantino in alcuni ambiti culturali in particolare dal X al XII secolo. Ho così lasciato defilate questioni di ordine generale e ho colto l’opportunità per correggere alcuni errori che avevo commesso».

Quali?
«Riconosco che Giacomo da Venezia non fa le sue traduzioni a Mont- Saint- Michel. Ma soprattutto affronto nuove tematiche, tra cui la storia dell’arte. Nel recente lavoro non propongo alcuna tesi innovativa. Tutto quello che scrivo è già stato detto da storici dell’arte o della cultura. Ho solo raccolto tutte le informazioni nel modo più semplice e completo possibile affinché il lettore sappia qual è stato l’apporto bizantino, la sia importanza e i suoi limiti».

Quindi, che ruolo ha giocato Bisanzio nella trasmissione
dei saperi?
«Bisanzio è importante per diverse ragioni. Ha conservato una parte molto consistente della letteratura greca. E in ogni caso tutto quello che abbiamo oggi proviene da manoscritti copiati a Bisanzio. E’ grazie alle nuove copie realizzate tra il IX e il XII secolo che disponiamo dei testi originali delle opere di Omero, Platone, Aristotele, di storici come Erodoto e Tucidide, degli scrittori di teatro come Sofocle, Eschilo e Euripide. In campo letterario, è da questi manoscritti che derivano le traduzioni realizzate tra il XI secolo e il Rinascimento. C’è anche la trasmissione di commentari filosofici, in particolare quelli di Michele di Efeso e di Eustrazio di Nicea arrivati, almeno in parte, nell’Europa latina nei primi anni del XII secolo. Infine Bisanzio ha fortemente influenzato l’arte romanica, in Italia, Francia, Germania e Inghilterra».

Può fare qualche esempio?

«In Italia ci sono i famosi affreschi di Monreale, di Cefalù, di Sant’Angelo in Formis e mol- ti altri. In Francia l’influenza la ritroviamo nelle miniature presenti in molti manoscritti religiosi prodotti a Sens e a Lione, ma anche nella scultura, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi e a Laon. Anche in Germania, un gran numero di manoscritti sono illustrati alla maniera bizantina al tempo degli Ottoni, nel X secolo, e della dinastia salica, nell’XI. Vi sono rappresentati per lo più scene dei Vangeli e temi della regalità con tracce dell’influenza bizantina. Non bisogna poi dimenticare i mosaici veneziani o trittici e avori decorativi che si incontrano nelle Fiandre o in Lorena».

Quali differenze corrono tra l’influenza degli arabi e quella di
Bisanzio?
«Dal mondo abbaside è venuta la traduzione di libri di medicina, filosofia, matematica. Il mondo musulmano ha inoltre fornito alcuni commentari filosofici dei quali quelli di Averroè sono i più conosciuti. Invece da Bisanzio sono giunti, nella loro versione originale greca, testi filosofici e medici ma soprattutto tutta la letteratura, come le ricordavo prima».

In quale ambito però il ruolo di Bisanzio è stato più evidente?
«Nel campo delle arti l’influenza è stata certamente decisiva; ma anche la traduzione di alcuni testi di Aristotele, come gli Analitici secondi o la Metafisica, resi per la prima volta dal greco in latino da diversi autori è un fenomeno importante. Tuttavia, per disporre versioni latine di Tucidide o dei tragici bisognerà aspettare l’Umanesimo e il Rinascimento».

Perché si è spesso minimizzata l’importanza delle traduzioni dal greco a favore delle traduzioni
dall’arabo?
«A lungo si sono trascurati i contributi provenienti dal mondo arabo. Poi si è verificato un movimento inverso, evidenziando l’importanza dell’impero abbaside e mettendo in sordina l’influenza bizantina. Purtroppo spesso si sono affrontate queste tematiche come in una competizione sportiva. In realtà, per gli uomini del tempo, non vi era alcuna concorrenza: prendevano ovunque quello che trovavano e non stilavano alcuna classificazione tra le influenze».

Spesso si è sottolineata l’importanza delle traduzioni di Aristotele provenienti dalla Spagna per spiegare la nascita della Scolastica.
Cosa ne pensa?
«Naturalmente è stata molto importante l’influenza proveniente dalla Spagna, per le traduzioni e la scoperta dei commentari di Averroè. Ma teologi come Albert Magno e San Tommaso hanno impiegato traduzioni e commentari provenienti sia dalla penisola iberica sia da Bisanzio. Sostituivano semplicemente una traduzione con una migliore: Giacomo da Venezia è stato utilizzato prima di essere migliorato da Guglielmo di Moerbeke».

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