sabato 22 dicembre 2018
Parla il grande compositore americano ancora sulla breccia: «Devo tutto al grande Cole Porter e a Perry Como che mi lanciò con “Magic Moments” Comporre è la mia terapia dell’anima»
Il novantenne compositore americano Burt Bacharach

Il novantenne compositore americano Burt Bacharach

Lui, schivo, preferisce glissare sul suo ruolo decisivo nella storia della musica (non solo americana); e fra ironia e scaramanzia sussurra: «Aspetti a definirmi padre nobile delle sette note, anche perché gli altri padri Usa, Cole Porter e George Gershwin, stanno già suonando in cielo: e sa com’è…». Però è certo che Burt Bacharach, 90 anni portati magnificamente, è da considerarsi uno dei più grandi compositori “pop” di sempre, un vero e proprio caposcuola della musica a stelle e strisce come della capacità di creare melodie strepitose e facilmente memorizzabili (nel mondo intero) spaziando dalla forma canzone tout-court alla musica di servizio per pièce teatrali e film. Nato a Kansas City, Bacharach ha debuttato subito dopo corposi studi musicali come accompagnatore nientemeno che di Marlene Dietrich; e dal 1958 (quando Magic moments lanciata da Perry Como gli valse il primissimo disco d’oro mai assegnato) ha scritto e diretto centinaia di brani, la maggior parte dei quali è entrata nelle classifiche, se non nella storia.

Le canzoni di Bacharach sono state interpretate da giganti quali Beatles, Neil Diamond, Dusty Springfield, Tom Jones, Aretha Franklin: passando per la sua musa Dionne Warwick e arrivando a numerose riletture delle sue opere firmate da grandi jazzisti o a collaborazioni con rapper quali Dr. Dre. In oltre sessant’anni sulla breccia, Bacharach ha vinto sei Oscar e diversi Grammy di cui uno alla carriera; e questo suo 90° anno è ora celebrato sotto Natale da ben tre uscite: la ristampa di Reach out, suo secondo disco del ’67 che lo vede anche cantante oltre che pianista, arrangiatore e direttore d’orchestra; il triplo Essential recordings 55-62che allinea sessanta suoi capolavori nelle voci di Gene Pitney, Shirelles, Timi Yuro, Cliff Richard, Etta James, Mel Tormé e molti altri (comprese Warwick e Dietrich); il bel dvd A life in song, ampia intervista su un palco londinese alternata a performance di Rebecca Ferguson, Michael Kiwanuka, Joss Stone e Bacharach stesso su ulteriori perle del suo sterminato repertorio. Sterminato, per fortuna, come la sua disponibilità a una sincera intervista-bilancio.

Che cosa accese il suo amore per la musica?

Proprio Cole Porter. Lui mi ha influenzato sin da ragazzo. Scriveva romanzi in musica e fu la sua Night and day, il mio vero colpo di fulmine.

Quando ha capito che sarebbe vissuto componendo?

«Intuii che la musica sarebbe stata il mio mestiere quando Magic moments arrivò in cima alle hit di tutto il mondo. Negli anni ’50 parte della mia carriera decollò da voi in Italia, fra l’altro: vissi un periodo a Milano dove gli editori non apprezzavano i miei brani giudicandoli difficili, ma mi aiutò proprio il successo di quel pezzo, grazie al fatto che lo cantava l’italoamericano Perry Como di origini abruzzesi. E con Marlene feci esperienza pure in molti concerti alla Bussola di Viareggio, prima che lei decidesse di tornare in America.

Come nasce una sua canzone? E che rapporto c’è con gli autori dei testi, come lo storico Hal David?

Le canzoni sono sempre nate da un’ispirazione: a volte da storie vere, a volte dagli occhi di una donna… Hal sapeva completarla con parole giuste.

Quali sono i brani decisivi per capire Bacharach?

Sicuramente Walk on by. Poi Anyone who had a heart e la stessa Magic moments che sono state per me simbolo di svolte decisive. E per quanto riguarda le versioni tradotte, in italiano amo Stai lontana da me com’è cantata dal vostro Adriano Celentano.

A proposito d’Italia. Lei ha lavorato con Chiara Civello, Karima, Mario Biondi, e ora nel recente cd Tutti quelli che hanno un cuor 13 suoi brani sono riletti dalla brava Marzia Bi nelle versioni italiane firmate da gente come Don Backy, Minellono, Mogol, persino Ornella Vanoni. Cosa pensa di questo album?

Marzia Bi ha cantato molto bene adattandosi allo spirito dei pezzi. E Vince Tempera, che la produce, ha rispettato pure le orchestrazioni originali. Lei ha colori bellissimi nella voce, è dolce e sensuale come piace a me e mi emoziona soprattutto in Alfie, Magia e Un ragazzo che ti ama. Chissà che un giorno non la chiami in tour negli Usa con me.

Ma qual è stata l’interprete ideale di Bacharach, secondo Bacharach stesso?

Dionne Warwick, sicuramente. Ma anche, in seguito, Aretha Franklin.

Ci sono brani suoi che meritavano più successo?

Amo molto Message to Michael, credo potesse avere miglior fortuna (è un brano del ’62 in cui il protagonista tramite il canto di un usignolo parla al suo amore partito per New Orleans alla ricerca del successo, dicendogli che lo amerà anche se non sarà fortunato; scritto al maschile come Message to Martha e così lanciato da Adam Faith, il brano trovò però vero successo girato al femminile solo nel ’66 con la Warwick, nda). Dal vivo lo eseguo sempre.

La musica l’ha aiutata mai, nei periodi duri?

Sempre, è terapia per chi suona e per chi ascolta. Spesso nei momenti di nervosismo o rabbia mi isolo al pianoforte e dopo un po’ il cielo torna azzurro.

Ma Burt Bacharach scrive ancora, a quasi 91 anni?

Certo che scrivo ancora! La musica è sempre nella mia testa e le mie dita sanno ancora correre sulla tastiera… Le confesso che anche la gioia di incontrare giovani appassionate come Marzia Bi, che ho conosciuto di persona nel mio tour italiano, mi dà ispirazione per scrivere altre canzoni nuove.

Ne è valsa la pena, vivere di musica per Bacharach?

Senza alcun dubbio sì, ne è valsa la pena. È bello vivere di musica e vivere con la musica, specie se pensa che appena accennavo quattro note al piano venivo circondato da donne bellissime… Ma al di là delle battute, credo fermamente che la musica sia il più bel mestiere del mondo: senz’altro lo è per me.

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