mercoledì 16 gennaio 2019
Nel fondare il nuovo partito don Luigi Sturzo, attraverso "l'appello ai liberi e forti", escludendo il termine “cattolico” dal nome, aveva chiara la necessità dell’autonomia tra politica e religione
Don Luigi Sturzo con Filippo Meda, primo cattolico a diventare ministro del Regno d'Italia

Don Luigi Sturzo con Filippo Meda, primo cattolico a diventare ministro del Regno d'Italia

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«A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà. E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali…».

Era il 18 gennaio 1919, quando, a Roma, dall’albergo Santa Chiara, la Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano (con il segretario politico don Luigi Sturzo ne facevano parte Giovanni Bertini, Giovanni Bertone, Umberto Merlin, Angelo Mauri, Stefano Cavazzoni, Giulio Rodinò, Carlo Santucci, Giovanni Grosoli, Giovanni Longinotti), diffondeva il suo celebre appello ai «liberi e forti», rivolto a «uomini moralmente liberi e socialmente evoluti» pronti a sostenere un progetto per l’Italia del primo dopoguerra. Un programma concreto affidato a un partito che nasceva quel giorno dopo tante riunioni tenute in precedenza e presiedute da Sturzo, al contempo conferenziere convincente dalla sua Caltagirone sino a Milano.

Cadute le resistenze vaticane iniziali, si offriva finalmente ai cattolici italiani la possibilità di lasciarsi alle spalle il lungo periodo del “non expedit” – superato solo in parte nel 1912 dal patto dei cattolici di Vincenzo Gentiloni con i liberali di Giolitti – e di fare politica in modo diretto dentro lo stesso partito pur con diverse sensibilità. Un partito interclassista, rivolto a tutte le componenti sociali, a condividere le attese di agricoltori, artigiani, ferrovieri, tessili, insegnanti, impiegati. «Partito cattolico, dunque che diventa partito di ceti medi e di mondo rurale declassato, partito pazientemente raccolto nell’ambito di un movimento di riqualificazione democratica e popolare delle classi cosiddette subalterne», detto con il compianto Gabriele De Rosa. E tuttavia, senza la parola “cattolico” nel suo nome. «I due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall’inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione… Noi non possiamo trasformarci da partito politico in ordinamento di Chiesa, né abbiamo diritto di parlare in nome della Chiesa…»: così il sacerdote siciliano al primo congresso del PPI nel giugno 1919 a Bologna.

Una chiarezza di pensiero quella di Sturzo – compresa anche dal Segretario di Stato Vaticano, pure convintosi che il partito non doveva essere un’emanazione dell’Azione Cattolica secondo il disegno di Stefano Cavazzoni, tantomeno della Santa Sede («ritenevo che non poteva chiamarsi partito cattolico, quasi che fosse l’esponente o il rappresentante della Chiesa cattolica e della Santa Sede in Italia e nel Parlamento, ma che era un partito politico come tutti gli altri con un programma che si avvicinava di più ai principi cristiani », così nelle sue memorie il cardinale Pietro Gasparri). Insomma un capovolgimento della tesi del “partito clericale”.

E qui il genio del sacerdote calatino sta nell’aver saputo trovare, anche se per un tempo breve, prima dell’irruzione di Mussolini e del ritorno delle ingerenze delle gerarchie ecclesiastiche, quel difficile, ma necessario equilibrio, tra la fedeltà ai principi cristiani e l’autonomia del partito rispetto ai vertici della Chiesa, nonché fra gruppi di cattolici dalle posizioni assai diverse, lasciando che alle origini, nel suo PPI trovassero spazio differenti sensibilità: dai clerico-moderati ai conservatori, dai democratici cristiani murriani ai sindacalisti bianchi, fino ai militanti della sinistra popolare. Tutti chiamati a dar concretezza al motto scelto per il simbolo dello scudocrociato: “ libertas”, con la sua cifra semantica ampia anche nel vocabolario sturziano.

Un secolo dopo, ricordare quel giorno e quei punti fermi nella nascita del PPI può esser utile. Non però per cercarvi ovunque elementi di attualità contingente (da tempo si sono raggiunti diversi traguardi allora indicati). Piuttosto, quel testo potente e davvero aperto, al di là delle appartenenze confessionali e non – scrive a ragione Giacomo Costa sul nuovo numero di “Aggiornamenti Sociali” – continua a «rappresentare una fonte di ispirazione per le modalità con cui si approcciano i problemi nuovi e quelli che nel tempo si sono modificati ma non sono stati risolti come la questione meridionale o la parità di genere, che, pur in forme diverse da quelle del ’19, continuiamo a trovare sulla nostra agenda politica».

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