Dentro il kolchoz della famiglia Carrère

L’autore francese torna sulla storia dei genitori: una memoria che si smentisce, si contraddice, e si riapre come ferita narrativa
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June 16, 2026
Dentro il kolchoz della famiglia Carrère
Lo scrittore francese Emmanuel Carrère / Ansa / Paco Parades
Alla mamma bisognerebbe dare retta per principio, figurarsi poi se la mamma stessa è una persona importante: cattedratica di fama, voce influente sulla scena pubblica, accademica di Francia. Anzi, segretaria perpetua dell’Académie, perché questo era il ruolo ricoperto da Hélène Carrère d’Encausse, che è appunto la mamma in questione. Anche il figlio, lo scrittore Emmanuel Carrère, è persona nota, e lo era già all’inizio degli anni Duemila, quando aveva cominciato a lavorare a un libro sulla storia di famiglia. Lascia perdere, gli aveva detto la madre. Finché sono viva io, non affrontare l’argomento. Lui non l’aveva ascoltata, il libro era uscito nel 2007 con il titolo Un roman russe (da noi Einaudi scelse inizialmente l’esplicativo La vita come un romanzo russo, ma l’attuale edizione Adelphi ristabilisce la formula originale di Un romanzo russo), dopo di che per qualche anno la madre non aveva più rivolto la parola al figlio. La vicenda viene rievocata dallo stesso Carrère in Kolchoz (traduzione di Francesco Bergamasco, Adelphi, pagine 408, euro 22,00), un libro che di Un romanzo russo può essere considerato la palinodia. Il termine rischia di suonare desueto, ma la letteratura è un’arte antica, nulla va perduto e niente si inventa del tutto. “Palinodia” ha un’etimologia greca facile facile, che indica un canto intonato per la seconda volta. Non esattamente una ritrattazione, anche se con il tempo è invalso questo significato di una versione che contraddice la precedente. Di per sé, però, la palinodia amplia la prospettiva, senza necessariamente rovesciarla. E proprio questo avviene in Kolchoz.
Carrère racconta della sua famiglia, dicevamo. È un gran bel raccontare, perché il Carrère (sulla legittimità del nobiliare “d’Encausse” anche il diretto interessato si dichiara dubbioso) hanno una storia straordinaria, almeno per quanto riguarda il ramo materno. Il cognome da nubile di Hélène è Zourabichvili; suo padre, Georges, è un irrequieto esule georgiano che in Francia si imbatte in un’impoverita principessa russa, se ne innamora, la sposa, ma per l’inquietudine di cui sopra non si rassegna a un normale ménage domestico. Non trova mai un posto che gli vada bene e quando prova a guadagnarsi da vivere guidando un taxi, come tanti altri émigrés dell’ex impero zarista (il più famoso rimane Gajto Gazdanov, autore del bellissimo Strade di notte in catalogo da Fazi), si rifiuta di caricare i clienti se prima non ha finito di leggere il capitolo di qualche classico della filosofia. L’occasione di mettere a frutto la sua conoscenza delle lingue coincide paradossalmente con l’invasione tedesca. Zourabichvili è ingaggiato come interprete dall’occupante e così, alla fine del conflitto, rimedia l’accusa di collaborazionismo. Per la meschina ripicca di un vicino, lasciava intendere Carrère in Un romanzo russo, avvalorando l’interpretazione fornitagli dalla madre.
La palinodia di Kolchoz presuppone l’accesso a un’altra fonte, corrispondente alle memorie dello zio materno Nicolas, il parente verso il quale Carrère avverte da sempre una maggiore affinità. Proprio Nicolas, che da bambino aveva a lungo custodito il sogno del papà che annuncia il ritorno facendo toc toc alla porta di casa, fornisce gli elementi di un quadro meno lusinghiero. Il nonno è stato un impiegato niente affatto riluttante e a ricostruire le frequentazioni della stessa Hélène (per esempio, l’amicizia con lo scrittore nazionalista Maurice Bardèche, che fu sodale e cognato di Robert Brasillach, unico intellettuale francese passato alle armi nel 1945 per intelligenza con il nazismo) si ha la conferma di un intreccio molto più complesso del previsto. Come d’abitudine, Carrère non nasconde e non edulcora. Riporta le informazioni a mano a mano che le acquisisce, attingendo sia ai ricordi dello zio sia all’imponente lavoro di catalogazione compiuto dal padre Louis, il quale ha assunto di sua iniziativa il ruolo di archivista di famiglia. Della famiglia della moglie, in particolare, che di sicuro è la più affascinante e problematica.
Scritto all’indomani della morte dei longevi genitori,  Kolchoz  è anzitutto la storia del loro matrimonio, con quel tanto di mistero che il matrimonio dei genitori sempre conserva per i figli. Emmanuel è stato il primogenito di una coppia che appariva perfetta ed è toccato a lui, talmente legato alla madre da meritarsi il nomignolo di Hélenou, cogliere i primi segnali della relazione extraconiugale dall’insondabile Hélène. In  Kolchoz  tutto è meticoloso e insieme indiziario, compreso il titolo, che riprende l’espressione, «fare kolchoz», scherzosamente adoperata dalla madre per alludere all’accampamento casalingo allestito durante i viaggi di papà per lavoro: Marina, la sorella più piccola, nel lettone con la mamma, il primogenito Emmanuel e l’altra sorella, Nathalie, sui loro materassi trascinati per l’occasione in camera matrimoniale. Letto con attenzione, il libro è anche una biografia – intellettuale e sentimentale – di Hélène Carrère d’Encausse, dall’infanzia agli esordi di studiosa, fino al trionfo come massima esperta del rompicapo sovietico e post-sovietico. Un episodio, su tutti, rende l’idea del personaggi. Nel febbraio del 2022, durante un’intervista televisiva, la professoressa esclude nella maniera più categorica che Putin abbia intenzione di invadere l’Ucraina. Quando, poco dopo, i fatti la contraddicono, non si scompone e ribatte che, insomma, se perfino lei si è sbagliata, allora significa che la decisione del Cremlino era veramente imprevedibile.
Rispetto a Un romanzo russo, la presenza del narratore è meno invadente (una buona parte del libro del 2007 era occupata dalle conseguenze di un morboso gioco erotico incautamente innescato dallo scrittore ai danni della compagna di turno), ma l’impressione generale è per certi aspetti immutata: a partire dal memorabile L’avversario (2000), l’opera di Carrère si è strutturata come una Comédie humaine di cui è contemporaneamente autore e protagonista. Sorretta da una prosa di eleganza sempre invidiabile e talvolta sprezzante, questa epopea individuale ingloba ogni possibile aspetto dell’esperienza, dal confronto con il cristianesimo in Il Regno (2014) alla scoperta del disturbo bipolare in Yoga (2020). Un caso sintomatico è rappresentato da I baffi, forse il più riuscito tra i romanzi della prima fase della produzione di Carrère (uscì nel 1986, nel 2005 Carrère stesso ne trasse un film distribuito in Italia come L’amore sospetto). La trama, semplicissima, riguarda un uomo che decide di tagliarsi i baffi immaginando di suscitare la sorpresa della moglie e degli amici. Ma nessuno nota la differenza. Anzi, tutti gli ripetono che lui i baffi non li ha mai avuti…
Concepito come una variazione su motivi pirandelliani, il libro riecheggiava in modo inconsapevole un aneddoto della storia di famiglia. Mentre gli Alleati stavano avanzando, anche Georges si era sbarazzato dei baffi, nel tentativo di rendersi irriconoscibile. Già in Un romanzo russo Carrère rievocava il turbamento provato quando, avendo fatto notare la coincidenza alla madre, aveva ricevuto in risposta un diniego ostinato, come se un romanzo intitolato I baffi non fosse mai esistito. E come se a scriverlo non fosse stato suo figlio. La scena ritorna nella palinodia di Kolchoz, con una nota di leggerezza che tradisce qualcosa di commovente. «Da piccoli, i figli amano i genitori; diventati adulti, li giudicano; e qualche volta li perdonano», è l’aforisma di Oscar Wilde che Carrère adopera come filo conduttore del racconto. Non per correggere due scrittori straordinari, ma ci sarebbe un ulteriore sviluppo: perdonare sé stessi. Quando accade, e se accade, è un dono, non una conquista. A molti di noi piace pensare che la letteratura sia un modo per implorare questa benedizione.

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