Addio a Carlo Ginzburg, il grande storico che investigò il piccolo
Figlio di Natalia Ginzburg, membro di una famiglia di intellettuali antifascisti, docente alla Normale, ha insegnato a fare emergere le contraddizioni della modernità attraverso storie solo apparentemente laterali

La storia è fatta così: alcuni si illudono di restare in disparte e pensano di rimediare studiandola sui libri; altri ci nascono dentro e proprio per questo non possono fare a meno di studiarla. Per saperne di più, per capirne almeno un po’ di più. Ragion per cui spesso i libri che già esistono non bastano, e allora occorre addentrarsi negli archivi, spulciare carte dimenticare, inoltrarsi nel lato nascosto, notturno, della storia che altri pretendono di conoscere. Carlo Gingburg, morto questa notte all’età di 87 anni, apparteneva alla seconda categoria, quella di chi dalla storia è stato travolto appena è venuto al mondo e, di conseguenza, diffida delle versioni ufficiali e delle sintesi consolidate. Era nato a Torino il 15 aprile 1939, primogenito di Leone Ginzburg e di Natalia Levi, che qualche anno dopo, in piena guerra, avrebbe esordito in letteratura sotto lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte. Dalla liberazione in poi, la scrittrice avrebbe adottato in via definitiva il cognome del marito, che nel 1944 era stato ucciso dai torturatori nazisti a Regina Coeli.
La famiglia di Carlo (e del fratello Andrea, che fu economista di rango, e della sorella Alessandra, nota psicoanalista) è una famiglia di intellettuali antifascisti, che già prima del conflitto ha subìto le conseguenze delle leggi razziali. Il padre, Leone, era un ebreo di Odessa formatosi tra l’Italia e la Germania. Il rifiuto di giurare fedeltà al regime lo aveva estromesso dalla carriera accademica fin dal 1934. Nel 1938 la stessa sorte era toccata al suocero, lo scienziato Giuseppe Levi, cattedratico a Trieste. Sono dati non superflui per avvicinarsi alla figura di Carlo Ginzburg, che cresce in un contesto ricchissimo di stimoli culturali (oltre al gruppo torinese raccolto attorno alla casa editrice Einaudi, c’è per esempio la parentela di ramo materno con Eugenio Montale). È una comunità cosmopolita per vocazione e costretta a una sostanziale clandestinità a causa della persecuzione politica, all’interno della quale si colloca il confino della famiglia a Pizzoli, in Abruzzo, tra il 1940 e il 1943. La storia e il suo lato d’ombra, appunto.
In ambito accademico Ginzburg non è stato affatto una figura marginale. Normalista come il suo maestro Delio Cantimori, con il quale discusse la tesi in Storia moderna all’Università di Pisa, si era subito mosso in una dimensione internazionale, tra gli studi di perfezionamento al Warburg Institute di Londra e le docenze in atenei prestigiosi, in particolare la University of California di Los Angeles. In Italia era stato professore a Bologna e Lecce; dal 2006 al 2010 era tornato alla Normale, questa volta per ricoprire la cattedra di Storia delle culture europee. Alla base del suo lavoro c’era l’intuizione – condivisa con Cantimori – che nella prima età moderna, nel XVI e XVII secolo, si siano innescati processi destinati a rimanere drammaticamente incompiuti. In estrema sintesi, è lo scontro tra una visione ancora ancestrale dell’esistenza e il mondo così come lo descrivono le teologie della Riforma e del Concilio di Trento, ma anche le scoperte geografiche e scientifiche di un tempo in cui tutto viene radicalmente rimesso in discussione.
Il primo grande saggio di Ginzburg è I benandanti del 1966 (come gli altri suoi titoli, è ora entrato nel catalogo di Adelphi) ed è un colpo di diapason. Ricostruendo la vicenda degli sciamani contadini che nel Friuli del Sei e Settecento mescolano incantesimi pagani e giaculatorie cristiane, Ginzburg attira l’attenzione su una pratica il cui impatto rischierebbe di risultare trascurabile rispetto ai rivolgimenti dell’epoca. Ancora più significativo in questo senso è Il formaggio e i vermi (1976), dalle cui pagine riemerge il caso pressoché incredibile del mugnaio Menocchio, processato dal’Inquisizione per aver elaborato un’eterodossa cosmogonia personale, interamente modellata sulla cagliatura del latte. Al culmine di questo filone di ricerca si colloca Storia notturna (1989), che si presenta come «decifrazione» di un fenomeno altrimenti confinato nelle convenzioni scandalistiche di una storiografia arrangiata. Nella lettura di Ginzburg, invece, il rituale stregonesco del sabba è la manifestazione di una frattura – o, meglio, di una successione di microfratture culturali – da cui scaturisce la modernità.
Nel frattempo, Ginzburg ha preso a seguire un’altra vena, di cui danno testimonianza nel 1981 gli scritti raccolti in Indagini su Piero, dove Piero è Piero della Francesca e i suoi dipinti sono un sistema di pensiero espresso per immagini. Come ogni studioso di rango, Ginzburg è sempre intento a costruire e perfezionare il proprio metodo, lungo un itinerario di cui dà conto in un libro di rigorosa estrosità, Miti emblemi spie del 1986, dalle cui pagine emerge la proposta di un «paradigma indiziario» che permette di affrontare la storia (tutta la storia, non solo quella derelitta delle streghe e degli eretici) con gli strumenti critici solitamente utilizzati per vagliare un dossier giudiziario.
Senza perdere in termini di esattezza documentaria, dagli anni Ottanta in poi la prosa di Ginzburg assume un andamento più libero, a tratti narrativo. Capitoli importanti di questo articolato racconto di idee sono le «riflessioni sulla distanza» racchiuse in Occhiacci di legno (1998) e, più di recente, Nondimanco, che nel 2018 mette a confronto Machiavelli e Pascal, La lettera uccide (2021) e, da poco in libreria, le «letture oblique» di Il vincolo della vergogna. Un posto a sé, per la sua natura di pamphlet militante, occupa Il giudice e lo storico (1991, l’edizione più recente è uscita nel 2006 da Feltrinelli), dedicato al processo che portò alla condanna di Adriano Sofri.
Sia pure assunto con aristocratico distacco, l’impegno politico ha rappresentato una costante nell’avventura concettuale di Ginzburg e, per certi aspetti, anche nella sua vita privata: era stato sposato con la pensatrice femminista Anna Rossi-Doria e dal loro matrimonio erano nate Silvia, storica dell’arte, e la scrittrice Lisa Ginzburg, assidua e apprezzata collaboratrice di "Avvenire". In questo percorso, come nell’intreccio dei suoi saggi, non sono mancate le occasioni di attrito con la Chiesa cattolica. La stessa scelta di approfondire il versante più tenebroso della modernità valeva da critica, se non altro implicita, al modo in cui l’esperienza religiosa era stata regolata dopo che la tempesta protestante si era abbattuta su una tradizione che, del resto, già in età medievale era assai meno uniforme di quanto ancora ci si ostini a immaginare. Con le sue argomentazioni incalzanti e con la sua sterminata conoscenza di fonti difficilmente accessibili, Carlo Ginzburg - vincitore, tra l'altro, del Premio Balzan nel 2010 - ha finito per spronare i credenti a non dare nulla per scontato. La storia è piena di errori, che presto o tardi vanno ammessi e per i quali, presto o tardi, si deve chiedere perdono. Il motivo, in fondo, è semplice: nasciamo tutti nel tumulto della storia, questa burrasca dalla quale nessuno può chiamarsi fuori.
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