Fede e amore: l’anima erratica
di Marina Cvetaeva

L’arrivo in libreria di un’antologia poetica, delle lettere a Rilke e di un racconto autobiografico consente di fare luce su un’idea di sacro come movimento
Google preferred source
June 17, 2026
Fede e amore: l’anima erratica
di Marina Cvetaeva
La poetessa Marina Cvetaeva
Come tenere insieme la preghiera, l’amore assoluto e la memoria della perdita senza che la scrittura si spezzi? I tre volumi di Marina Cvetaeva – Preghiere (Magog, pagine 114, euro 18,00), Lettere con Rainer Maria Rilke (SE, pagine 113, euro 14,00) e Il racconto di Sonecka (Theoria, pagine 101, euro 13,00) – permettono di attraversare alcuni nuclei decisivi dell’opera della poetessa russa: il rapporto con il sacro, la tensione assoluta dell’amore poetico e la trasformazione della memoria in mito personale. Tre libri molto diversi, ma abitati dalla stessa intensità ignea.
In Preghiere la dimensione religiosa non coincide mai con una devozione pacificata. Dio, il mare, la notte, il dolore diventano interlocutori vivi, dentro una poesia che oscilla continuamente tra invocazione e ribellione, lontana da ogni convenzionalismo religioso. Giovanissima, Cvetaeva scrive: «Fammi capire, Cristo, che non tutto è tenebra»; ma subito aggiunge: «Io non ho bisogno della beatitudine al prezzo dell’umiliazione». La preghiera nasce così da una ferita, non da una rassicurazione. Molte poesie trasformano gli elementi naturali in figure spirituali. In Preghiera al mare l’oceano diventa quasi un’immagine dell’assoluto: «Il mio dolore infantile assopisci, sana, dissolvi». Altrove la voce poetica assume un tono da pellegrina errante: «Io sono un’orfana di Cristo». Il cristianesimo di Cvetaeva non è mai istituzionale; è piuttosto un’esperienza erratica, quasi sovversiva, spesso vicina alla povertà evangelica e alla marginalità. Così la figlia di Giairo può continuare a dormire senza risorgere, e sulla croce è Gesù Bambino.
Asprezza e gratitudine stanno insieme. In Benedico il lavoro di ogni giorno convivono infatti «la misericordia di Dio e il giudizio di Dio», «la legge della mitezza e la legge della durezza». La benedizione non cancella il dolore, ma lo attraversa. E in una delle poesie più intense la scrittura stessa viene descritta come spazio di accoglienza e metamorfosi: «Io, la pagina per la tua penna. / Riceverò tutto. Io, una pagina bianca». La parola poetica diventa quasi materia sacrificale, disponibilità totale all’esperienza.
Persino nelle liriche dedicate a Dio emerge un’immagine potentemente dinamica e anti-idolatrica del divino: «Dio dalle chiese è risorto»; oppure: «Oh, non legatelo / Ai vostri simboli e pesantezze!». Il sacro non può essere rinchiuso in forme stabili, perché «egli corre – è movimento». È forse qui uno dei nuclei più moderni di Cvetaeva: Dio come energia in fuga, presenza che sfugge a ogni possesso. E tuttavia questa inquietudine non impedisce la gratitudine elementare verso il mondo: «Ti ringrazio, Signore, / per l’Oceano e la Terra, / e per il corpo meraviglioso, / e per l’anima immortale». E l’attimo è fuoco, mistica: «Cristo e Dio! Io ho sete del miracolo / Adesso, ora, all’inizio del giorno!».
Di natura diversa è il carteggio con Rilke, opportunamente ristampato. Lettere documenta un incontro spirituale altissimo, consumato quasi interamente nella scrittura. Cvetaeva vede in Rilke non soltanto un poeta amato, ma una figura capace di incarnare una dimensione assoluta della parola poetica, e per questo anche spirituale: «Tu hai fatto per Dio più di tutti i filosofi e i predicatori messi insieme». E la poesia qui è necessità vitale, possibilità di comunione in un mondo segnato dalla precarietà storica e personale. «Povero Dante! Chi pensa più a Dante e Beatrice?», esclama Marina, e forse solo Rainer può comprendere questo grido struggente.
Ma il vertice emotivo di questi volumi è probabilmente Il racconto di Sonecka , straordinario testo memoriale dedicato all’attrice Sof’ja Golidej. La notizia della sua morte per cancro, ricevuta anni dopo, diventa per Cvetaeva l’occasione di riattraversare con la scrittura quell’incontro decisivo. Marina trasforma il ricordo personale in racconto lirico e teatrale insieme. Sonecka non è mai soltanto un personaggio biografico: diventa figura dell’eccesso, dell’infanzia spirituale, della vulnerabilità assoluta. L’autrice la osserva con tenerezza, ironia e struggimento, ricostruendo la Mosca teatrale degli anni rivoluzionari come uno spazio insieme reale e visionario.
Nel Racconto la memoria si intreccia continuamente con il teatro, l’amicizia e la perdita. Sonecka appare come creatura fragile e luminosa, segnata da una dedizione assoluta all’arte e agli esseri amati. Cvetaeva la descrive come una presenza tutta emotiva e slancio: «rivoluzione o non rivoluzione, razioni o non razioni, bolscevichi o non bolscevichi, sarebbe morta comunque d’amore». Il racconto procede per frammenti lirici, dialoghi, improvvise accensioni memoriali, sino a trasformare la figura dell’amica in simbolo della vulnerabilità umana e della vocazione artistica. La scrittura tenta di salvare ciò che è destinato a scomparire. «Solo con voi, Marina, io sono io, e ancora io», dice Sonecka in uno dei passaggi più intensi. Il passato si riaccende nel presente della parola. In questo senso Il racconto di Sonecka è anche una meditazione sul tempo e sulla sopravvivenza affettiva. Scrivere significa strappare qualcuno alla dissoluzione, pur sapendo che nessuna resurrezione sarà completa. La memoria diventa allora una forma di fedeltà assoluta. Nel libro il passato non ha nulla di nostalgico: è un atto creativo, quasi una seconda vita concessa a chi è stato amato e continua a esistere nella forza della poesia.
Nel libro convivono teatralità e malinconia. Gli esseri umani sembrano vivere davvero solo quando si espongono sulla scena dell’esistenza, consumandosi nell’intensità del sentimento. «Io stessa sono la notte bianca», afferma Sonecka, identificandosi con quella dimensione sospesa e visionaria che attraversa l’intero racconto. Il ricordo si trasforma progressivamente in elegia, senza mai cadere nel sentimentalismo: ciò che interessa a Cvetaeva è custodire una presenza attraverso la parola. E la forza di questo legame emerge anche nelle parole di Sonecka: «Quando vi ho vista, vi ho sentita, vi ho amata così all’improvviso, così follemente, mi sono resa conto che era impossibile non amarvi follemente…».
A emergere, nei tre libri, è una concezione radicale della letteratura, e mai postuma, come spesso oggi. Per Marina la scrittura non è mai ornamento culturale o semplice autobiografia: è esperienza estrema, capace di mettere in gioco il rapporto con Dio, con l’amore, con la morte e con la perdita. La sua lingua è continuamente attraversata da opposti: durezza e tenerezza, esaltazione e disperazione, ironia e assoluto. Forse proprio per questo parla con tanta forza al nostro presente. In un’epoca spesso dominata da parole-ameba, Cvetaeva ci ricorda che la grande letteratura è rischio, esposizione totale di sé, ricerca ostinata di una verità interiore senza compromessi. Marina scrive sempre pericolosamente. Sapremo seguirla nell’oltranza?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire