mercoledì 15 gennaio 2014
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Ad Anita, nell’Europa sconvolta del 1945 – la guerra terminata da un mese così come la Shoah, lo sterminio del suo popolo –, su quel treno che la sta portando a Zvikovez nella neonata Cecoslovacchia conquistata dall’Armata Rossa e nel quale si accalca una «moltitudine babelica, che sapeva di miseria e di fame, di vita salvata», viene subito detto che ora lei è «niente». Con questa immagine di umanità annientata, dove tutto dovrà faticosamente ricominciare e non senza nuove tragedie, inizia Anita B. che Roberto Faenza ha tratto dal romanzo autobiografico Quanta stella c’è nel cielo di Edith Bruck. Il 27 gennaio avrà l’onore di aprire le celebrazioni per la Giornata della Memoria allo Yad Vashem di Gerusalemme, mentre in Italia esce giovedì prossimo distribuito da Good Films in una manciata di sale, forse venticinque, forse meno. Elda Ferri, che lo produce insieme a Luigi Musini, lancia un grido d’allarme che tocca non solo il settore cinema, ma l’intero mondo della cultura. Precisa che non è un film sull’orrore dei campi di concentramento e del genocidio di un popolo, ma su quello che avvenne nei mesi successivi: «Un film che dovrebbe avere diritto di cittadinanza in Italia mentre subisce, forse per colpa di questo equivoco, forse per comportamenti gratuiti e violenti del sistema distributivo, di passare inosservato». Faenza è più sereno. Dopo l’ultimo Un giorno questo dolore ti sarà utile, storia di un inquieto adolescente, affronta ancora giovani e adulti in tribolato rapporto, scoprendo questa volta come un giorno tutta la memoria di Anita ci sarà utile. «Sarebbe stato un bellissimo titolo anche questo – commenta il regista – perché io penso che la memoria oggi sia un dovere che esercitiamo davvero poco, soprattutto nelle scuole. Facciamo poco i conti con il nostro passato, come se non ci appartenesse. Mi ha colpito un’idea suggestiva, colta in un libro letto di recente: il contrario del termine oblio è giustizia. È proprio così: ricordando, si rende giustizia alle persone che sono vissute, ai dimenticati, agli eventi. Certo c’è anche il diritto all’oblio, come avviene in psicoanalisi, fino a quando non sopraggiunge il momento della rimozione. Anita ha questa funzione: torna in un mondo in cui nessuno vuole ricordare più, in cui tutti vogliono rimuovere. Lei, invece, vuole esercitare il diritto al ricordo».Sullo schermo Anita ha il volto candido e risoluto di Eline Powell. Si ribella a quel "niente" perché vuole esercitare anche il diritto a essere persona che vive, ama, prova felicità, pensa al domani.«Lei non ha documenti, non sa quasi chi è. In quel periodo chi usciva da Auschwitz come lei, e da tutti i campi, non sapeva più da dove veniva, chi era. In quell’immediato dopoguerra il sopravvissuto era qualcosa da tenere nascosto. Era, appunto, niente. Direi che la forza di questo personaggio femminile è proprio quella di lottare per imporre, invece, la propria identità a fronte di coloro che non gliela vogliono riconoscere, che la vogliono cancellare, insieme al suo passato. Per questo è una figura bellissima per i giovani d’oggi: combattere e poi dare speranza. Uscire da un mondo così atroce e avere, nonostante tutto, la voglia di vivere e non solo di sopravvivere».I rapporti di Anita nella famiglia che l’ha accolta non sono facili, non sono sereni: la zia Monika è molto dura con lei; Aron, il marito, è distratto; Eli, suo cognato – interpretato da un idolo dei teenager, Robert Sheehan – si aggrappa al suo fascino per nascondere molte insicurezze, diventando addirittura crudele. «Il momento più drammatico Anita lo vivrà proprio per colpa di Eli, di cui è sinceramente innamorata e dal quale alla fine aspetta un figlio. Lui le impone l’aborto, la porta a Praga. Ma l’illuminata saggezza e la profonda umanità di un medico le assicurerà la maternità. Questo splendido personaggio, l’unico ad avere ancora un cuore, è quello cui tiene di più la scrittrice, perché ha confessato di essere stata lei stessa salvata da un medico cattolico, cui deve la vita. Anita realizzerà il suo sogno, raggiungerà Gerusalemme. "Un viaggio verso il passato con un solo bagaglio: il futuro" è la frase con cui si chiudono gli ultimi fotogrammi. In tutti i sensi una donna forte, un personaggio sconvolgente».
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