L'alba delle Ardeatine: le suppliche a Pio XII
Una serie di lettere inedite a papa Pacelli raccontano la disperazione delle famiglie degli arrestati alla vigilia dell’eccidio e l'impegno della Santa Sede contro l'occupazione nazista

«Dio Vi illumini, S. Padre, mentre Vi degnate di leggere questa supplica, che disperatamente Vi rivolgo»; «Sono una madre tanto infelice e mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia ascoltarmi»; «Beatissimo Santo Padre, rivolgo questa umilissima domanda alla Santità Vostra per implorare grazia al caso pietoso che mi colpisce»; «Beatissimo Padre, in un’era di inesprimibile angoscia rivolge al Vostro Paterno Cuore la sua supplice ed ardente preghiera una madre». Si aprono così quattro lettere inedite, che furono scritte tra il febbraio e il marzo del 1944 a Pio XII dai familiari di Paolo Frascà, Mario Gelsomini, Aladino Govoni e Gioacchino Gesmundo, fucilati alle Fosse Ardeatine. Le lettere, vere e proprie finestre sull’incertezza e il dolore di tante famiglie dei perseguitati durante l’occupazione nazista, saranno lette per la prima volta in pubblico da quattro studentesse universitarie della Lumsa, nel corso dell’evento che si svolgerà il 24 marzo a Roma, in Piazza del Campidoglio, per ricordare l’82° anniversario della più famosa tra le stragi nazifasciste in Italia. L’iniziativa del Comune di Roma, promossa con l’Associazione nazionale famiglie italiane martiri delle stragi nazifasciste (Anfim) e la Lumsa, vedrà la partecipazione del sindaco Roberto Gualtieri, del presidente della Comunità ebraica di Roma Victor Fadlun e del presidente dell’Anfim Francesco Albertelli, nipote di un altro famoso antifascista martire delle Fosse Ardeatine, il professore di storia e filosofia Pilo Albertelli.
Le lettere di supplica, delle quali “Avvenire” presenta in anteprima ampi stralci, sono state selezionate tra le tante rinvenute nel corso di una ricerca coordinata da Andrea Ciampani, ordinario di Storia contemporanea della Lumsa, tra le carte del pontificato di Pio XII, rese disponibili dall’Archivio Apostolico Vaticano. Manoscritte o battute a macchina, già dalla struttura formale le lettere ci dicono molto: c’è sempre, ad esempio, l’indirizzo in calce a indicare il luogo dove dare una risposta e sono accompagnate da appunti e note di chi si adoperò per salvare gli arrestati, o almeno per avere informazioni sul loro destino: «Sono piene dell’angoscia dei familiari e dell’incertezza che si viveva in quel periodo – spiega Francesco Albertelli – dell’urgenza di trovare qualcuno che potesse fare qualcosa. Di alcuni si sapeva dov’erano reclusi, ma altri erano stati prelevati in segreto dalla polizia nazifascista». Avere notizie sul proprio congiunto, avere una tomba sulla quale piangerlo, restò un’esigenza anche dopo l’eccidio romano e l’Anfim nacque nel 1947, proprio dai familiari delle vittime, per chiedere la riesumazione e l’identificazione dei cadaveri. Spiega Ciampani: «Anche da testimonianze come queste si comprende che la Chiesa durante l’occupazione, non fu né passiva né timorosa, anzi fu attiva a favore di tutti coloro che erano perseguitati dal nazifascismo. Proteggerli o farli liberare fu un’opposizione esplicita alla repressione. La protezione dell’Italia resistente da parte della Santa Sede suscitò l’ira dei fascisti, che portò all’arresto di molti cattolici e all’irruzione violenta in tanti luoghi protetti dalla extraterritorialità, come nella basilica di San Paolo nel febbraio del 1944». Le lettere scelte furono indirizzate al Pontefice proprio nel momento più duro dell’occupazione a Roma, come si intuisce nella supplica che Gilda Frascà, moglie di Paolo, membro del Cnl, scrive il 28 febbraio: «Tutte le porte sono chiuse per me e solo da Dio e da Voi spero aiuto. Sono una povera madre di sette figli, tutti piccoli; la mia salute non è buona, poiché sono malata ai polmoni non leggermente: tanto che dovrò esser ricoverata in sanatorio. Dal 27 gennaio 1944, manca da casa mio marito Paolo Frascà, fu Fortunato, e soltanto da pochi giorni so che egli si trova in Via Tasso, detenuto dalla polizia tedesca. S. Padre, Paolo è l’unico sostegno della famiglia, che poteva vivere con quello che egli ricavava dal suo lavoro di impiegato; ma ora, ora che egli non è con noi i miei figli soffrono la fame ». Il 9 marzo la Santa Sede comunicherà alla signora Frascà di aver compiuto i passi richiesti e Pio XII le assegnerà un sussidio di 1.000 lire. L’azione del Vaticano, però, non sortirà l’effetto sperato: dopo essere stato torturato per due mesi, Frascà viene fucilato alle Fosse Ardeatine.
L’azione del Vaticano passa in particolare attraverso la Commissione Soccorsi, che fa capo a monsignor Giovan Battista Montini, sostituto della Segreteria di Stato, il quale aveva un incarico fiduciario da parte di Pio XII. Le strade per agire erano soprattutto tre: nell’ambito dei rapporti con l’Ambasciata di Germania presso la Santa Sede, altre volte il caso veniva affidato al nunzio in Italia Borgongini Duca, altre volte al padre Pancrazio Pfeiffer, per un intervento diretto con i comandi tedeschi a Roma. Come nel caso di Manlio Gelsomini, arrestato il 13 gennaio 1944. Un passato da atleta, capitano medico di complemento, Gelsomini era a capo della banda partigiana Monte Soratte. Il 14 marzo la madre Sparta fece giungere in Segreteria di Stato la sua lettera: «Mio figlio (…) si trova tuttora in via Tasso. Io non so la gravità dell’accusa, ma qualunque essa sia mi rivolgo a Vostra Santità perché voglia liberarlo e restituirlo alla mia casa. Mio marito è gravemente ammalato per una operazione polmonare ed io sono sola senza nessuno che mi possa dare conforto e aiuto. Non so la ragione che abbia spinto mio figlio a fare ciò essendo egli un giovane onesto e religioso; anzi doveva contrarre matrimonio con una buonissima signorina proprio in quei giorni che fu arrestato. Esplica la sua professione di medico pediatra con coscienza e zelo ammirevole». La terza lettera è datata 23 marzo, il giorno prima dell’eccidio. A scrivere è Isabella Gesmundo, sorella di Gioacchino, esponente comunista attivo nei Gap romani, arrestato il 29 gennaio dalla polizia tedesca e torturato: «Sono vedova con un figlio di 14 anni e mio fratello è per me l’unico appoggio e per il mio ragazzo fa le veci del padre. Nella situazione gravissima in cui si trova mio fratello l’unica speranza che conservo è che l’alto interessamento della Santità Vostra venga a mutare il suo destino». Nella sua disperata lettera Isabella informa che il giorno prima Gioacchino era stato condannato dal Tribunale Speciale alla pena di morte. Lo stesso 23 marzo, anche per raccomandazione di Giulio Andreotti, il quale operava nella Commissione Soccorsi, viene preparata la richiesta di grazia a nome del Papa, che viene inviata al maresciallo Kesselring il 24, stesso giorno dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Appare quindi chiaro che il Vaticano fosse ignaro della rappresaglia ordinata da Hitler. Un lume di speranza era rimasto acceso anche per la famiglia di Aladino Govoni, arrestato il 25 gennaio. Capitano dei Granatieri, era uno degli organizzatori della resistenza armata a Roma. La Segreteria di Stato il 16 febbraio era stata informata dell’arresto. Il 18 febbraio la madre, Teresa, scrive al Papa per chiedere un intervento a favore del figlio, appartenente a Bandiera Rossa, che rischia la fucilazione. Il 21 febbraio interviene il nunzio in Italia, che viene a sapere che Aladino è salvo dalla fucilazione, ma condannato a tre anni di carcere. Non era vero, purtroppo. La mamma Teresa sapeva che non poteva essere liberato, ma sperava che gli fosse risparmiata la vita. Come scriveva nella lettera: «Tutto quanto era umanamente possibile fare per salvare la mia creatura, io l’ho fatto; ma, purtroppo, nessun positivo risultato ho ragionevolmente da attendere dai miei innumerevoli passi. La mia ultima speranza è risposta ora nell’eventuale intervento della Vostra Suprema Autorità morale presso le Autorità Germaniche. Non mi aspetto che mio figlio vada indenne da pene; ma che egli abbia, almeno, salva la vita».
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