La casa dell’Arca dell'Alleanza, scoperta che divide
Il team della società biblica battista che scava a Shiloh sostiene di aver trovato il Tabernacolo, ma altri studiosi, anche israeliani, sono scettici

Una scoperta che riaccende uno dei più grandi enigmi della storia biblica: a Shiloh, antica città di Samaria, nel cuore della Cisgiordania, un team di archeologi statunitensi guidato da Scott Stripling, coordinatore degli scavi condotti dalla Associates for Biblical Reseach (Abr) e docente alla Houston Baptist University, nel Texas, sostiene di aver individuato i resti di una struttura che potrebbe essere collegata al Tabernacolo, il santuario sacro che, secondo l’Antico Testamento, ospitò l’Arca dell’Alleanza prima della costruzione del Tempio di Gerusalemme.
L’ipotesi è stata presentata per la prima volta in forma pubblica nel 2023, in occasione di conferenze accademiche e divulgative negli Stati Uniti, e ha iniziato a circolare più ampiamente nel dibattito scientifico tra il 2024 e il 2025. Nell’agosto scorso, in concomitanza con la conclusione della campagna di scavo e la presentazione di alcuni reperti (tra cui un kobaat, un calice rituale), il dibattito su Shiloh è tornato al centro di un confronto acceso tra archeologi, storici e studiosi della Bibbia. In particolare gli archeologi americani si sono concentrati su un antico ingresso fortificato ricollegabile alla narrazione biblica dell’episodio in cui l’Arca viene catturata dai Filistei e il vegliardo sommo sacerdote Eli muore dopo aver appreso la notizia.
Gli scavi, condotti nell’area di Tel Shiloh a parire dal 2017, hanno portato alla luce una struttura monumentale in pietra, datata all’Età del Ferro I (XII–XI secolo a.C.), un periodo che coincide con la fase storica descritta nei libri di Giosuè e Samuele. Secondo Stripling, l’edificio presenta dimensioni significative, un orientamento est-ovest e una divisione interna in due ambienti che richiamerebbe la distinzione tra il «Luogo Santo» e il «Santo dei Santi» descritta nel libro dell’Esodo. Non si tratterebbe dunque di una semplice costruzione, ma di un complesso con una funzione rituale di primaria importanza.
A rafforzare l’interpretazione cultuale del sito è un dato che ha avuto grande risonanza anche mediatica: il rinvenimento di oltre 100 mila ossa animali, appartenenti prevalentemente a pecore, capre e bovini. Le analisi zooarcheologiche indicano che molte di queste ossa provengono dal lato destro degli animali, un particolare che alcuni studiosi collegano alle prescrizioni contenute nel Levitico, relative alle parti riservate ai sacerdoti durante i sacrifici. In questa prospettiva, Shiloh apparirebbe come un centro di culto di rilevanza «nazionale» per le prime comunità israelitiche.
Il contesto biblico contribuisce a spiegare l’attenzione suscitata dalla scoperta. Shiloh fu una delle città più importanti d’Israele al tempo dei Giudici. E poco dopo l’ingresso nella Terra Promessa al tempo di Giosuè divenne il primo centro religioso stabile degli israeliti, e sede del Tabernacolo che custodì l’Arca dell’Alleanza per diversi secoli. Da qui l’Arca sarebbe stata portata in battaglia contro i Filistei come una sorta di talismano. Secondo la Bibbia, l’oggetto sacro fu catturato dal “popolo del mare” (i Filistei appunto) intorno al 1.050 a.C., dopo la battaglia di Afek. A causa delle calamità che colpirono le loro città, i Filistei la restituirono dopo circa sette mesi. L’Arca tornò così in territorio israelita e fu custodita a Kiryat-Iearim per circa vent’anni. Intorno al 1000 a.C. il re Davide, dopo aver conquistato Gerusalemme e averla resa capitale, fece trasportare solennemente l’Arca nella città, collocandola in una tenda sacra in attesa della costruzione del Tempio che avverrà ad opera di Salomone.
L’Arca dell’Alleanza, segno materiale del patto tra Dio e il popolo d’Israele, secondo il racconto dell’Esodo, fu costruita su ordine divino da Mosè: un cofano di legno d’acacia rivestito d’oro, sormontato da due cherubini. Al suo interno erano conservate le Tavole della Legge con i Dieci Comandamenti, insieme ad altri simboli della presenza divina. Dopo la distruzione del Tempio da parte dei Babilonesi nel 586 a.C., l’Arca scompare dalle fonti storiche. Da allora sono nate molte ipotesi: potrebbe essere stata distrutta, oppure nascosta dai sacerdoti in cunicoli sotterranei sotto il Monte del Tempio. Un’altra tradizione, soprattutto etiope, sostiene che sia stata portata ad Axum, dove verrebbe custodita ancora oggi. In assenza di prove archeologiche, l’Arca resta uno dei più grandi misteri della storia antica.
Proprio la forza simbolica di Shiloh, e la sua importanza per l’Israele antico, rendono il dibattito sui recenti ritrovamenti particolarmente delicato. A favore dell’ipotesi avanzata dal team guidato da Scott Stripling sull’identificazione del sito con il luogo del Tabernacolo, c’è sicuramente la coerenza cronologica. La struttura individuata risale all’Età del Ferro I, lo stesso periodo in cui le fonti bibliche collocano Shiloh come centro religioso degli Israeliti. Un altro elemento considerato significativo è la configurazione architettonica dell’edificio. Le dimensioni, l’orientamento e soprattutto la presenza di una parete interna che divide lo spazio in due ambienti hanno suggerito un parallelo con la descrizione del Tabernacolo nell’Esodo, articolato in un’area sacra e in un’area ancora più riservata.
Molti autorevoli archeologi invitano tuttavia alla prudenza, sottolineando che il Tabernacolo biblico è descritto come una struttura mobile, la tenda sacra «del Convegno» (o dell’Incontro) con Dio, composta in gran parte di legno e tessuti, pensata per essere smontata e trasportata. L’esistenza di fondazioni monumentali in pietra sembrerebbe difficilmente conciliabile con questa descrizione. Il noto archeologo israeliano Israel Finkelstein, che ha condotto scavi a Shiloh tra il 1981 e il 1984, ritiene che «non ci siano prove archeologiche valide del Tabernacolo biblico a Shiloh. Gli scavi mostrano una città con alcune attività cultuali, ma nulla che possa essere collegato direttamente al Mishkan, la “dimora di Dio”, descritta nella Bibbia. Affrontare il sito con l’obiettivo di trovare il Tabernacolo biblico rischia di confermare un’idea preconcetta piuttosto che interpretare le evidenze in modo oggettivo».
La critica di Finkelstein riguarda una questione metodologica centrale. Parte della comunità accademica mette in guardia dal rischio “concordista”, una lettura dei dati che fa del testo sacro la chiave interpretativa dominante. Lo scavo di Shiloh fa parte infatti di una serie di operazioni condotte da istituzioni del mondo protestante americano in Terra Santa con l’obiettivo di dimostrare la veridicità storica della Bibbia. E lo stesso Stripling non fa mistero di questo approccio: «C’è chi dice che la Bibbia non sia affidabile. Noi l’abbiamo trovata molto affidabile. La prendiamo sul serio come documento storico. In ogni caso Shiloh resta il più grande puzzle del mondo». In questo contesto il confine tra ricostruzione storica e interpretazione teologica può diventare sottile, soprattutto nei Territori occupati della Cisgiordania, dove l’archeologia finisce per essere usata in chiave politica, per affermare il possesso della terra. Accanto all’area di scavo sorge non a caso un popoloso insediamento di coloni ebrei.
Le analisi del materiale scavato sono in corso e richiederanno del tempo. Certamente i dati emersi finora offrono nuove importanti informazioni sul culto israelita delle origini, ma ricordano anche quanto sia complesso trasformare un racconto sacro in una certezza archeologica. Il puzzle di Shiloh, almeno per ora, resta sospeso tra fede, storia e archeologia.
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