Jón Kalman Stefánsson: «Scrivo per scoprire se Dio esiste»

Lo scrittore islandese nel suo ultimo romanzo rievoca i suoi dieci anni, in vacanza con i nonni, e le prime domande sul senso dell’essere
January 22, 2026
Jón Kalman Stefánsson: «Scrivo per scoprire se Dio esiste»
Jón Kalman Stefánsson / Bianca Rizzi
Il ricordo di un’estate in Norvegia dai nonni, a dieci anni, quando «il mondo è pieno di meraviglia e il tempo non ha ancora un nome» è il punto di partenza di Varie cose sulle sequoie e sul tempo (Iperborea, pagine 296, euro 19,50) il romanzo appena uscito dell’islandese Jón Kalman Stefánsson, autore molto letto in Italia, sia per i libri di poesia (La prima volta che il dolore mi salvò la vita) che di narrativa (La tua assenza è tenebra, Il mio sottomarino giallo).
Partendo dal dato autobiografico, come ha mescolato ricordi e invenzione?
«So che sembra che io scriva spesso della mia vita, dei miei ricordi, della mia storia familiare. Ma allo stesso tempo non è così. Uso parti della mia vita come uno spunto per alimentare ciò di cui scrivo. Ma poi la narrativa prende il sopravvento. Quando ho iniziato a scrivere Varie cose sulle sequoie e sul tempo volevo usare materiale dalla mia vita, ma allo stesso tempo non mi interessava avere me stesso, la mia famiglia, come soggetto principale. E solo quando, in un certo senso, mi sono allontanato da ciò che era successo nella mia vita, e ho cercato di descrivere i miei nonni non per come li ricordavo ma creando nuovi personaggi basati su di loro, allora tutto ha iniziato a cantare...».
Oggi come vede quel bambino, che cercava “il fulgore dell’avventura”?
«Questo bambino del romanzo è ancora dentro di me, borbotta sempre qualcosa, e a volte il suo borbottio influenza ciò che scrivo, e allora sento come se il passato mi stesse parlando, ma probabilmente non saprò mai se è la mia voce, la mia infanzia, che mi parla, o se è qualcos’altro; forse un mix di tutto ciò che ho vissuto e di tutto ciò che ho letto. Se è così, allora si può dire che questa voce che a volte mi parla dal mio passato, è anche il passato di tutta l’umanità».
«Nonna e nonno. Due parole che ti sanno consolare come una religione, come le sequoie». I nonni sono fondamentali per la formazione del giovane protagonista, e del resto la loro presenza ritorna in vari suoi libri. È un tema importante per lei?
«Mi rendo conto solo ora che il nonno del libro aveva la mia età di oggi. Al tempo del romanzo, negli anni Settanta, tutta la società pensava che quando si avevano più di quarant’anni si stesse invecchiando. Ma il tempo è qualcosa di molto diverso quando sei bambino. A dieci anni, pensi che tutti quelli che hanno più di trenta, quarant’anni abbiano sicuramente vissuto un tempo incredibilmente lungo e quindi debbano sapere più o meno tutto ciò che c’è da sapere. E a volte è importante per noi, sia da bambini, ma anche da adulti, avere qualcuno su cui contare, per la saggezza dell’età. Spesso, se sei fortunato, sono i tuoi nonni, e ti senti un po’ più sicuro sapendo che sono lì; più tardi scopri che forse non sapevano così tanto, ed erano persi nella vita quanto te – ma era il loro amore a guidarti o confortarti. Mi chiedo spesso perché per molti di noi, quando invecchiamo, Dio e le religioni svolgano il ruolo dei nonni della nostra giovinezza. Facciamo affidamento sulla saggezza di Dio, sperando che Lui ci ami, che ci aiuti nei nostri problemi, nella nostra agonia, e cerchiamo di non pensare che, come ha detto Tom Waits in Road to peace: “Forse Dio stesso è perso e ha bisogno di tutto il nostro aiuto”».
Un altro tema ricorrente nei suoi libri è quello dei Beatles, che qui segnano forse il superamento dell’infanzia.
«I Beatles mi hanno seguito attraverso alcuni dei miei libri, è vero, a dimostrazione del fatto che devono aver avuto un ruolo importante nella mia vita. La loro musica, ovviamente, ha cambiato così tante cose nella cultura, che possiamo quasi dividere la storia dell’umanità in prima e dopo i Beatles. Ma per me, da bambino, l’amicizia che c’era tra loro era altrettanto importante della loro musica. E sono certo che la loro amicizia abbia giocato un ruolo non secondario nella loro fama, nella loro importanza. Abbiamo tutti bisogno di quel tipo di amicizia, la sogniamo se non la abbiamo, e quando questo fascino dell’amicizia si aggiunge a una musica meravigliosa, i nostri cuori si sciolgono. La potenza e la qualità della loro musica, il fascino dell’amicizia, sono stati molto più importanti per il nostro battito cardiaco, i nostri sogni, i nostri ricordi, di tutta la politica, di tutte le banche. Una specie di miracolo. Perché non scriverne?».
Il tema religioso e spirituale è spesso presente, qui come in altri suoi libri, potrebbe approfondire questo aspetto?
«Il mio primo libro, nel 1988, era una raccolta di poesie, alcune sulla religione, in particolare su Gesù Cristo; una poesia, ad esempio, su Lazzaro. Nel mio primo romanzo, Ditches in rain , pubblicato nel 1996, c’è un contadino che ha ripreso il lavoro del padre, ovvero leggere la Bibbia e lavare via tutte le parole che non provengono direttamente da Dio; e poi pubblicarla. E veniamo a sapere che sarà un libro molto sottile. Quindi, è un argomento che ho in testa da molto tempo, in effetti, da quando ho memoria. La domanda su Dio, Gesù, la fede in generale, la morte, il senso della vita, non mi dà tregua fin da quando ero bambino, e non è esagerato dire che questa ricerca è al centro di tutte le mie opere. Quando ho iniziato a scrivere, per qualche ragione ero certo che scrivendo avrei scoperto se Dio esiste, e se esiste; come descriverlo? Ci sto ancora provando, sono ancora quasi convinto di riuscirci. Ma forse più che rispondere è importante aprire delle porte con le domande. Ho letto molti libri su chi ha scritto la Bibbia, chi era il Gesù storico, come affrontare tutte le contraddizioni della Bibbia, eccetera, ma penso anche che sia importante cercare di comprendere il messaggio interiore insito nella Bibbia, il libro più venduto al mondo, che ha influenzato quasi ogni aspetto della nostra cultura. Forse non ci rendiamo conto dell’enorme impatto che autori e pensatori come Agostino hanno avuto su di noi, e che figure di grande influenza nella storia iniziale della Chiesa, come lui e Girolamo, hanno plasmato la nostra cultura in senso positivo, ma anche, e purtroppo, negativo, e talvolta oscuro. L’ostilità di Girolamo verso le donne, ad esempio, ha riecheggiato in tutta la storia, e si può vedere anche nelle parole di un pensatore molto influente come san Tommaso d’Aquino, che definì le donne “uomini illegittimi”. Temo che quelle voci siano ancora radicate nella nostra cultura, in agguato, come un’oscurità. Ed è una delle cose contro cui combatto sempre nei miei scritti».

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