Elena, storia e leggenda dell’imperatrice santa
La storica Canella esamina la figura della madre di Costantino. La sua “invenzione” della Terra Santa trasforma lo spazio della vicenda evangelica in una geografia sacra stabile, inscrivendo la storia cristiana nella topografia dell’impero

Ci sono figure che la storia non riesce a trattenere dentro i confini severi del documento. Sfuggono, si moltiplicano nei racconti, diventano modelli esemplari prima ancora di trovare una forma stabile di memoria. Elena, madre di Costantino, appartiene a questa categoria: concubina, per alcuni; imperatrice madre venerata come santa, per altri; protagonista del ritrovamento della Vera Croce e, di fatto, “inventrice” della Terrasanta cristiana, per altri ancora. Donna in cui devozione, politica e rappresentazione s’intrecciano fino a rendere impossibile separare nettamente l’esperienza storica dalla costruzione simbolica. In Il viaggio di Elena. Donne, potere e devozione nell’età di Costantino (Carocci, pagine 268, euro 28,00), Tessa Canella, professoressa associata di Storia del Cristianesimo alla Sapienza di Roma, ne affronta il profilo, restituendole, con rigore storico e ambizione interpretativa, una profondità spesso trascurata.
Articolato in cinque capitoli – dalle origini oscure al mito dell’inventio crucis –, seguiti da un epilogo dedicato all’elaborazione postuma della sua santità, il libro dialoga con gli studi sulla memoria – in particolare, con la categoria di “memoria culturale” coniata da Jan e Aleida Assmann, assunta come chiave interpretativa dell’intero percorso –, applicati con intelligenza all’età costantiniana, mostrando come la verità storica non sia fatta solo di eventi, ma anche di narrazioni capaci di dare senso a quegli eventi. A colpire è, innanzitutto, il metodo: limitarsi a distinguere tra ciò ch’è “storico” e ciò ch’è “leggendario” non basta a restituire la complessità della tradizione: «Il profilo di Elena non si lascia imprigionare dalle definizioni univoche, dai perimetri certi; esso sembra anzi sfuggire alle maglie della storia per sconfinare nelle praterie della favola». In Elena, insomma, storia e leggenda s’intrecciano fin dal principio, rendendo inestricabile il rapporto tra il dato documentario e la narrazione che lo amplifica.
Per questo, l’autrice parla di “archeologia del mito”: non per smontare il racconto, ma per capire come si costruisce l’immagine. Canella analizza tutti dati disponibili, ma soprattutto chiarisce il contesto: l’epoca di Costantino è un momento di trasformazione radicale, in cui l’impero cerca un nuovo fondamento religioso e politico. In questo processo, le donne di corte tornano a essere visibili e importanti. Elena non è una personalità marginale, ma parte integrante della nuova compagine dinastica. Le fonti la presentano in modi diversi: madre esemplare, donna devota, talvolta sospettata d’intrighi o di simpatie dottrinali controverse. Siamo di fronte, insomma, a una “figura del ricordo”: un personaggio su cui si proiettano modelli culturali diversi: dalla matrona romana alla regina biblica. Tale pluralità è sin da subito parte della costruzione mitopoietica.
Allo stesso modo, il viaggio in Oriente compiuto negli anni venti del IV secolo assume sfaccettature diverse. Semplice pellegrinaggio? Un gesto personale di devozione? Un itinerario diplomatico? Canella suggerisce che sia stato molto di più: recarsi nella terra che aveva visto compiersi la Salvezza, identificare la grotta della Natività, il Santo Sepolcro, il Monte degli Ulivi significava trasformare lo spazio della vicenda evangelica in una geografia sacra riconoscibile e stabile, inscrivendo la storia cristiana all’interno della topografia sacra dell’impero. Il viaggio di Elena, insomma, avrebbe fatto da spartiacque. Si trattò di «una rivoluzione culturale innanzitutto, e geopolitica, destinata non solo a trasformare i presupposti teologici fino ad allora veicolati dalla grande Chiesa, ma, di più, a traghettare l’impero verso il riconoscimento di una nuova geografia sacra, che avrebbe incrementato la circolazione di donne, uomini e oggetti, e di una nuova simbologia del potere».
Prima del IV secolo, i luoghi della vita di Gesù non possedevano ancora quella definizione monumentale e simbolica che oggi diamo per scontata. Fu proprio in quegli anni che la memoria evangelica venne progressivamente “localizzata”, fissata in edifici, santuari e percorsi di pellegrinaggio. Se, dunque, a Costantino spetta la svolta istituzionale e dottrinale, a Elena è da attribuire la dimensione concreta della nuova fede. In questo quadro, l’inventio crucis – il ritrovamento della Croce – assume un significato decisivo: non tanto un episodio devoto, ancorché raccolto da leggende tardive, ma un simbolo potente, capace di rendere visibile il legame tra Dio e l’impero. Canella mostra con chiarezza come la leggenda non sia un semplice abbellimento successivo, bensì una parte essenziale del modo in cui l’impero cristiano pensava sé stesso.
Attribuire questa scoperta alla madre dell’imperatore non faceva altro che rafforzare la legittimazione religiosa del potere. Ne emerge una riflessione più ampia sul rapporto tra genere e autorità, su come il potere femminile venga narrato, contenuto o esaltato attraverso dispositivi simbolici e teologici: la santità diventa il linguaggio attraverso cui rendere legittima la presenza muliebre nello spazio del potere, mentre la tradizione agiografica trasforma un ruolo politico in un modello spirituale destinato a durare nei secoli. Non sorprende, allora, che la sua figura abbia continuato a trasformarsi nel tempo, assumendo di volta in volta nuove funzioni simboliche e politiche. Come nota l’autrice, «dal profilo prismatico che le fonti ci restituiscono, emerge l’immagine di una donna perfettamente consapevole del ruolo assegnatole dalla storia, la quale, pur rimanendo in dialogo con i modelli femminili più tradizionali e rassicuranti, seppe a suo modo essere rivoluzionaria». Il viaggio di Elena è un saggio brillante, che non pretende di risolvere ogni enigma, offrendo, piuttosto, una lettura nuova – e convincente – d’un momento cruciale della prima vicenda cristiana. In un tempo in cui religione, memoria e identità tornano a intrecciarsi nel dibattito pubblico, la storia di Elena ci ricorda quanto antica e complessa sia questa relazione.
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