Halldór Laxness e la fede ritrovata: l’ultima pagina del Nobel islandese
di Andrea Galli
Il grande scrittore si convertì al cattolicesimo per poi allontanarsene. Ma è poco noto il suo percorso spirituale: don Rolland, che lo accompagnò negli ultimi anni, svela particolari inediti

Il nome di Halldór Laxness (1902–1998), probabilmente il più grande scrittore islandese del Novecento, certamente il più celebre, premio Nobel per la letteratura nel 1955, è tornato in primo piano nel dibattito culturale nel Paese dei ghiacciai e dei vulcani. Tutto è iniziato il 10 ottobre 2025, quando “Morgunblaðið”, il principale quotidiano islandese, ha pubblicato due articoli che, raccogliendo testimonianze di insegnanti e reazioni del mondo culturale, hanno portato all’attenzione pubblica il crescente abbandono di Laxness nelle scuole: sempre meno studenti lo leggono e, in alcuni casi, gli stessi docenti rinunciano a proporlo perché ritenuto troppo impegnativo, anche a causa del generale calo delle competenze linguistiche che rende più arduo affrontare testi complessi. Nel giro di pochi giorni la questione è diventata un caso nazionale: il ministro della Cultura, Lilja Dögg Alfreðsdóttir, ha annunciato una verifica sui programmi scolastici. Laxness è così diventato il simbolo di una preoccupazione più ampia: la trasmissione della lingua e dell’identità culturale islandese. Il dibattito si è diviso tra allarmisti e normalizzatori e si è, per ora, ricomposto con un intervento del 18 marzo scorso ancora su “Morgunblaðið”, che ha spostato l’attenzione dal problema del “se” leggere Laxness a quello del “come” insegnarlo. In tutto questo parlare attorno allo scrittore e al suo lascito, non è però mai stato ricordato un dato che, se è trascurato in patria, è spesso ignorato fuori dall’Islanda: il suo cattolicesimo. O meglio, è noto che l’autore di Gente indipendente e La campana d’Islanda – due dei suoi romanzi più importanti, disponibili in italiano insieme a diversi altri titoli grazie all’editrice Iperborea – incontrò il cattolicesimo da giovane, anche grazie alla lettura dello scrittore danese convertito Johannes Jørgensen. Dopo una fase di adesione intensa, però, se ne distaccò, orientandosi verso un umanesimo secolare e verso gli ideali del socialismo, con una certa simpatia per l’Unione Sovietica. Quello che le sintesi biografiche raramente ricordano, però, è che Laxness tornò alla fede e morì da cattolico convinto. Anche la più importante biografia dell’autore, quella pubblicata nel 2008 da Halldór Guðmundsson, liquida questo aspetto in poche righe. Un vuoto che monsignor Jakob Rolland, 72 anni, sacerdote di origine alsaziana, in Islanda da oltre quarant’anni e attuale cancelliere della diocesi di Reykjavik, aiuta a colmare.
Monsignor Rolland, perché di questo ritorno alla fede di Laxness si parla così poco?
«Perché a chi si occupa di lui interessa poco. Laxness ricevette un’educazione cristiana da bambino, soprattutto grazie alla nonna. A ventun anni si convertì al cattolicesimo, entrando in contatto con i benedettini nel monastero di Clervaux, in Lussemburgo. Per un periodo pensò anche di diventare monaco, ma era pur sempre un islandese e amante della vita. Viaggiò molto, andò in America, scoprì Hollywood e il mondo gli apparve più attraente della Chiesa. Si orientò politicamente a sinistra, fino ad avvicinarsi al comunismo, e scrisse anche un libro, intorno al 1930, per spiegare perché abbandonava la fede cristiana».
«Perché a chi si occupa di lui interessa poco. Laxness ricevette un’educazione cristiana da bambino, soprattutto grazie alla nonna. A ventun anni si convertì al cattolicesimo, entrando in contatto con i benedettini nel monastero di Clervaux, in Lussemburgo. Per un periodo pensò anche di diventare monaco, ma era pur sempre un islandese e amante della vita. Viaggiò molto, andò in America, scoprì Hollywood e il mondo gli apparve più attraente della Chiesa. Si orientò politicamente a sinistra, fino ad avvicinarsi al comunismo, e scrisse anche un libro, intorno al 1930, per spiegare perché abbandonava la fede cristiana».
Eppure qualcosa rimase dentro di lui.
«Sì, certamente. Visitò tra l’altro l’Unione Sovietica e la Cina di Mao e credo che queste esperienze lo abbiano aiutato, col tempo, a prendere le distanze dall’ideologia comunista, vedendone la realtà. Un episodio significativo avvenne dopo il conferimento del Premio Nobel nel 1955. Un cattolico islandese si trovava a Roma, nella Basilica di San Pietro, in preghiera sulla tomba dell’Apostolo. A un certo punto vide Laxness lì vicino. Si avvicinò con discrezione e gli toccò la spalla. Laxness si voltò, un po’ sorpreso, e per giustificarsi disse qualcosa sulla statua di san Pietro e sull’usanza di toccarne il piede. Era evidente che si vergognava ancora di mostrarsi credente, ma la sua fede non era del tutto scomparsa».
«Sì, certamente. Visitò tra l’altro l’Unione Sovietica e la Cina di Mao e credo che queste esperienze lo abbiano aiutato, col tempo, a prendere le distanze dall’ideologia comunista, vedendone la realtà. Un episodio significativo avvenne dopo il conferimento del Premio Nobel nel 1955. Un cattolico islandese si trovava a Roma, nella Basilica di San Pietro, in preghiera sulla tomba dell’Apostolo. A un certo punto vide Laxness lì vicino. Si avvicinò con discrezione e gli toccò la spalla. Laxness si voltò, un po’ sorpreso, e per giustificarsi disse qualcosa sulla statua di san Pietro e sull’usanza di toccarne il piede. Era evidente che si vergognava ancora di mostrarsi credente, ma la sua fede non era del tutto scomparsa».
E negli ultimi anni della vita?
«Un suo amico, cattolico devoto, che aveva mantenuto i contatti con lui, lo aiutò a riavvicinarsi alla Chiesa. In quel periodo venne riscoperto un suo manoscritto giovanile, Dagar hjá múnkum (“Giorni tra i monaci”), scritto durante il soggiorno a Clervaux. Era andato perduto e fu ritrovato a Copenaghen tra i documenti di un’altra persona. Laxness accettò di pubblicarlo: era uno scritto giovanile, ma uscì solo molti anni dopo, quando ormai era anziano. Io fui coinvolto nella revisione e fu così che entrammo in contatto».
«Un suo amico, cattolico devoto, che aveva mantenuto i contatti con lui, lo aiutò a riavvicinarsi alla Chiesa. In quel periodo venne riscoperto un suo manoscritto giovanile, Dagar hjá múnkum (“Giorni tra i monaci”), scritto durante il soggiorno a Clervaux. Era andato perduto e fu ritrovato a Copenaghen tra i documenti di un’altra persona. Laxness accettò di pubblicarlo: era uno scritto giovanile, ma uscì solo molti anni dopo, quando ormai era anziano. Io fui coinvolto nella revisione e fu così che entrammo in contatto».
Quindi il suo ritorno alla fede si consolidò?
«Sì. La sua fede si risvegliò progressivamente. Partecipava anche alla Messa e, nel 1989, durante il viaggio apostolico di Giovanni Paolo II a Reykjavik, salutò personalmente il Papa. Da quel momento si può dire che il suo ritorno alla fede cattolica fosse ormai compiuto. Negli ultimi tempi fu assistito anche da una suora irlandese, che gli donò una piccola statua della Vergine Maria, di plastica, senza alcun valore materiale. Un tempo Laxness avrebbe forse deriso un oggetto del genere, considerandolo kitsch. Ma allora no: la teneva sempre accanto al letto. Il giorno prima della sua morte gli amministrai il sacramento dell’Unzione degli infermi. Era ormai in agonia. Ricordo che teneva gli occhi fissi su quella piccola statua della Madonna. Morì il giorno seguente, guardandola. Credo che quella statuina sia ancora conservata nella sua casa, che è stata trasformata in museo: alcuni visitatori mi hanno detto di averla vista».
«Sì. La sua fede si risvegliò progressivamente. Partecipava anche alla Messa e, nel 1989, durante il viaggio apostolico di Giovanni Paolo II a Reykjavik, salutò personalmente il Papa. Da quel momento si può dire che il suo ritorno alla fede cattolica fosse ormai compiuto. Negli ultimi tempi fu assistito anche da una suora irlandese, che gli donò una piccola statua della Vergine Maria, di plastica, senza alcun valore materiale. Un tempo Laxness avrebbe forse deriso un oggetto del genere, considerandolo kitsch. Ma allora no: la teneva sempre accanto al letto. Il giorno prima della sua morte gli amministrai il sacramento dell’Unzione degli infermi. Era ormai in agonia. Ricordo che teneva gli occhi fissi su quella piccola statua della Madonna. Morì il giorno seguente, guardandola. Credo che quella statuina sia ancora conservata nella sua casa, che è stata trasformata in museo: alcuni visitatori mi hanno detto di averla vista».
Come fu il suo funerale?
«Fu un evento nazionale, celebrato nella cattedrale cattolica. Lo presiedetti io. Venne trasmesso in televisione e fu seguito da circa 150mila persone, cioè più della metà della popolazione islandese dell’epoca».
«Fu un evento nazionale, celebrato nella cattedrale cattolica. Lo presiedetti io. Venne trasmesso in televisione e fu seguito da circa 150mila persone, cioè più della metà della popolazione islandese dell’epoca».
In fondo, la fede cattolica di Laxness, per quanto possa apparire singolare in un Paese come l’Islanda, richiama una dimensione profonda della sua storia: l’isola fu abitata da monaci irlandesi prima ancora dell’arrivo dei vichinghi e il cattolicesimo ebbe un ruolo centrale nella formazione della sua identità.
«Sì, e con l’aiuto della Chiesa cattolica gli islandesi svilupparono una cultura di cui sono orgogliosi. Basti pensare ai manoscritti medievali: in Svezia non ce n’è praticamente nessuno, in Norvegia pochi, in Danimarca alcune decine, mentre in Islanda se ne conservano più di mille. E gli islandesi parlano ancora oggi una lingua molto vicina a quella delle antiche saghe: io posso leggere un manoscritto del XII secolo quasi come leggo il giornale. Sono orgogliosi di questo, perché non hanno molto altro che renda il Paese “importante”: poca industria, pochi abitanti, scarso peso politico o finanziario. La cultura è la loro vera ricchezza. Non solo: si può dire che alcuni dei più grandi autori islandesi appartengano alla tradizione cattolica. Snorri Sturluson (1179-1241), autore dell’Edda in prosa, che ha conservato i miti nordici. Poi Jón Sveinsson (1857-1944), noto come “Nonni”, che divenne addirittura gesuita, celebre per i suoi racconti ispirati alla sua infanzia in Islanda, tradotti in decine di lingue e per lungo tempo tra gli autori islandesi più letti all’estero. E infine Halldór Laxness».
«Sì, e con l’aiuto della Chiesa cattolica gli islandesi svilupparono una cultura di cui sono orgogliosi. Basti pensare ai manoscritti medievali: in Svezia non ce n’è praticamente nessuno, in Norvegia pochi, in Danimarca alcune decine, mentre in Islanda se ne conservano più di mille. E gli islandesi parlano ancora oggi una lingua molto vicina a quella delle antiche saghe: io posso leggere un manoscritto del XII secolo quasi come leggo il giornale. Sono orgogliosi di questo, perché non hanno molto altro che renda il Paese “importante”: poca industria, pochi abitanti, scarso peso politico o finanziario. La cultura è la loro vera ricchezza. Non solo: si può dire che alcuni dei più grandi autori islandesi appartengano alla tradizione cattolica. Snorri Sturluson (1179-1241), autore dell’Edda in prosa, che ha conservato i miti nordici. Poi Jón Sveinsson (1857-1944), noto come “Nonni”, che divenne addirittura gesuita, celebre per i suoi racconti ispirati alla sua infanzia in Islanda, tradotti in decine di lingue e per lungo tempo tra gli autori islandesi più letti all’estero. E infine Halldór Laxness».
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