Artemis e la Luna: siamo ancora fatti per l’infinito

Il ritorno di una missione spaziale con equipaggio destinata a osservare da vicino il nostro satellite suona oggi come un invito all’umanità per alzare lo sguardo. E riveder le stelle
April 1, 2026
Artemis e la Luna: siamo ancora fatti per l’infinito
Artemis II sulla rampa di lancio
«In principio Dio creò il cielo/ e la terra, poi nel suo giorno/ esatto mise i luminari in cielo/ e al settimo giorno si riposò/ Dopo miliardi di anni l’uomo,/ fatto a sua immagine e somiglianza,/ senza mai riposare, con la sua/ intelligenza laica,/ senza timore, nel cielo sereno/ d’una notte d’ottobre,/ mise altri luminari uguali/ a quelli che giravano/dalla creazione del mondo. Amen». Così scriveva Salvatore Quasimodo nel 1958. Quell’amen finale, quel ci credo, ci scommetto, è il criterio con cui leggere tutta la lirica, con cui interpretare, ieri e oggi, la nostra corsa verso lo spazio.
Sì, perché lo stiamo rifacendo, siamo in viaggio su una piccola navicella per solcare il cosmo e raggiungere la più affascinante delle mete: colei che, risplendendo della luce del Sole, ci ricorda che siamo noi stessi immagine e somiglianza di un Dio che è luce e che ci invita a risplendere. Risplendere nel nostro ingegno, nel nostro desiderio di esserci, di andare oltre, di abbracciare l’infinito.
Dal Kennedy Space Center, in Florida, Artemis II punta dritta verso la Luna: il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover, prima persona di colore, la specialista di missione Christina Koch, prima donna, e Jeremy Hansen, canadese, primo non americano, volano insieme. Una missione da primato e di primati, compresa la distanza di circa 7.500 chilometri dal lato nascosto del nostro satellite che ne fa l’equipaggio umano che si spingerà più lontano nello spazio profondo.
Ma tutto questo deve essere compreso alla luce del presente che è fatto di tanta geopolitica, con la Cina che corre anch’essa verso la Luna e il bisogno dei governi di dirsi padroni non solo della terra ma anche del cielo. Il contesto internazionale fa perdere subito quota al volo. Non tecnicamente ma simbolicamente, perché rischia di togliere quella patente universale che trasforma un’impresa nazionale in un fatto umano. Il programma Artemis era nato come un cantiere internazionale, ma nel breve periodo sembra ripiegare su sé stesso, assumendo i contorni meno affascinanti di una conquista solo Usa. E quando la Luna torna a essere una bandiera smette di essere un orizzonte.
In questa permanente adolescenza umana fatta di ripicche e capricci, di rivalità e di ormoni, la corsa allo spazio, quando è abitata da persone, può tuttavia ancora essere una benedizione di umanissima adultità per tutti. Siamo capaci dell’infinito, siamo capaci di leggere il cosmo, cavalcarne le leggi, addomesticarne le forze. In un tempo dove valgono le narrazioni più che la vita autentica, i profili dei social più che i comuni destini, possiamo aggrapparci a quel razzo che va verso la Luna per rialzare lo sguardo dai nostri schermi e dal nostro ombelico e riabbracciare un orizzonte che ci stupisca, una consapevolezza che ci affratelli, un desiderio che ci elevi. Oggi tutto va dimostrato ed esiste solo quanto è soppesabile. Tornare sulla Luna ci dice che al di là di ogni possibile peccato, originale o meno, noi siamo creati per vedere l’infinito prima ancora che tentare di ridurlo in cifre. Siamo redenti per contemplare l’Assoluto e dunque esplorare il cosmo, che è ordine fatto per riconoscerne la firma.
Quasimodo scriveva che l’essere umano è ancora quello della pietra e della fionda, con la sua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. È drammaticamente vero, e diventa così subito sera, ma è anche vero che solo nella notte si può vedere la volta celeste. God speed Artemis, aiutaci a uscire a rivedere le stelle.

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