L'America sta ripetendo con l'Iran gli stessi errori commessi con gli Houthi
La Casa Bianca sembra non aver imparato nulla dalla campagna di bombardamenti condotta un anno fa in Yemen: sottovalutazione del nemico, messaggi contraddittori, alti costi militari sono elementi comuni nelle due missioni. E trovare una via d'uscita resta difficile

Il modo in cui gli Stati Uniti stanno conducendo la guerra all’Iran somiglia, per comunicazione e soprattutto strategia, a come l’Amministrazione Trump ha gestito, un anno fa, la campagna di bombardamenti contro gli Houthi in Yemen. Ovvero sottovalutazione del nemico, del suo territorio e della complessità della guerra, uso massiccio, dispendioso e poco efficace della forza militare, iperboli comunicative e messaggi contraddittori. E l’affannosa ricerca di una via d’uscita ma l’Iran, come stato e nazione, non è gli Houthi.
Esattamente un anno fa, l’amministrazione Trump era impegnata nell’operazione “Rough Rider” (“Domatore di cavalli selvaggi”): l’obiettivo era fermare gli attacchi degli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran, contro le navi commerciali nel Mar Rosso. Da subito i bombardamenti erano stati intensi: Trump aveva promesso di «annichilire» e «disintegrare» il movimento armato yemenita, avviando (come prima fece Biden su scala più ridotta) una campagna unilaterale e priva di autorizzazione del Congresso. Il copione che si è poi ripetuto con l’Iran. Il presidente americano scriveva che «danni tremendi» erano stati inflitti «ai barbari Houthi», che erano infatti oggetto di estesi bombardamenti, con la distruzione anche di infrastrutture civili a Sanaa, Hodeida e l’uccisione di alcuni ufficiali medi.
Il gruppo, però, non dava segni di cedimento strutturale. Un po’ come la Repubblica islamica oggi. Settimana dopo settimana, i costi della campagna americana per “domare” gli Houthi lievitarono, oltrepassando un miliardo di dollari, con i miliziani yemeniti che riuscirono ad abbattere almeno sette droni statunitensi continuando, peraltro, a lanciare attacchi contro le forze americane, le navi nel Mar Rosso e Israele. I tempi dell’intervento cominciarono ad allungarsi oltre il previsto, rischiando di assomigliare alle “guerre senza fine” invise al presidente. Da lì i tentativi americani per uscire dal pantano Yemen. «Possiamo continuare a lungo l’operazione» scandì Trump a fine marzo 2025 aggiungendo, però, che gli Houthi ormai volevano la pace.
L’exit-strategy già prendeva forma: 52 giorni e oltre 1.100 bombardamenti dopo, gli Stati Uniti annunciarono la fine della campagna e il cessate il fuoco perché, disse Trump, gli Houthi «non vogliono più combattere». La formula dell’accordo fu: stop ai bombardamenti americani in cambio della fine degli attacchi Houthi alle sole navi americane. Di fronte alle difficoltà che aveva sottovalutato, l’amministrazione Usa ridimensionò i suoi obiettivi in Yemen pur di riportare jet e navi, il prima possibile, a casa. Forse gli stessi pensieri attraversano ora Trump sull’Iran, con l’ipotesi di chiudere la guerra pur senza aver riaperto, per tutti, Hormuz. In fondo, nel 2025 sia gli Houthi che Washington poterono presentare il cessate il fuoco come una vittoria.
Compromesso che entrambe le parti hanno fin qui rispettato, sebbene la navigazione commerciale nel Mar Rosso non sia più tornata ai livelli pre-crisi e gli Houthi, prima del cessate il fuoco a Gaza, abbiano di nuovo affondato due navi. Ieri in Yemen come oggi in Iran, gli Stati Uniti di Trump si trovano davanti al paradosso dei conflitti contemporanei: la forza militare non è decisiva se dall’altra parte lo sfidante ha, dalla sua, leve asimmetriche e il tempo. Anzi, la forza militare “obbliga” chi la esprime a “dover vincere” agli occhi degli elettori, degli alleati e persino dei rivali, anche quando ciò non è possibile o definitivo. Un anno fa, gli Stati Uniti terminarono i bombardamenti in Yemen mentre gli Houthi attaccavano ancora Israele, alleato degli americani. La storia potrebbe forse ripetersi oggi, se Washington uscisse dal conflitto prima che Hormuz torni navigabile per tutti: ciò lascerebbe altri alleati, le monarchie del Golfo, in balia degli eventi e forse dei droni.
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