L'italiano di Fantozzi, un successo pazzesco

di Ilaria Fiorentini
La lingua dei personaggi creati da Paolo Villaggio si è radicata in profondità e 50 anni dopo è stabile e vitale. La sua fortuna? La capacità di deformare il quotidiano
April 1, 2026
L'italiano di Fantozzi, un successo pazzesco
Una scena di "Fantozzi", 1975 / ANSA
Il Collegio Ghislieri di Pavia, al termine di una settimana di eventi tra teatro, cinema e incontri di studio dedicati alla figura e all’eredità culturale del ragionier Fantozzi, organizza oggi un pomeriggio di studi sulla lingua e sull’immaginario fantozziano. Pubblichiamo in questa pagina una sintesi dell’intervento di Ilaria Fiorentini, docente di Sociolinguistica all’Università di Pavia.
In un’intervista a “La Stampa” per i 40 anni dal primo Fantozzi (del 1975, diretto da Luciano Salce), Paolo Villaggio notava che, nei film, «la cosa più nuova era il linguaggio», ricordando anche Fellini gli aveva detto: «Paolino, tu hai ampliato e modificato la lingua italiana». Nel 2018 viene registrato come neologismo dall’Enciclopedia Treccani fantozzismo, sostantivo maschile etichettato come “scherzoso”, la cui definizione recita: «Atteggiamento o comportamento tipico del ragionier Ugo Fantozzi, personaggio interpretato da Paolo Villaggio, che rappresenta un assortimento di vizi italiani». Il termine, insieme all’aggettivo fantozziano e al sostantivo fantozzi, entra quindi tra le parole che l’italiano contemporaneo ha ereditato dall’universo creato da Paolo Villaggio a partire dai libri e, in seguito, dai film: un universo che, a livello linguistico, appare ancora oggi ben stabile e vitale nell’immaginario e nella lingua di italiani e italiane, e di cui vedremo di seguito una panoramica, necessariamente parziale.
Partiamo dai nomi. Come detto, fantozzi (con la minuscola) è attestato con uso antonomastico col significato di (secondo Treccani) «uomo incapace, goffo e servile, che subisce continui fallimenti e umiliazioni, portato a fare gaffe e a sottomettersi ai potenti»: oggi mi sento proprio un fantozzi, i fantozzi della politica. L’espressione è ancora ben presente nell’uso: se leggiamo “Io stesso sono un Fantozzi in carriera. Ho la nuvola dell’impiegato e un collega alla Filini” (esempio reale tratto dal web), siamo immediatamente in grado di ricostruire il significato e le sfumature di tutte le figure evocate. Allo stesso modo, sono ancora presenti i nomi il già citato Filini, signora Pina e Mariangela, quest’ultimo talvolta usato come sinonimo di bruttezza estrema: “diamole tutte le attenuanti del caso, alla Mariangela Fantozzi del mondo automobilistico” (altro esempio reale da un forum online in cui si discute di automobili).
Un ulteriore aspetto persistente della lingua di Fantozzi riguarda l’esagerazione, sia, per così dire, verso l’alto, sia verso il basso. Sono infatti frequenti, nella varietà fantozziana, due strategie di grado opposto: l’iperbole e l’attenuazione. Nel primo caso abbiamo accrescitivi di vario tipo, forme il cui significato viene amplificato tramite aggettivi (tragico, abissale, allucinante) o avverbi (mostruosamente), che funzionano come veri e propri intensificatori stereotipati, ma anche espressioni “estreme” (milioni di gradi Fahrenheit), nonché creazioni proverbiali come nuvolone da impiegato. Un’enfasi che si ritrova anche in appellativi ridicolmente “gonfiati” come Megadirettore Galattico: a questo proposito, megagalattico (registrato ufficialmente nel vocabolario nel 1987) è un aggettivo tuttora diffuso. La trasformazione di situazioni ordinarie in eventi eccezionali contribuisce a costruire una percezione deformata ma riconoscibile dell’esperienza quotidiana: per questo motivo, i corrispettivi linguistici restano identificabili e produttivi.
Dall’altra parte, l’attenuazione si manifesta nel servilismo di alcune espressioni, come formule apparentemente ossequiose, ma in realtà critiche (e talvolta smascheranti) nei confronti del potere: per esempio com’è umano lei, oggi quasi proverbiale (e molto presente sui social e nei meme), oppure servili auguri per un distinto Natale e uno spettabile anno nuovo, che mescola e risemantizza espressioni tipiche del linguaggio burocratico (il “burocratese” presente in Fantozzi ha a sua volta lasciato un segno evidente).
In maniera parzialmente diversa, ma comunque riconducibile a questa dinamica, si inserisce anche la celebre, e a sua volta proverbiale, risposta della moglie di Fantozzi che, alla domanda «Ma tu, a me, mi ami?», replica in più occasioni: «Io ti stimo moltissimo». In questo caso, l’effetto comico nasce da uno scarto pragmatico: al posto dell’attesa dichiarazione di affetto viene utilizzata una formula fredda e, a sua volta, dal sapore aziendale, che riproduce nella sfera privata una distanza analoga a quella gerarchica.
Questi aspetti possono essere ricondotti, in senso più generale, alla deviazione dalla norma, dallo “standard” linguistico: l’italiano di Fantozzi, pur comicamente esagerato al limite del grottesco, non fa che replicare tratti e caratteristiche effettivamente presenti nella lingua quotidiana di milioni di italiani e italiane. Sebbene caricaturale, quindi, non è una lingua “irreale”, ma riflette, talvolta estremizzandoli, meccanismi comuni, sia sul piano linguistico sia, in una prospettiva più ampia, su quello sociale.
Il tratto probabilmente più evidente, e sicuramente il più ricordato, di questo allontanamento dalla norma riguarda il congiuntivo: i famigerati venghi, vadi, batti lei, costantemente presenti nelle interazioni fantozziane e usati sia dagli impiegati sia dalla classe dirigente (“Vadino fuori dalle palle”, conclude il Megadirettore dopo un’arringa diretta ai dipendenti – o meglio, come dice lui, agli “inferiori”). Quest’uso, comico perché esagerato, ma al tempo stesso non distante dal reale, è oggi ancora presente e utilizzato, anche in chiave didattica: le forme errate vengono presentate come caveat, aiutando a esemplificare ciò che deve essere evitato se si vuole “parlare bene”. Similmente, ogni qualvolta qualcuno le impieghi non ironicamente, il riferimento all’uso fantozziano è quasi inevitabile: a inizio 2019, per esempio, numerosi giornali hanno riportato la notizia del sindacalista Maurizio Landini che aveva sbagliato un congiuntivo (ripetendo più volte vadi), con titoli del tipo “Landini come Fantozzi”.
Un ultimo, ma non meno importante, lascito fantozziano ancora oggi vivo nell’immaginario e nella lingua degli italiani è il turpiloquio. Anche questo aspetto è trasversale alle classi sociali: si va dal già citato fuori dalle palle del Megadirettore all’onnipresente merdaccia, usato come allocutivo per il povero Fantozzi, fino all’esclamazione forse più nota e ancora oggi diffusissima, una cagata pazzesca, usata originariamente in riferimento al film La corazzata Potëmkin (ma “Kotiomkin” nel film); quest’ultima, ormai cristallizzata, è entrata stabilmente nel repertorio linguistico dei parlanti italiani.
Nell’epoca dei social, dunque, il linguaggio fantozziano, lungi dall’essere scomparso, si è adattato ai formati rapidi della comunicazione digitale, mantenendo intatti e riconoscibili la sua struttura e i suoi meccanismi. Oggi, a distanza di decenni, questo linguaggio, con i suoi aggettivi, le s ue iperboli, le sue espressioni proverbiali, costituisce un vero e proprio codice linguistico condiviso, un insieme stabile di risorse espressive entrate a pieno titolo nell’italiano contemporaneo. È la conferma di quanto detto dallo stesso Villaggio in quell’intervista del 2015: «alla fine, qualcosa di me rimarrà. Gli altri muoiono definitivamente, io forse no».

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