Civiltà e repressione:
i due volti della Russia

Un saggio di Zoja sull’Europa analizza i difficili rapporti con l’ex Urss Paese di grandi scrittori e lettori forti. Ma dalle istituzioni autoritarie e corrotte
January 3, 2026
Civiltà e repressione:
i due volti della Russia
La Piazza Rossa a Mosca / REUTERS
«Russia è il minimo di diversità nel massimo di spazio», mentre la Mitteleuropa è «l’immagine condensata dell’Europa e della sua multiforme ricchezza»: il sintetico giudizio di Milan Kundera si rivela azzeccato per capire la situazione attuale. Lo scrittore ceco coniò queste definizioni nel 1983, quando ancora il comunismo non era crollato, nel libro Un Occidente kidnappé ou la tragédie de l’Europe centrale (tradotto in Italia da Adelphi col titolo Un Occidente prigioniero), in cui raccontava l’amara sorte di Paesi come la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria finiti sotto il giogo di Mosca e non sufficientemente sostenuti dall’Europa occidentale nelle loro proteste in nome della libertà. Le rivolte dell’Europa centrale, da Budapest 1956 a Praga 1968, erano state in gran parte snobbate, anche a causa delle posizioni dei Partiti comunisti occidentali, come se quelle nazioni facessero ineluttabilmente parte del blocco sovietico.
Kundera voleva dare voce alla «visione centroeuropea del mondo», alla cultura e alla letteratura della Mitteleuropa, che doveva tornare a essere considerata in tutto il valore della sua civiltà come un fattore ineliminabile dell’Europa tutta, troppo orientata a Nord, a Ovest e a Sud dimenticando l’Est. Il che sarebbe poi accaduto dopo il 1989 con la caduta del Muro di Berlino e il successivo ingresso dei Paesi dell’Europa centrale nella Ue. Ed è paradossale che proprio alcune di queste nazioni, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, che subirono per decenni una dittatura odiosa e sanguinaria, oggi siano indifferenti alla sorte della vicina Ucraina, che Putin vorrebbe di nuovo assoggettare. Lo spietato leader russo ha sempre ritenuto lo smembramento dell’Urss la più grande catastrofe del XX secolo e l’invasione dell’Ucraina iniziata ormai quattro anni fa rientra nel suo progetto di ripristinare, se non l’Urss, quantomeno la sua zona di influenza, come se le nazioni che dopo il 1989 si sono liberate dovessero comunque essere considerate satelliti di Mosca. L’Ucraina e i Paesi baltici sono in primis il suo obiettivo, con la scusa che parte delle popolazioni di queste nazioni sono di origine russa. Frutto fra l’altro della mano di Stalin, che là spostò intere popolazioni di origine russa: ad esempio nel Donbas, a causa dei suoi giacimenti minerari, perché non si fidava degli ucraini, che aveva già colpito a morte con la carestia indotta negli anni Trenta, nota come Holomodor.
Su tutto questo ragiona il recente volume di Luigi Zoja Il nostro tempo. Narrare un’Europa (Bollati Boringhieri, pagine 250, euro 15,00), che ripercorre alcune pagine del nostro passato per arrivare a quanto sta accadendo oggi sotto i nostri occhi. Lo psicoanalista e saggista non ci parla solo di Russia, Ucraina ed Europa centrale, ma anche delle varie sfaccettature della questione ebraica. Ma la parte che colpisce di più, oltre alla riflessione sulla Mitteleuropa di cui abbiamo detto, è il rapporto fra l’Europa e la Russia. Verso la quale consistenti fette della cultura e della politica occidentale – si veda l’ultimo caso che ha riguardato la rivista Limes – dimostrano un timore reverenziale ed una condiscendenza eccessiva. Detto questo, sarebbe un altro grave errore dimenticare l’apporto enorme dato dalla cultura russa, dalla sua arte e letteratura, alla civiltà mondiale, a tal punto che Zoja può giustamente affermare: «Dostoevskij resta uno dei padri fondatori dell’Europa». E cita figure come Grossman e Solzenicyn, critici feroci del comunismo ma senza perdere di vista l’anima profonda del popolo russo. Non ci è permesso perciò di «considerare incivile ciò che il lontano Occidente chiama “la Russia”: è semplicemente il luogo al mondo della massima distanza tra istituzioni – corrotte, autoritarie – e livello sia culturale che civile di gran parte della popolazione, i cui tassi di lettura sono fra i maggiori al mondo».
Rimane il fatto che la Russia di oggi è un Paese che spegne ogni voce di dissenso, uccidendo o incarcerando gli oppositori. Frutto di un sistema fondato sul petrolstato, che penalizza la popolazione e premia i potenti. «Questa Russia – annota Zoja – ripropone la rivalità fra Unione Sovietica e Occidente. Però non con una società alternativa, più giusta; anzi, non fa nulla per nascondere che la distanza fra i suoi cittadini ordinari e la ricchissima oligarchia è fra le maggiori della storia. È schiettamente diversa in quanto società autoritaria, non in quanto ordine socioeconomico che aspira all’uguaglianza». Per questo stupisce la benevolenza di non pochi intellettuali italiani verso il regime di Mosca, forse frutto dell’eredità della Guerra fredda, quando il Pci monopolizzava l’intellighenzia del nostro Paese. Alla fine ha ragione Svetlana Aleksievic, che ci ha ricordato che la scomparsa dell’Urss non ha significato la scomparsa della cultura comunista. Ma senza dimenticare un altro monito, che l’Occidente farebbe bene a non ignorare permanendo nella sua unilateralità, della scrittrice bielorussa premio Nobel della letteratura nel 2015: «La nostra più grande risorsa è la sofferenza. Non il petrolio o il gas, proprio la sofferenza. È l’unica cosa che riusciamo a produrre con continuità».

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