BookCity: Colum McCann nella dimensione del mistero
Lo scrittore sarà protagonista mercoledì della serata inaugurale con il suo nuovo romanzo “Twist”

Forse non era sua intenzione. Forse non se ne è neppure reso conto (il dubbio c’è, la certezza meno). Ma la lettura di Twist, l’ultimo romanzo di Colum McCann, lascia al lettore una sensazione netta: che siamo davanti a un conte philosophique, un racconto filosofico che interpella su vari fronti, anche quello spirituale. In libreria da oggi per Feltrinelli, che è diventato il suo editore italiano di riferimento, Twist è più lineare di altri romanzi di McCann, ad esempio di quel Lascia che il mondo giri con cui vinse il National Book Award nella sua patria adottiva (gli Usa che lo accolsero ventenne dall’originaria Irlanda) e da noi il Premio Grinzane Cavour. Non ha il virtuosismo formale di Apeirogon, che nel 2022 conseguì il Premio Terzani, né la drittura di Una madre, il resoconto reportagistico della sconvolgente vicenda di Diane Foley, madre di James, giornalista ucciso da Isis, lei che volle incontrare (e perdonare) uno degli sgozzatori del figlio.
Twist, che l’autore presenta domani sera nell’inaugurazione di BookCity a Milano in dialogo con Giovanna Zucconi (Teatro Dal Verme, ore 20), è un racconto più “normale” in termini di trama. Un giornalista, Anthony Fannell, viene incaricato da una rivista online di scrivere un lungo articolo sulle navi che riparano i cavi di fibre ottiche che trasportano i dati digitali da un capo all’altro del mondo, e che vengono depositati sui fondali degli oceani. Per fare questo, prende dimora in Sudafrica dove si mette in contatto con un capomissione John Conway, che con la nave Georges Lecointe sarà pronto a partire a riparare un cavo tranciato. E questo avviene al largo del Congo e anche del Ghana. Missione conclusa, storia finita. O quasi. Perché poi Conway sparisce e viene ritrovato solo come scheletro, sulle spiagge libiche.
Resta un alone di irrisolto, sembrerebbe, ma solo nella scelta distruttiva e anche autodistruttiva di Conway. Ma i fili simbolici e metaforici di McCann si intessono, si ingarbugliano, si mescolano intorno a questo tronco principale. C’è il senso di inadeguatezza del personaggio che racconta la sua storia, un matrimonio in frantumi alle spalle e un rapporto con il figlio Santiago, stanziatosi in Cile, interrotto e non più riattivato. C’è la misteriosa figura di Zanele, bellissima sudafricana che parte dalle township di violenza ed emarginazione, e arriva a Londra da attrice impersonando – incredibile dictu – Aspettando Godot di Samuel Beckett, compagna enigmatica di Conway, il cui dire e non dire spande nel romanzo un’ambiguità di fondo che diventa grande letteratura. E soprattutto c’è il mistero sulla fine di Conway, novello luddista di cavi sottomarini che fino ad un certo punto aveva riparato e che poi, senza spiegazioni palesi (che l’autore lascia all’immaginazione del lettore), diventano il bersaglio di una sua personale conversione al nulla.
Ma si diceva prima che il portato “filosofico” di Twist è quanto emerge di gran lunga dalla forza narrativa del romanzo, trascinante come un giallo, per quanto proletticamente il lettore sa già che Conway è morto e intuisce che intorno alla sua fine aleggia un alone di mistero. Proprio l’ambientazione particolare del romanzo – il mare, l’immersione, la riparazione, i cavi, tutto concreto e simbolico; le connessioni, le informazioni, le storie che i cavi trasmettono, tutto immateriale ma reale – costituisce un veicolo potentissimo di uno sguardo sul mondo, sul nostro mondo ferito da guerre, pandemie e terrorismo che ha bisogno di riparazione, di nuove connessioni, di qualcuno che se ne prenda cura. Unendo i puntini e collegando di nuovo quello che può essersi scollegato.
Ed è proprio la dimensione del “mistero” quella che sembra aver spinto Colum McCann a scrivere questo libro. Ne è una spia chiara la quinta riga nello spazio dei ringraziamenti, quando il narratore di Dublino/New York cita Cèsar Vallejo, narratore peruviano, per il quale «è il mistero a tenere unite le cose». E proprio questo termine – “mistero” – compare in forme e accenti diversi in diverse pagine di Twist. Emerge fin da subito, all’inizio della vicenda. L’io narrante afferma: «Sentivo il bisogno urgente di raccontare una storia che parlasse di legami, di grazia, di riparazione». Sembra quasi di sentire l’eco del discorso che Colum McCann tenne in Aula Nervi, il 25 gennaio, al Giubileo della comunicazione (l’Osservatore romano aveva titolato quell’intervento Un pellegrinaggio di riparazione: «Viviamo tempi pericolosi. Non possiamo permetterci di ignorare le esperienze degli altri. Raccontare e ascoltare storie salverà il mondo? Forse sì, forse no... ma sicuramente offrirà, se non altro, uno spiraglio di luce e di comprensione. E dove c’è uno spiraglio di luce, c’è la possibilità che se ne presentino molti altri, agendo e collaborando insieme, fino a quando almeno una parte delle tenebre non verrà squarciata. Alla base, anche il solo fatto di essere interessati gli uni agli altri è già un trionfo. Immaginate quanti trionfi si verificano quando impariamo a comprenderci, a piacerci o, magari, anche ad amarci. Persone ordinarie, con le nostre storie straordinarie, e la nostra capacità di entrare in connessione. Mentre la frattura continua ad ampliarsi, l’essenza stessa della riparazione risiede nella necessità di imparare a conoscerci. E per conoscerci davvero, dobbiamo ascoltarci e comunicare. E dopo aver ascoltato, dobbiamo cercare di comprendere. Solo allora, con rispetto, gioia e coraggio, potremo cominciare a innescare il cambiamento».
Ancora. Il senso di Colum McCann per il mistero, una sua antenna spirituale che lo lascia aperto a qualcosa in più del terreno, o che gli permette di andare al cuore delle cose («tutte le storie sono storie d’amore. Continuo a sostenerlo, nonostante quello che so adesso»), traspare netto e con forza nell’affermazione di Zanele quando, in un dialogo con il giornalista e Conway, afferma: «Il male dei nostri tempi è che passiamo troppo tempo sulla superficie!». Metafora ricchissima pronunciata quando i tre stanno parlando di immersioni e di cavi, ma anche di disastri ecologici e del fatto che Aspettando Godot, in alcune sue battute, si attaglia benissimo ad essere profetica denuncia del cambiamento climatico. Ma è sul crinale del faccia a faccia con il mistero che McCann conduce, in sottotraccia, il lettore di Twist, ad esempio quando rievoca i primi incontri con la sua ex moglie, quando le leggeva Il ventaglio di Lady Windermere: «Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano verso le stelle». C’è quel “noi” che accomuna quanti vogliono e desiderano tendere ad un “di più”: «Spesso è proprio l’invisibile a smuovere più profondamente l’immaginazione» articola Fennell. Ed è il concetto di “riparazione” quello che smuove l’immaginazione del cronista Anthony, in cui traspare l’interesse di McCann: «Gli dissi che mi interessava l’idea di Gramsci: pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà [controllare le recenti interviste di McCann, questo concetto è tornato spesso]. Il mondo era buio e faceva schifo, su questo non c’erano dubbi. E allora? Non era poi una grande rivelazione. Forse da chi s’interessava alla riparazione può ancora nascere qualcosa». Chissà se è stato il periodo in Giappone, trascorso con la moglie Allison, ad instillare nel narratore dublinese la passione per il kintsugi, l’arte giapponese di riparare i vasi rotti con l’oro, da cui più d’uno ha fatto sgorgare l’idea che anche le ferite e le rotture, se riparate, nella vita offrono più preziosità del manufatto (o del legame, o della relazione) originaria: «Solo perché la verità viene ignorata, non vuol dire che non sia vera».
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