Boccia Artieri: «Informazione, servono antidoti»

In “Sfiduciati” il sociologo analizza gli effetti di fake news, viralità e iperconnessione: «Formazione digitale e incontri a scuola per aver cura delle parole»
January 18, 2026
Boccia Artieri: «Informazione, servono antidoti»
Abbiamo un problema. «Siamo sovra-esposti, disillusi, iperconnessi e ipercomunicatori». Salvo non sapere come venirne fuori senza ritornare a fidarci gli uni degli altri, senza provare (ed esprimere) odio, senza sapere ascoltare ma, soprattutto, «senza limitare la libertà per difendere la verità». La tocca piano, come si dice in gergo, Giovanni Boccia Artieri, che in Sfiduciati (Feltrinelli pagine 188, euro 20,00) - uscito nella collana “Ricerche della Fondazione Feltrinelli” - entra a gamba tesa in un territorio che ci spaventa tutti, addetti ai lavori e cittadini, perché equivale a dare una diagnosi pesante sulle democrazie, diagnosi che può generare del pessimismo cosmico. Salvo, poi, in questo saggio dal titolo emblematico, riuscire a trovare una cura alla malattia stessa che il sociologo – docente a Urbino e anche componente della commissione sull’intelligenza artificiale di AgCom – illustra e propone, con saggia praticità. «In sostanza, come si fa con la medicina, dobbiamo rafforzare gli anticorpi della democrazia. Non è facile ma non è nemmeno impossibile».
Partiamo dalla malattia. Perché possiamo dire che oggi siamo immersi in un “disordine informativo”?
«Perché l’informazione che viviamo si articola su modelli e fenomeni diversi che si sovrappongono. Ci sono notizie false, notizie parzialmente vere e notizie parzialmente false; esse coesistono in un ambiente in cui ci fidiamo sempre meno di ciò che leggiamo; siamo stimolati a perpetuare comportamenti sociali in cui ci viene chiesto di condividere notizie e opinioni personali in velocità; siamo di fronte alla crisi delle istituzioni; e, ciliegina sulla torta, il rischio di manipolazioni dei contenuti informativi con l’intelligenza artificiale è reale».
Questo è il contesto. E noi ci ammaliamo – sostiene nel suo saggio – perché siamo “esposti”. È così?
«Esatto. Il rischio da esposizione è una metafora che utilizzo per descrivere una società che vive sempre di più in pubblico, in una dimensione mediatica quotidiana dove ci si espone come la pelle, più facile ad essere deturpata e ferita. Questo rappresenta un pericolo, peraltro trasversale alle generazioni, perché riguarda la democrazia che oggi è in crisi sistemica».
Chiarissimo: basti osservare la foga diffusa di instagrammare ogni secondo della propria vita. Che fare? Possiamo imprimere una svolta a questi comportamenti diffusi? Per non tacere della viralità di informazioni non verificate.
«Come diceva il filosofo Jacques Deridda, la democrazia rischia di trasformarsi in un sistema auto-immune. Vuol dire che il corpo biologico che la caratterizza a un certo punto attacca sé stesso. E questo genera un effetto perverso. In democrazia non si può limitare il dissenso. La soluzione non è silenziare chi ha un’opinione che non condividiamo, non è censurare, non è limitare la libertà per preservare la verità».
Dunque?
«Ecco gli anticorpi. I primi sono di tipo cognitivo. Ossia, bisogna aiutare il pubblico a esercitarsi e a riconoscere la manipolazione. Bisogna sviluppare un’economia dell’attenzione che va protetta. Bisogna prendersi del tempo per decidere cosa leggere e non sentirsi in dovere di condividere per forza qualcosa. Anche perché la democrazia muore quando si avvelena. E le parole di odio sono un virus che infetta tutti velocemente».
Se questo è il primo passaggio, siamo ancora indietro, visto che non esistono nemmeno programmi ministeriali scolastici per favorire la competenza digitale. Possiamo fare anche altro?
«Dobbiamo restituire dignità al dissenso: per fare questo dobbiamo avere cura delle parole che usiamo in pubblico. Dobbiamo sceglierle con cura. Questo è il secondo anticorpo. Poi, ne abbiamo un terzo: lo chiamo anticorpo relazionale. Significa che dobbiamo cominciare/ricominciare a fidarci. Fidarsi è un’azione percepita come un rischio, oggi. Ma è essenziale in democrazia. Ci si può fidare di chi è rigoroso e di chi lavora per fare emergere la verità. In democrazia, la verità deve pur continuare a contare qualcosa».
Soluzioni, cure, esempi virtuosi: ce ne fa alcuni già in atto che possano servire come un faro per illuminare il buio?
«Incoraggiare il discorso pubblico nelle scuole, la digital literacy nelle comunità locali, nelle professioni, tra i cittadini: dunque, ritornare a creare spazi pubblici di confronto spostando le persone dalle comunità on line a quelle fisiche. Ci sono molti esempi locali, come il fenomeno delle social street a Bologna, che sono partite da Facebook e sono arrivate all’incontro fisico. Ma ne potrei fare molti altri. Nel giornalismo, procedere a una forma di alfabetizzazione digitale sui temi del fact-checking, della verifica del contenuto, con investigazioni digitali in open source e modelli di business consorziati: è il caso delle piattaforme Bellingcat o Forensics Architecture che trovano evidenze inequivocabili nelle guerre, in violazione del diritto internazionale».
Può essere sufficiente per guarire?
«C’è bisogno anche di un altro passaggio: soprattutto le generazioni più giovani sentono un bisogno radicale di valorizzare la dimensione emotiva; chiedono di avere attenzione per la salute mentale; si interrogano anche sul sapere critico; desiderano metterlo in circolo anche nel mondo tecnologico. Perché? Perché sanno che il fascino per la tecnologia può inquinare il mondo democratico e favorire il passaggio alla tecnocrazia. È qui che bisogna reagire alla dittatura dell’algoritmo sviluppando delle azioni che lo contrastino, lo rendano meno scontato».
Dunque, la competenza digitale ci salverà, forse. A proposito di informazione e del rapporto con i cittadini, sempre meno inclini ad avere fiducia nella stampa tradizionale, cosa salverà il giornalismo?
«A parte lo sviluppo di progetti editoriali sostenibili di tipo partecipativo, basati sulle comunità, sugli abbonamenti, con i festival, gli incontri dal vivo, l’unica soluzione è ritornare ad essere uno spazio di vigilanza per la cittadinanza, tornare ad essere quel che si dovrebbe essere, ossia cittadini tra i cittadini. Bisogna riprendersi il posto che da tempo hanno occupato gli influencer. Ma prima occorre capire perché e come sia accaduto e qui occorre farsi anche un buon esame di coscienza».

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