Un buon medico in dodici mosse
Tra essere e fare il medico c’è una bella differenza. Che viene notata da chi è curato, ma che è conosciuta anche ai professionisti della medicina. Uno di loro, esperto e autorevole, traccia un ideale “dodecalogo” di valori e buone pratiche

Il dilemma posto dal titolo di un recente articolo di Marco Erba su Avvenire – “Essere un medico o fare il medico” – mi induce alcune considerazioni. Per comprendere la realtà dell’esercizio della medicina da parte di alcuni nostri concittadini è necessario partire dal senso della parola “cura” e da alcune dinamiche che la caratterizzano. La definizione del lavoro del medico deriva da queste condizioni irrinunciabili, quelle che ogni persona che voglia impegnarsi come medico non può dimenticare.Di seguito elenco alcuni degli atteggiamenti che il medico deve adottare senza incertezze, cercando nel corso della vita professionale di adattarvi progressivamente il proprio atteggiamento di cura.
1- Fedeltà senza deroghe al paziente
2 - Impegno di studio senza soste, per essere sempre preparati ad affrontare le difficoltà e le crisi che il nostro lavoro impone
3 - Fiducia nel progresso scientifico: la certezza di saper curare permette di collaborare con le innovazioni senza senso di inferiorità. L’intelligenza artificiale è al nostro servizio: un controllo che, però, non ci concede pigrizie intellettuali
4 - Complessità come struttura fondamentale del nostro mondo, che cerchiamo di comprendere nelle sue dinamiche, senza ricorrere a semplificazioni che non permettono di compiere interventi realmente efficaci
5 - Impegno a ricercare sempre il modo migliore per curare, con prudenza, ma anche con coraggio. Le novità non ci fanno paura
6 - Ottimismo fondato sulla certezza delle nostre personali capacità di lavoro. Il “qui e ora” che dona speranza
7 - Attenzione come caratteristica fondamentale del lavoro clinico e assistenziale. Un atteggiamento che permette di comprendere i bisogni dell’altro e che, allo stesso tempo, stimola i sensi di chi presta le cure (il ben noto rapporto tra generosità e vantaggi personali)
8 - Ci occupiamo del mondo che ci circonda, consci che la cura si sviluppa all’interno di ambienti organizzati. Riteniamo, quindi, doveroso dedicare attenzione anche dell’organizzazione dei servizi, comprese le relative problematiche economiche
9 - Ci occupiamo dei caregiver, le persone che oggi rendono possibile la nostra organizzazione sociale; senza questi “santi laici” le nostre comunità non potrebbero sopravvivere
10 - Consideriamo un dovere primario la formazione dei colleghi e delle colleghe più giovani e riteniamo che il lavoro di équipe permetta uno scambio di informazioni molto utile per il nostro personale miglioramento professionale
11 - Riteniamo doveroso porre al centro del lavoro clinico la difesa e la valorizzazione degli operatori dei servizi, colleghe e colleghi spesso non adeguatamente valorizzati per il loro impegno negli ospedali, nelle Rsa, nei servizi del territorio.
12 - Collochiamo i poveri di salute, di cultura, di capacità di adattamento alle difficoltà della vita al centro del lavoro medico e del nostro ruolo come cittadini. Riteniamo che un mondo senza fratellanza sia invivibile per tutti.
Un insieme di caratteristiche che vengono prima di qualsiasi definizione e delineano un profilo vitale del medico.
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