Cosa significa “avere compassione” per i malati

Una parola da maneggiare con cura, un concetto che si presta a malintesi. Ma attorno al quale papa Leone ha costruito il suo Messaggio per la Giornata mondiale del Malato dell’11 febbraio 2026. E che si rivela di formidabile attualità
February 10, 2026
Cosa significa “avere compassione” per i malati
Una operatrice socio sanitaria conforta con un sorriso e una carezza un'anziana malata
Leone XIV nel suo Messaggio per la Giornata mondiale del Malato dell’11 febbraio ha messo al centro la visione cristiana della “compassione”, ricordando l’icona del Buon Samaritano. «Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione», scrive il Papa.
Anche l’ambito giuridico è tra quelli in cui in cui il termine “compassione” è utilizzato, specie quando le sentenze affrontano il fine vita. Il Codice penale, all’articolo 62, prevede anche una specifica attenuante “pietatis causa”, invocata quando qualcuno avrebbe soppresso la vita di altri per porre fine a una grave sofferenza. È uno dei temi affrontati anche dal film La Grazia, di Paolo Sorrentino, dove il protagonista, presidente della Repubblica, è combattuto se graziare o meno chi ha ucciso una persona malata. La differenza, anche nella pellicola, la farebbe l’amore. Così però camminiamo, com’è ovvio, lungo un crinale impervio e scivoloso. Compassione e amore sono parole che si prestano a essere tirate per la giacca: e ognuno ci fa rientrare la propria visione della vita, di cui l’amore è parte così rilevante.
Lo stesso vale per il termine “emozione”, utilizzato dal Messaggio papale. Un’emozione va e viene, oppure c’è o non c’è. Il Papa scrive di una compassione che spinge all’agire. Quale azione? Questo è un punto decisivo. Compassione potrebbe o dovrebbe anche “spingere” verso un atto o un’omissione che pongano fine a una sofferenza eccessiva e insopportabile? La fede cristiana non lascia le parole fluttuare nell’incerto, disancorate da un modello, un faro: la vera compassione è quella del Buon Samaritano. «La compassione si traduce in gesti concreti: il Samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente». Leone XIV cita Francesco che in Fratelli tutti ricorda come la compassione si traduca nel servizio di una comunità intera: «Il Samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità». Bisogna distinguere. La domanda su come sostenere un malato grave e sofferente nell’ultimo impervio tratto di esistenza non esclude, a priori, anche prestare attenzione rispettosa all’eventuale richiesta di terminare di soffrire finendo di vivere. Malattia grave e totale mancanza di una libera coscienza non coincidono in maniera automatica. Si può stare malissimo e mantenere lucida e viva la consapevolezza che ormai la fine è giunta. È ciò che ha preso in considerazione, con prudenza, la sentenza 242/19 della Corte costituzionale: un ristretto spazio di non punibilità di un atto che rimane un reato: l’omicidio. Compassione è ascolto profondo, è attenzione a tutta la persona, non solo a quello che vorremmo ascoltare noi o che non vorremmo mai sentir dire. Certe cose non sono belle, a sentirsi. Come quando un anziano si rivolge ai propri familiari: “Non vorrei esservi troppo di peso”. Parole che sono una chiamata a rispondere che no, un familiare non è mai un peso, ma anche la constatazione che invecchiare, ammalarsi e aver bisogno di assistenza rappresentano una seria responsabilità e un problema grave. Nessuna famiglia può essere lasciata sola. La solitudine è il più subdolo alleato di ogni progetto di suicidio. Compassione è anche attento discernimento della situazione, perché la “situazione” è una persona, la sua storia, la sua rete di relazioni, la sua visione della vita e del mondo. Accanto al malato, ancor più se molto grave, è necessaria una solidarietà terapeutica. Non solo tra famiglia e ospedale, ma tra famiglia e comunità cristiana, territorio, amici.
La compassione evangelica ha un’identità precisa, fatta di passi concreti. Passi compiuti insieme. Una società che si preoccupa molto più di organizzare la fine della vita che non di favorirne l’inizio o un suo dignitoso proseguimento non è sana. Morire male è soprattutto morire soli. Se il Samaritano dev’essere il modello più genuino di un sistema di cure palliative giova ricordare che questo personaggio evangelico, nel cui volto si rivela Cristo stesso, trovò anche dei soldi. Le cure hanno un costo. Una comunità civile e politica, se vuole mostrare realmente l’intento di realizzare quella compassione, dovrà trovare anche il coraggio della concretezza delle risorse. Il Samaritano mise del denaro per realizzare il suo progetto. L’Italia, con la sua buona legge sulle cure palliative del 2010, ha estremo bisogno di una diffusione più generosa e capillare della loro disponibilità. Così come pare che anche l’eventuale progetto di legge di iniziativa governativa sul fine vita ne contempli la necessaria implementazione, come proposta e prima risposta alla richiesta di assistenza al suicidio.
La Giornata del Malato fa anche memoria dei tanti che si adoperano generosamente per non lasciare solo chi sta male, che pregano per loro e così continuano a far conoscere al mondo che cosa significhi davvero una vera cultura della compassione secondo il Vangelo: passi concreti di un “noi” in direzione della cura, anche quando non si può guarire.
Don Riccardo Mensuali opera al servizio della Pontificia Accademia per la Vita

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