Le sei azioni del Samaritano che ci cambiano la vita

La Giornata mondiale del Malato dell’11 febbrario suggerisce di riaprire la pagina del Vangelo di Luca dov’è scolpita la paradigmatica figura di riferimento di ogni curante. La rilegge il presidente nazionale dei Medici cattolici
February 10, 2026
Le sei azioni del Samaritano che ci cambiano la vita
Il Buon Samaritano nella celebre interpretazione di Vincent Van Gogh
L’11 febbraio si celebra la XXXIV Giornata mondiale del Malato, creata nel 1992 da san Giovanni Paolo II con l’intento di ricordare tutti coloro che soffrono a causa di una patologia. Per questa Giornata Leone XIV ha scelto come tema “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”. «Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano»: così il Santo Padre nel suo Messaggio. Su queste parole mi sembra utile fare un’attenta riflessione proprio relativamente alla parabola del Buon Samaritano scelta dal Papa, nella quale sono presenti tutti i valori propri di questa Giornata dedicata al malato. Attraverso le sei espressioni contenute nel Vangelo di Luca – “Lo vide – Ne ebbe compassione – Gli si fece vicino – Gli fasciò le ferite – Lo portò a una locanda – Si prese cura di lui” – è racchiuso quello che dovrebbe essere l’atteggiamento relazionale nei confronti del sofferente: farsi prossimo, soccorrere, curare, prendersi cura... «In questa parabola – prosegue il Santo Padre – la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il Samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura». Nel malato c’è il bisogno della compassione da parte di chi lo circonda: “cum passio” che etimologicamente è “soffrire insieme”. Significa, specificatamente, entrare in sintonia con lo stato d’animo del sofferente, evocando il sentimento più profondo che tende a cogliere e condividere il suo dolore, rappresentando, noi, un sostegno attraverso il quale possa sentirsi ascoltato, accolto e accettato. La sofferenza infatti spesso genera il senso di abbandono e di solitudine che, in alcuni casi, assale chi è affetto da una malattia. Nella malattia il dovere di chi ti è accanto – medici, familiari, caregiver – è quello di farsi prossimi, ognuno nel proprio ambito, di farsi carico dell’altro cercando di penetrare con discrezione nel suo vissuto, di agire con coscienza verso il sofferente, capirne i timori, donargli speranza migliorando la sua condizione di dolore, fargli capire che tu sei con lui e che il tuo non è un semplice rapporto parentale o professionale ma qualcosa di più profondo.
Proprio sul valore del “Farsi prossimo” fa riflettere la scritta sul portale dell’Hotel Dieu, il più antico ospedale di Parigi, che testualmente dice: «Se sei malato vieni e ti guarirò, se non potrò guarirti ti curerò, se non potrò curarti ti consolerò». Guarire, curare, consolare: tre verbi che si compendiano nell’eterno mistero del dolore che pone al malato la domanda del perché, perché proprio a me? L’interrogarsi prosegue sul senso della sofferenza: l’uomo sente di essere fatto per la vita, la malattia viene avvertita come un limite ed è subita come una negatività, fino a una sorta di schiavitù. E allora la liberazione da essa diviene una vera e propria necessità. Certamente la sofferenza pone l’uomo in crisi, ed è per questo che cerca di liberarsene in ogni modo, ma può rappresentare anche un’occasione salvifica particolare nella vita di una persona in cui si è chiamati a verificare sé stessi, a mostrare il vero volto e a indicare il proprio valore. La sofferenza, spesso, genera infatti il senso dell’abbandono e della solitudine che, in alcuni casi, assale chi è affetto da una malattia. Cercare quindi di “prendersi cura” è molto più che semplicemente “curare”. La dignità del malato, infatti, è un valore fondamentale della persona umana e va sempre preservata.
L’epilogo della parabola del Buon Samaritano evocata dal Santo Padre per la Giornata mondiale del Malato sul significato di farsi prossimo verso i nostri fratelli sofferenti si compendia nelle ultime parole offerte dal Vangelo di Luca: «“Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”».
Stefano Ojetti è Presidente nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (Amci)

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