«Prima i bambini!»: perché ci insegnano che possiamo sperare
Ha suscitato attenzione anche al di fuori della Chiesa il tema scelto dalla Cei per la Giornata nazionale per la Vita del 1° febbraio. Una sottolineatura controcorrente in una società che sembra non “vedere” più l’infanzia. Ma cosa succede se rovesciamo i punti di riferimento?

«Prima le donne e i bambini!» o invece «Si salvi chi può!». Quante volte nei film d’azione si sente una di queste due queste frasi stabilire – o meno – la priorità dei più fragili per l’accesso ai soccorsi in caso di eventi catastrofici. È proprio tale possibile alternativa che ha ispirato il Messaggio per la 48esima Giornata per la Vita: nei momenti di crisi e di pericolo ci si può ricordare prima di tutto dei bambini, che sono i più vulnerabili e diventano molto facilmente vittime innocenti degli interessi e delle ideologie degli adulti, oppure dare spazio alla legge del più forte, cioè a chi ha più risorse e possibilità per togliere sé stesso dagli impicci.
Indubbiamente le immagini drammatiche delle piccole vittime di Gaza, dell’Ucraina, del Sud Sudan, dei naufragi degli odierni boat people... hanno sollecitato la riflessione sulle tante dinamiche che determinano la negazione della vita, della dignità e della felicità dei bambini. Alcune di esse appartengono a precisi contesti geografici, storici e culturali; altre sono del tutto trasversali. Il messaggio contiene un lungo elenco – che non pretende certamente di essere esaustivo – di situazioni critiche, nelle quali la vita e la felicità dei bambini vengono subordinati a questo o quell’altro interesse del mondo adulto. Tutte hanno in comune – alla fine – la prevalenza del forte sul debole, del grande sul piccolo, di colui che è dotato di risorse su chi dipende radicalmente dagli altri.
Tutte si determinano, o comunque si aggravano, nelle situazioni di crisi, quando il rispetto dei bambini diventa più impegnativo e dispendioso... Quando implica da parte degli adulti la rinuncia a qualcosa che potrebbero altrimenti ottenere: accantonare progetti e desideri, ridurre libertà di azione o movimento, compromettere qualche standard di rendimento o di consumo, fino a mettere a repentaglio la propria esistenza... È in questi casi che il «Prima i bambini!» stenta di più a funzionare, mentre tendono a prevalere pensieri e comportamenti ispirati al «Si salvi chi può».
Non sfuggirà che questi ultimi sono antitetici rispetto all’attitudine di generatività, che è «il desiderio emergente in età adulta di prendersi cura delle generazioni più giovani e di quelle future» (Erikson). Il calo importante e costante delle nascite in Italia e in molti Paesi del nord del mondo non è che la spia di una vistosa crisi della generatività, cioè del prevalere del «Si salvi chi può» sul «Prima i bambini!»: mettersi a disposizione della nuova vita, soprattutto quando comporti rinunce e sacrifici non è più in testa alle priorità.
Non è che manchi, nelle famiglie e nella società italiana, l’impegno concreto a offrire beni e servizi alle nuove generazioni, ma non si può certamente dire che i piccoli godano di attenzione prioritaria da parte degli adulti. La crescente domanda di luoghi, tempi e strumenti dove “parcheggiare” i figli, insieme alle manifestazioni di insofferenza verso il disturbo dei bambini, sono sintomi di una cultura assai poco generativa. Su scala maggiore, basti pensare all’enormità del debito pubblico, del dissesto ambientale e dello squilibrio demografico che noi adulti continuiamo a produrre, ipotecando il futuro delle prossime generazioni, per capire che non sono loro la nostra priorità. A volte anche nelle comunità cristiane si percepisce una certa difficoltà a dedicare risorse e attenzioni alle nuove generazioni, al di là degli ambienti e delle iniziative loro dedicati da sempre, quando questo implichi mettere in discussione modi di fare consolidati e per lo più coerenti con la mentalità degli adulti e degli anziani.
Tutto ciò si lega a una crisi che si respira in molti ambienti e che tocca molti aspetti della vita personale e sociale; una crisi che pregiudica la generatività, ma che così facendo contribuisce al proprio aggravamento. Tra disinvestimento sul futuro e chiusura egoistica nel presente si crea infatti una spirale negativa, con un forte sapore di dissoluzione; la concentrazione degli adulti sul salvare sé stessi diventa una condanna a morte per quelle medesime strutture – familiari, sociali, ecclesiali… – che si vorrebbero preservare per il domani.
Tornare a mettere al primo posto i bambini, per avere una società più giovane e propulsiva, ma anche per ritrovare un’adultità sensata e soddisfacente, non è però un’operazione facile e indolore. Soprattutto non può compiersi in assenza di speranza. Non a caso il recente Giubileo l’ha assunta come orizzonte e obiettivo dell’evento: senza speranza, infatti, il domani perde mordente, lasciando spazio a una dittatura del presente, caratterizzata dalla dimenticanza del passato e dalla pochezza dell’impegno per il futuro. La crisi demografica si deve non solo a fattori di carattere economico e sociale, ma anche a dinamiche culturali ben precise, per le quali si guarda al figlio più con preoccupazione che con gioia, più in riferimento a sé stessi che non al valore assoluto di una nuova vita umana.
L’aborto e la sua affermazione come diritto sono un’efficace chiave di lettura per questa cultura che, facendo costantemente prevalere il punto di vista e l’interesse dell’adulto su quello delle nuove generazioni – nascituri, bambini, adolescenti che siano – ricorre a numerosi espedienti per evitare di accogliere la vita nuova in modo autentico ed efficace, cioè subordinando a essa la propria. Anche il dibattito sul suicido assistito e l’eutanasia risente di tale deriva culturale, perché la condizione del bambino e quella del malato o del grande anziano sono accomunate dalla necessità di cura, che interpella e “scomoda” gli adulti.
Ribadire «Prima i bambini!» e lasciarsi guidare da tale principio nell’agire personale e comunitario è tutt’altro che un’ingenua e idealistica affermazione di principio; è invece l’unico atteggiamento che esprime concretamente la speranza.
Monsignor Paolo Giulietti è arcivescovo di Lucca e Presidente della Commissione episcopale per la Famiglia, i Giovani e la Vita della Cei
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