Tumori, dalla ricerca le speranze di cura
Gli studi hanno permesso importanti avanzamenti, anche per patologie che sembravano "impossibili" come la neoplasia del pancreas. Ma servono finanziamenti costanti. Oggi nelle piazze tornano i cioccolatini della ricerca per sostenere Fondazione Airc

Cura e ricerca sono strettamente legati tra loro. Ma quando ci si scontra con le difficoltà quotidiane, come la mancanza di continuità di finanziamenti soprattutto per gli studi indipendenti, allora tutto si complica. La ricerca in questi anni ha permesso di fare passi in avanti anche su tipologie tumorali che in passato sembravano una “condanna”, come la neoplasia del pancreas. Questo grazie alla continuità di finanziamenti arrivati spesso da realtà come “Fondazione Airc per la ricerca sul cancro” che in questi giorni celebra “I giorni della Ricerca” con la presenza nelle piazze italiane sabato 7 dei cioccolatini della ricerca. Punta proprio sull’indipendenza delle ricerche Michele Reni, primario delle unità operative di Oncologia e Day hospital oncologico del San Raffaele di Milano che lo scorso 28 ottobre ha ricevuto il premio “Guido Venosta 2026” al Quirinale per il suo contributo alla ricerca sul tumore del pancreas di cui si occupa da 30 anni. «I progressi nel trattamento di questo tumore vengono principalmente dagli studi accademici indipendenti, italiani, olandesi, francesi, molto meno dalle aziende farmaceutiche – spiega - per esempio, l'ultimo studio svolto al San Raffaele che si chiama Cassandra ha già avuto l'autorizzazione in Gazzetta ufficiale per l'applicabilità pratica sui nostri pazienti; quindi, il risultato di quello studio è già una realtà». Se perciò, prosegue, «vogliamo salvaguardare una ricerca indipendente, che abbia al centro l'interesse del paziente anziché quello dell'azionista, è importante che ci siano dei fondi che permettano a questa ricerca di procedere. Lo studio Cassandra è stato il primo esempio a livello mondiale, per quanto ne sappiamo, di uno studio di queste dimensioni totalmente finanziato dalle associazioni di pazienti. Questo ci ha reso indipendenti, ci ha permesso di portare avanti uno schema terapeutico che poi si è rivelato di successo, che altrimenti non sarebbe mai stato sviluppato. Questa alleanza tra noi ricercatori e le associazioni di pazienti sta continuando con altri studi che sono attualmente in fase di partenza o appena iniziati. Questo ci potrà dare una maggiore libertà nello sviluppare delle idee che non siano solo vincolate alla finanza e all'economia». Secondo Reni, quindi, è il momento di mettere in atto dei meccanismi virtuosi che permettano di avere più fondi, come «meccanismi che possano far reinvestire dei soldi nell'ottica di una ricerca specifica. Per esempio, il nuovo farmaco per il tumore del pancreas, Daraxonrasib, costa 40mila dollari per un mese di trattamento. Penso che una parte di questa cifra, se verrà poi autorizzata anche in Italia, dovrà essere reinvestita dall'azienda farmaceutica “donandola” alla ricerca indipendente. Questo, secondo me, sarebbe un concetto rivoluzionario».
Quel che è comunque vero, prosegue Reni, è che per quanto riguarda il tumore al pancreas «le persone che superano un anno dalla diagnosi, anche con la malattia metastatica, sono triplicate nel corso di questi trent'anni. Quindi è vero che c'è un continuo progresso, in parte anche legato a una crescita della cultura della gestione dei pazienti che hanno questa malattia. Vorrei dare un messaggio di speranza, cioè il fatto che continuamente si allocano delle risorse in questo settore e ci sono molti ricercatori che si stanno dando da fare, permetterà di accelerare probabilmente il miglioramento delle condizioni generali, delle possibilità di vivere più a lungo. In più ho tanti pazienti che ho congedato dopo dieci anni da quando erano liberi dalla malattia, alcuni di questi anche partendo da una situazione molto sfavorevole. Noi dobbiamo lottare per cercare di fare il meglio che possiamo per i nostri pazienti». E tra le ipotesi per lui c’è quella di monitorare con risonanza magnetica la popolazione a rischio, tipo quella con cisti pancreatiche oppure quelle che hanno mutazioni ereditarie Brca1 e Brca2. Così come, per migliorare la possibilità di cura, fare rete tra centri oncologici più grandi e più piccoli.
Usa invece la metafora del motociclista Alessandro Maria Vannucchi, direttore di Ematologia e del dipartimento di Oncologia del Careggi a Firenze, insignito nel 2023 da Sergio Mattarella del titolo di Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica italiana per la sua attività scientifica. «Le mie due passioni, la ricerca e il motociclismo hanno una regola in comune: guardare lontano. Quando sei in moto e ti avvicini ad una curva, devi guardare il più lontano possibile, verso il punto in cui la curva si apre. È lì che trovi la direzione e imposti la traiettoria. Se guardi soltanto davanti alla ruota, rischi di sbagliare e cadere. Fare ricerca significa proprio questo: sapere intravedere una direzione anche quando il traguardo non è ancora evidente. La strada può essere lunga, l’asfalto sconnesso e scivoloso. Ma se manteniamo la direzione e continuiamo a guardare avanti, possiamo raggiungere quel punto della curva oltre il quale si apre un nuovo orizzonte».

Questo metodo se è accompagnato alla continuità di fondi diventa un motore potente perché spesso, aggiunge, «i finanziamenti sono per periodi brevi e costringono i ricercatori ad una continua e affannosa caccia di nuove risorse, sottraendo tempo ed energie al lavoro sperimentale. Questo è particolarmente importante per gli studi clinici indipendenti, che devono affrontare costi elevati e difficoltà nell’accesso ai nuovi farmaci». Vannucchi, che da decenni si occupa di tumori mieloidi, racconta poi come «fu proprio durante le prime ricerche che scoprii che la malattia che affliggeva da tempo mio padre era uno di quei rari tumori mieloidi. Un cerchio che si chiudeva: la mia attività di ricercatore clinico e la mia esperienza familiare si incontravano, dando a quella ricerca un significato umano e personale ancora più profondo. La motivazione personale è ovviamente il motore individuale che messa assieme a tanti altri fa poi una motrice fondamentale». Dodici anni di ricerca continuativa sono stati sostenuti con finanziamenti arrivati dal 5xmille Airc e «ci hanno offerto un’opportunità innovativa: fare rete, creare quello che potremmo definire un ecosistema virtuoso della ricerca. Siamo riusciti nell’intento di costruire una comunità scientifica italiana dedicata allo studio dei tumori mieloidi, che negli anni è divenuta un punto di riferimento internazionale. Abbiamo favorito e accompagnato la crescita di una nuova generazione di scienziati, oggi riconosciuti a livello internazionale e già oggi protagonisti del futuro della ricerca oncologica in Italia. Ricercatori che non sono stati costretti a lasciare il nostro Paese per poter fare ricerca di alto livello». Ecco perché, anche in Italia, secondo lui, «bisogna cominciare a pensare che abbiamo bisogno di giovani ricercatori che non arrivano a fine anno domandandosi se ci sarà un nuovo contratto, peraltro economicamente anche molto svantaggioso, quanto cercare di stabilizzarli secondo il merito. E investire anche, questo è un aspetto importante per le istituzioni, in figure che oggi sono indispensabili per la ricerca, ma che non hanno ancora una fisionomia istituzionale. I cosiddetti study coordinator, i bioinformatici che sono quelli che ci consentono di fare le sperimentazioni cliniche, non hanno un ruolo negli ospedali. Questo è un cambiamento di mentalità, è un cambiamento generazionale, che se si riesce ad andare in quella direzione sarà veramente il propulsore dell'ultimo salto verso l'ottenimento di grandissimi risultati».
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