Fine vita, soli davanti alla legge. Ma si vive e si muore dentro una relazione

Il poeta davanti all’ondata di leggi regionali sul suicidio assistito: non tutto può essere oggetto di regolamentazione, tantomeno il morire. Da dove nasce allora questa ossessione normativa? E a cosa ci porta?
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September 2, 2026
Fine vita, soli davanti alla legge. Ma si vive e si muore dentro una relazione
Quando un dibattito si oscura si anima, di forzature, di empietà, quando le parole non hanno più rispetto e il dolore diviene un’arma, ecco, quando avviene come avviene per il dibattito sul fine vita, tra leggi che invitano a togliere il disturbo invece che aiutare, e leggi che provano a resistere a tale deriva, e poi estremismi che non valutano con occhi pieni di lacrime il dolore, ecco, allora forse va trovato un altro punto di vista. Proverò, non da giurista, non da moralista, ma da poeta. Credo che l’errore sia nello strappare la morte come la nascita da sfere che sfuggono alla legge, al diritto. Non tutto può essere oggetto di legge, tantomeno il morire. Ma questa abnorme necessità normativa da dove nasce?
Io credo che nasca dalla solitudine. E che sia di natura totalitaria. Se infatti nascita e morte, che sono esperienze che riguardano la persona in una rete di relazioni fondamentali, vengono da lì sottratte e lasciate al puro gioco legislativo tra individuo e Stato, ecco che qualsiasi legge sarà iniqua poco o tanto. E certo va fatta, visto il punto in cui siamo. Ma questo strappo della morte dalla relazione verso una idea di diritto che considera come perno solo l’individuo e la sua volontà, lo pagheremo caro. Perché è un invito a non fidarsi di nessuno. Un invito a non considerare che per il tuo bene – specie in situazioni di fragilità – può decidere la comunità a cui appartieni, famiglia, amici, con i medici. Dovranno magari discutere e poi decidere, confrontarsi con te e patire come è sempre stato. Invece no, non fidarti di nessuno. Non credere che la donna che hai avuto a fianco per una vita o la nuova compagna o i figli o gli amici consultando i medici possano decidere per il tuo bene, e per il loro-con-te. No, devi decidere solo tu e lo Stato. Che garantisce a suon di cavilli la tua solitaria volontà. E persino piegare i medici che hanno come missione quella di curare e assecondare domande di morte.
Ecco uno dei cortocircuiti di una visione impostata in modo totalitario, non a caso sospinta da forze di ispirazione individualista e consumista. Ovvero che la volontà dell’individuo malato dovrebbe contare di più della volontà dell’individuo medico. La solitudine fragile del malato più della competenza e dello scopo del medico. È solo una delle tante contraddizioni in cui si cade in un pensiero totalitario che in tutte le sue versioni, aspre o dolci, isola l’individuo dalle comunità di appartenenza. Io ho visto molte persone soffrire ma fidarsi di chi avevano accanto, consegnare il proprio bene a una rete di relazioni e non solo alla propria isolata volontà. Credo che avrò accanto persone che vogliono il mio bene, se dovesse capitarmi qualcosa del genere.
Ma se il bene è coincidente con la volontà dell’individuo “solo”, e se su tale idea si fonda il diritto, nei casi estremi questa ideologia mostra il suo difetto di fabbrica. E i dibattiti si avvelenano. Si isola la persona invece di riconoscerne il valore relazionale. Ma tale valore relazionale (quanti si riempiono la bocca del valore del “noi” come slogan e poi lo negano in queste reali occasioni!) non è di natura solo sociale alla mercé del potere o delle ideologie. È ontologico. San Francesco chiama “sorella” la morte corporale perché sa di non essere nemmeno lui proprietà di sé stesso. Non è un “io” padrone, ma una persona legata al creato, al Creatore, agli amici. Chiama sorella la morte come chiama Chiara, Jacopa, Leone, in quanto sostanziali compagni di strada. La morte per lui non è un desiderio di buio né una nemica. Forse da lui, anche in questo caso, si può imparare.

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