Suicidio assistito, arriva anche la legge del Veneto?
di è vita
Se il Consiglio darà il via libera, la Regione sarà la prima guidata dal centrodestra ad aprire alla morte con aiuto medico. Esito appeso agli emendamenti su obiezione di coscienza e cure palliative. Lettera aperta di Luca Zaia, replica di Domenico Menorello. Sul tema delle scelte di fine vita anche le parole recenti del patriarca di Venezia Moraglia. E del Papa

Una lettera aperta e due emendamenti per ottenere la legge sul fine vita, già respinta una volta. Il Consiglio regionale del Veneto si riunisce l'1 settembre, all'ordine del giorno prima ancora degli accordi-quadro sull'Autonomia – la legge di iniziativa popolare, promossa dall'Associazione Luca Coscioni. Dopo Sardegna, Toscana ed Emilia-Romagna, il Veneto diventerebbe la prima Regione amministrata dal centrodestra a definire “procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito ai sensi e per effetto della sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale”, come recita il titolo della legge, dopo che un’altra legge a guida centrodestra – la Lombardia – si era assicurata il discutibile primato di un suicidio assistito interamente realizzato a cura del Servizio sanitario. Nel gennaio 2024 il parlamentino della Regione a Venezia bocciò la legge in aula, nonostante la battaglia dell'allora presidente Luca Zaia per il Sì, grazie alla scelta della consigliera dem Anna Maria Bigon che non votò a favore della legge in dissenso con la linea del partito.
Passato dalla guida della Giunta a quella del Consiglio, Zaia si è nuovamente schierato a favore della legge. E alla vigilia del voto ha scritto una lettera aperta con un monito ai consiglieri: «Su Palazzo Ferro Fini (sede del Consiglio regionale, ndr) saranno puntati gli occhi dell’Italia intera» perché il Consiglio «sarà chiamato ad affrontare una questione che investe la parte più intima dell’esistenza umana», evitando di trasformare il tema «in una guerra di religione o in uno scontro tra partiti».
Dopo il varo delle leggi in altre tre Regioni, e soprattutto con lo scollamento interno alla maggioranza, i pronostici danno per più che possibile il varo della legge. Decisivi potrebbero essere due emendamenti della Giunta sulla libertà di coscienza per il personale sanitario interessato (medici, oss, infermieri, farmacisti ospedalieri) e sulla composizione della commissione medica con l’attribuzione al medico palliativista del compito di redigere un parere obbligatorio, sebbene non vincolante, che in caso di decisione contraria obbligherà la commissione a motivare la propria scelta favorevole alla morte. A volere le due integrazioni per cercare di chiudere l’annunciata frattura nella maggioranza il presidente della Regione Alberto Stefani, leghista anch’egli, che voterebbe a favore dopo le perplessità dei mesi scorsi: per il successore di Zaia, il luogo giusto per la discussione è il Parlamento, con la legge regionale destinata all’inefficacia fino all’approvazione di una legge nazionale, stando alle sentenze della Corte costituzionale sulle leggi toscana e sarda: è infatti di esclusiva competenza statale la definizione di chi può accedere alla richiesta di suicidio assistito trattandosi di una norma penale (quella che vieta l’assistenza al suicidio, con la possibilità di ottenerla solo in via di eccezione). «C’è stata un'intensa attività di mediazione con l’ala dialogante dell’opposizione» spiega il leghista Matteo Pressi, del gruppo Stefani Presidente.
La partita è aperta. Il 31 agosto ciascun gruppo di centrodestra si riunirà per decidere la propria linea. La Lega probabilmente opterà per la libertà di coscienza. Gran parte dei consiglieri di FdI è contraria: «Decideremo lunedì come muoverci» spiega il capogruppo Claudio Borgia. Non è escluso che venga lasciata libertà di coscienza anche dal partito della premier, forse però solo sugli emendamenti.
L'opposizione porta 15 voti a favore e due contrari di Szumski Resistere Veneto, che chiede di garantire la presenza dei Pro Vita alla seduta in aggiunta agli esponenti dell’Associazione Coscioni. Pd e Avs però aspettano di vedere gli emendamenti. Il capogruppo dem Giovanni Manildo attende la formulazione dell’emendamento sull’obiezione di coscienza: «Dobbiamo garantire la qualità della legge, non accordi al ribasso». Elena Ostanel di Avs, pur consapevole che l’approvazione della legge dipende dal disco verde agli emendamenti, guarda all’emendamento sul palliativista e avverte: «Non voterò cose incostituzionali».
«Il Consiglio regionale non sarà chiamato semplicemente ad approvare o respingere una legge – avverte Zaia nella sua lettera aperta –. Sarà chiamato ad affrontare una questione che investe la parte più intima dell'esistenza umana e che, proprio per questo, merita rispetto, misura e profondità». L’ex governatore si dice sicuro che i consiglieri agiranno «anteponendo la libertà di coscienza all’appartenenza politica» perché «ci sono momenti nei quali la politica deve avere la forza di rinunciare alla politica». Il Consiglio regionale – aggiunge Zaia – «non sarà chiamato a decidere se il suicidio medicalmente assistito debba esistere oppure no in Veneto» perché «esiste già nel nostro ordinamento nazionale». Quindi «se la legge regionale sarà approvata, il Veneto non introdurrà il fine vita. Se non sarà approvata, il Veneto non lo cancellerà. La politica regionale deve decidere invece se assumersi la responsabilità di organizzare procedure chiare, la presa in carico delle richieste, le verifiche e l’assistenza sanitaria necessaria».
La lettera di Zaia incontra la ferma opposizione della rete di associazioni cattoliche “Ditelo sui tetti”, coordinata dal giurista veneto Domenico Menorello, che parla di «blitz estivo»: «Ma quale libertà! La libertà è già nella disponibilità dell’uomo che può compiere anche gesti tragici, di fronte a cui non si può che mettersi in ginocchio e pregare perché vi sia per tutti quella pienezza che tutti cerchiamo. Ma qui la partita è un’altra: si vuole che sia lo Stato cioè il Servizio sanitario pubblico a dire ai malati che la loro vita non ha dignità e merita di scomparire. E questa possibilità oggi non c’è nel Sistema sanitario nazionale. Perché Zaia la vuole introdurre solo nel Veneto?». Menorello invita Zaia a leggere «gli studi scientifici dei demografi Dallazuanna e Colombo che hanno dimostrato come ogni volta che c’è stata, in altri Paesi, una legge che introduca un obbligo di dare la morte in capo allo Stato e al “pubblico”, è cambiata la cultura e e tanti malati hanno chiesto la morte di Stato ritenendo inutile la propria vita». «È questo che vogliono i consiglieri regionali del Veneto? – aggiunge Menorello –. Eppure il popolo veneto solo pochi mesi fa ha votato i suoi rappresentanti regionali sulla base di ben altre promesse e premesse ideali. Basta mistificare o nascondersi dietro retorici argomenti: il livello della partita è quale concezione dell’uomo si voglia proporre o imporre tramite le leve del potere pubblico. Il Veneto è cura, assistenza, vicinanza, solidarietà. Leggete, caro Zaia e cari consiglieri, la vera storia di Domenico, suicidato in un ospedale lombardo qualche giorno fa, e troverete l’opposto: abbandono, solitudine, isolamento (anche procurato) da chi voleva portare sostegno e amore. E decidete quale Veneto volete, per tutti noi».
Per la scelta dei cattolici il riferimento più recente è a quanto detto il 22 giugno da papa Leone, che si è espresso sulla collaborazione dei medici a pratiche di morte: «La tecnica – ha detto ricevendo la Fondazione Lejeune – può essere utilizzata contro la medicina — che è per natura al servizio della vita — come avviene quando la tecnica sfugge a ogni indispensabile controllo etico e quando prevalgono calcoli di efficacia, di redditività o di utilità. Ma il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce. Per questo un medico non dovrebbe mai permettersi, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana! La medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata!».
Il 29 luglio si era espresso il patriarca di Venezia monsignor Francesco Moraglia: «Ragionare, confrontarsi, legiferare sul “fine vita” non può essere la scappatoia per aprire a forme di suicidio medicalmente assistito. Se così fosse, sarebbe qualcosa di inaccettabile e disattenderebbe aspetti complessi e controversi sul piano scientifico, medico, sanitario, soprattutto antropologico ed etico. Sarebbe la negazione dell’intangibilità del valore della vita umana e, di conseguenza, l’impegno sociale di una comunità a favore di una cultura della prossimità, dell’accoglienza, della vita. Se viene meno tale principio dell’intangibilità, allora sarà solo questione di tempo e i casi-limite oggi ammessi un domani saranno, fisiologicamente e di volta in volta, ampliati. Una legge, infatti, ha sempre una ricaduta educativa. (...) Nell’accompagnare un malato nell’ultimo tratto della vita si affrontano, di volta in volta, più situazioni limite in cui è sempre decisivo che il paziente non si senta abbandonato alla solitudine e alla sofferenza, quasi fosse diventato un peso. Una legge deve, fino alla fine, esprimere vicinanza facendosi carico della persona, ossia della sua cura, soprattutto nell’imminenza della morte, senza mai provocarla né anticiparla e respingendo ogni forma di accanimento o abbandono terapeutico».
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