Domenico, Francesco e chi “non ce la fa più”
Il suicidio assistito di Domenico Zuccarella, primo caso in Lombardia assistito dal Servizio sanitario regionale, ci spinge a chiederci cosa sta facendo la società (e tutti noi) per le persone che vogliono vivere ma si sentono scoraggiate e possono pensare di farla finita. La storia di Francesco Pucciarelli, malato di Sla, e di sua moglie Lucia

Non mi va di fare l’apologia della vita a tutti i costi. Non mi permetto – me ne vergognerei – di fare il maestro di materie che non ho studiato. Voglio solo dirvi lo stato d’animo che la notizia della morte data a Domenico Zuccarella, affetto da sclerosi multipla, mi ha provocato. In questi anni il Signore – il caso per chi non crede – mi ha messo sul cammino di diversi fratelli e sorelle affette dalla Sla. Mi hanno cercato, sono corso a casa loro, mi sono soffermato a parlare, ho fatto silenzio, ho ascoltato quello che attraverso il puntatore avevano da dirmi. Ho fatto silenzio. Poi per settimane, mesi, ho tentato di riflettere.
Anni fa conobbi Francesco Pucciarelli, un fratello che la Sla ha confinato a letto a Caggiano, nel Salernitano. All’inizio di agosto il Paese si è fermato per dargli quella voce che Francesco non ha più. Uno spettacolo in piazza. Lui da casa seguiva l’evento. Una brava attrice declamava le sue poesie. È piccola la casa di Francesco. Tra il letto e la parete di fronte passa pochissimo spazio. Ogni volta che ci vado penso che una stanza più grande, più luminosa, sarebbe un sogno. Lucia, sua moglie, è fantastica. Una santa per noi cattolici. Un aiuto più serio li aiuterebbe. «Lucia, regge il mondo mentre nessuno la guarda», recita l’attrice. E a me questa cosa non fa piacere. Non fa piacere perché so che non tutti hanno la stessa sua forza.
So che non tutti hanno la forza di Francesco. Siamo diversi. Occorre riconoscerlo con onestà. E se dovesse cedere Lucia? Che avverrebbe? E chi non ha la possibilità di contare su una propria Lucia? E per le Lucia che hanno ceduto lungo il cammino? Ho avuto modo di conoscere anche situazioni simili. Un dramma nel dramma. Servono aiuti seri e massicci da parte dello Stato. Lucia si è fatta chicco che marcisce, pur sapendo che la spiga non crescerà. Lucia ha preso sul serio la promessa fatta davanti all’altare di essere con il marito una cosa sola. Ho avuto paura.Ho sperato per un attimo che questa notizia non arrivasse a Francesco, a Maria, a Giovanni, a Gianni... Ho avuto paura. Paura per chi dalla strega è stato già morso, per chi lo è stato all’inizio di quest’anno, di questo mese, o per me che magari lo sarò alla fine dell’anno. Mi sono chiesto se Caggiano non avesse da insegnare qualcosa alla grande città di Milano. Se si parlasse di loro in uno di quei maxi-concerti con migliaia di persone, o di partite di calcio con gli stadi che straripano. Per farli conoscere. Per strapparli dalla loro solitudine. Non entro nel merito se sia giusto o meno chiedere di porre fine non tanto alla propria vita, ma alle proprie sofferenze. Per la scelta di Domenico, rispetto massimo. Alla sua famiglia l’abbraccio della condivisione di un dolore al quale non saremo mai preparati. Per chi, invece, con una firma,un’alzata di mano, un voto segreto o palese, decide della vita e della morte degli italiani, una parola va detta ad alta voce. Qui non si sta mettendo in discussione la libertà individuale. Non è questo il problema. La verità, quella che fa più male di una picconata al cuore, la sappiamo tutti. Forse impressiona gli stessi paladini del suicidio assistito e dell’eutanasia. È la deriva che prenderà la mano, la pigrizia e l’avarizia di spendere risorse per la ricerca di malattie rare e dolorose. Sarà la tentazione che invaderà i vecchi, gli ammalati di ogni patologia nel momento in cui si avvertiranno un peso. Gli scherzi della nostra mente sono ben conosciuti dagli addetti ai lavori. Pensiamo solo all’aborto, di cui nessuno vuole più parlare. Che si tratti della soppressione di un essere umano è cosa nota da ogni punto di vista. Chi dice il contrario mente sapendo di mentire. S’inizia da lontano, da una donna stuprata, da un feto malformato, da una condizione insostenibile. Si convincono le persone, si portano storie tristi, si punta il riflettore sulla protagonista principale visibile, la donna. Sempre in ombra rimane lui, l’altro protagonista, l’invisibile piccino destinato a scomparire. Sapendo di toccare un punto sensibile, si evita di mostrare immagini crude. Al resto ci penserà l’abitudine. Lentamente i mesi in cui è consentito abortire aumentano di qualche settimana. Intanto le generazioni passano. Chi è venuto dopo trova una situazione già acclarata. L’equazione legale–giusto fa presto a insinuarsi. Si va avanti. Qualcuno rompe i freni. Si spinge avanti. Perché fermarsi al terzo mese e non al quarto? Perché al quarto e non al sesto? E si arriva fino al nono. Ipocriti, ci direbbe Gesù. Perché vi siete fermati adesso? Di che cosa avete paura? Che differenza c’è tra il bimbo un’ora prima o un minuto dopo il parto? Carne da macello. Vite stroncate sul nascere. Vite stroncate dalle guerre stupide e assassine. Vite stroncate per la stoltezza altrui. Vite soffocate quando la malattia prende il sopravvento. Di questo passo arriveremo a eliminare la vita dei poveri perché poveri, degli storpi perché storpi, dei dementi perché dementi e, diciamolo, dei neri perché neri. Francesco, Maria, Giovanni, Gianni, spero tanto che non leggiate questa notizia. Spero che Milano impari da Caggiano che cosa vuol dire mettere un ammalato grave al centro. Le risorse non mancano. Troviamo denaro per ogni cosa. Tanto è stato sprecato e rubato bellamente. Prima di firmare una condanna a morte, chiediamoci se abbiamo fatto tutto per donare a questi fratelli e sorelle tanto fragili una vita più dignitosa.
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