Suicidio assistito, l’altolà dei cattolici alla legge del Veneto
Comunione e Liberazione, Movimento per la Vita, Ditelo sui Tetti, Pro Vita e Famiglia, ma anche la Facoltà teologica del Triveneto e l’associazione Gremio di Bioetica, rilanciata dal Patriarcato di Venezia: si moltiplicano le voci contrarie (con molti argomenti) al progetto sostenuto anche da una parte del centrodestra con l’ex governatore Luca Zaia

Alla vigilia del voto in Veneto per la legge regionale sul fine vita scende in campo – in forze – il mondo cattolico fortemente critico verso un progetto di regolamentazione regionale che non tiene conto di molti punti fermi ritenuti irrinunciabili.
Comunione e Liberazione: una forzatura
Particolarmente significativo l’intervento di Comunione e Liberazione che in una nota sottolinea con forza che «il compito della società civile e del Servizio sanitario è assistere e curare» definendo una «forzatura il tentativo di far approvare una legge già bocciata su un tema così delicato». «L’iniziativa – spiega Cl riferendosi alla lettera aperta pubblicata nei giorni scorsi dall’ex governatore regionale Luca Zaia, sostenitore della legge – viene giustificata in termini di “libertà”. Quel che è piuttosto in gioco è la direzione verso cui viene indirizzato il Servizio sanitario pubblico. Una legge che piega il Servizio sanitario pubblico a fornire prestazioni che anticipano la morte dei malati afferma una visione secondo cui il valore e la dignità della persona dipendono dalla sua autonomia e dalle sue capacità, cosicché la malattia e la debolezza divengono prive di senso o, peggio, un peso di cui conviene liberarsi, finendo così per favorire quella “cultura dello scarto” che secondo papa Francesco “contagi tutti”». Piuttosto, aggiunge il movimento, «anche in Veneto quel che unicamente urge è offrire a tutti, anche con il convinto coinvolgimento dei corpi intermedi, assistenza H24 ai casi più gravi, cure appropriate (anche del dolore) senza limiti di età e condizione, compagnia umana e specialistica a tutti, specie ai fragili, ai malati, ai più piccoli e agli anziani, obiettivo che è ancora lontano, e a cui dovrebbe dedicarsi in senso esclusivo soprattutto la Regione.
La strada è sostenere le tante iniziative presenti di cure palliative e terapia del dolore, assistenza domiciliare, hospice e sostegno alle famiglie». La nota introduce poi una questione di metodo: «Una norma sul senso stesso della vita, già bocciata dal Parlamento veneto il 16 gennaio 2024, non merita di venire né riproposta, né men che meno “imposta”, con discutibili sofismi procedimentali, in un periodo feriale, senza prevedere alcun nuovo passaggio del testo nella preposta Commissione e senza le necessarie audizioni per un minimo dialogo con la società civile».
La Facoltà teologica del Triveneto: una resa della politica
Non meno espliciti i toni dell'intervento della Facoltà teologica del Triveneto che parla di «difetto interpretativo sostanziale»: «Il fine vita, come indicato dal confronto mediatico, è infatti legalizzare il suicidio assistito», oppure – si chiede l’istituzione scientifica delle Chiese locali – «questo tema porta con sé molti altri significati, dalla sedazione palliativa profonda alle cure palliative, dalle disposizioni anticipate di trattamento alla pianificazione condivisa delle cure, fino al consenso informato, questi ultimi tre elementi sanciti dalla legge 219/2017?». Domanda che ne apre un’altra, ugualmente provocatoria: «Dal rischio dei decenni scorsi dell’ostinazione terapeutica non si sta velocemente passando al rischio opposto e solidale dell’abbandono terapeutico?». L’intervento della Facoltà, curato da Giorgio Bozza, docente di Filosofia morale della Facoltà, evidenzia quanto sia «singolare che già diverse regioni ed enti locali abbiano recepito una proposta d’iniziativa popolare promossa da una singola associazione», la “Luca Coscioni”. «Rispetto a un processo di costruzione di una legislazione condivisa su un tema tanto delicato – si legge ancora nel testo – appare quasi una resa della politica demandare l’intero dispositivo legislativo al lavoro di una singola associazione, pur con alcuni apprezzabili emendamenti e ritocchi. Un metodo di mediazione e di riduzione delle spigolosità più evidenti favorirebbe senza dubbio invece anche un clima meno polarizzato nell’opinione pubblica».
Movimento per la Vita e Ditelo sui Tetti: la vita debole non ha dignità?
Sul fronte associativo, rilevante è anche la presa di posizione congiunta (e ampiamente documentata) di Movimento per la Vita e del network di sigle cattoliche “Ditelo sui Tetti”, che lanciano un appello a «non piegare il Servizio sanitario alla logica della morte medicalmente assistita cioè alla “cultura dello scarto” (papa Francesco, 2015). La nostra posizione – aggiungono – nasce da una responsabilità culturale e istituzionale che non può essere elusa: se il Sistema sanitario pubblico venisse piegato a prestazioni che anticipano la morte dei malati, affermerebbe che la vita debole non ha dignità». Per questo «il voto del 1° settembre non è un passaggio tecnico. È un passaggio civile, antropologico, politico. È un voto che dice chi siamo come comunità e quale idea di persona intendiamo custodire». Secondo le due realtà impegnate nella difesa della vita umana più vulnerabile «questa legge va respinta con fermezza» perché «non è un semplice regolamento organizzativo. È un assenso politico alla morte medicalmente assistita. È un cambio di paradigma che: stravolge la missione del Servizio Sanitario, chiamato a curare e non a facilitare la morte; espone i più soli e i più poveri al rischio di percepirsi come un peso; introduce una “pressione sociale indiretta” già riconosciuta dalla Corte Costituzionale; consolida un modello che elimina il sofferente invece della sofferenza; rompe il patto di fiducia tra cittadino fragile e istituzioni». Non è semplicemente un “no”, ma si indica «una via più alta, più umana, più degna della storia del Veneto: assistenza H24 ai malati gravi; cure palliative appropriate per tutti; investimenti negli hospice con il terzo settore; educazione alla cultura del buon vivere fino all’ultimo respiro; perché il morire è ancora vita: relazione, compimento, riconciliazione, presenza».
Movimento per la Vita e Ditelo sui Tetti chiedono ai Consiglieri regionali «di non svilire una simile decisione con le modalità sbrigative e affrettate di un consiglio ferragostano senza alcuna attività previa di confronto. Chiariamo loro, comunque, di compiere una scelta che guardi al futuro con responsabilità e coraggio. Respingerla significa difendere la dignità dei più fragili. Respingerla significa proteggere il Servizio sanitario da una deriva che lo snaturerebbe. Respingerla significa custodire la cultura della vita, che è patrimonio di tutti, non di una parte».
Il Gremio di Bioetica: ideologia
Da Venezia arriva poi la voce dell’Associazione Gremio di Bioetica, formata da bioeticisti, giuristi, filosofi, teologi, psicologi ed esperti di varie materie, che critica «una certa visione, che sembra voler promuovere a tutti i costi il suicidio assistito in Italia, veicola, per legittimarlo, una percezione confusa di nozioni quali diritto, coscienza, dignità e sofferenza, senza spiegarle e proponendole con un soffuso senso ideologico, con il tono suadente di parole dal facile consenso, piegate dal contesto alle ragioni di una cultura della morte anziché della vita». Per l’associazione assolutizzare l’autodeterminazione, assunto «spinto sino alla radicalità della scelta sul proprio vivere o meno», è una scelta che «risponde a una logica individualistica che tradisce l’umano nella sua intima struttura relazionale. La persona, infatti, non ha semplicemente relazioni, ma è relazione, è costitutivamente, intimamente, intrinsecamente, un essere-in-relazione, in relazione ad altri, e a questa intima natura affettiva attinge la propria linfa e nutre tutto il senso della sua esistenza». Un secondo principio evocato dai fautori della legge la dignità – è poi oggetto di un grave equivoco: «La prospettiva che vedrebbe limitazioni nella malattia e nella sofferenza è, in fondo, espressione di una cultura che vede la dignità umana solo nella forza e nell’efficienza, al punto da non sembrare più in grado neppure di riconoscerla, laddove la persona è segnata dall’esperienza della fragilità. Del resto, testi legislativi di ogni tipo sembrano indirizzati a rafforzare la cultura dello scarto e della morte rispetto alla cultura della vita e della cura a cui ha, sì, diritto, ogni essere umano». Insistere infine sulla sofferenza intollerabile come «argomento di pietà» è un modo per far credere che «la risposta ai malati che soffrono» sia «unicamente il libero accesso al suicidio assistito e non la libertà di sottrarsi all’accanimento terapeutico e alla scelta di cure sproporzionate. Queste cose, in nessun modo possono essere confuse con la deliberazione attiva di darsi la morte e men che meno di aiutare qualcuno a farlo, soprattutto in quanto medico che è chiamato a curare».
Importante la riflessione sulla “libertà di coscienza” che – secondo quanto annunciato da alcuni gruppi consiliari – verrebbe lasciata al momento del voto: «La coscienza – afferma il Gremio di bioetica, rilanciato dal Patriarcato di Venezia – non è un comodo rifugio di moralità individuale nel cui spazio non si deve rendere conto a nessuno – “io la penso così: sono le mie idee!” – ma, innanzitutto, un principio di trasparenza etica a sé stessi, che spinge a evitare il male e a fare il bene, e che non è un giudice sempre infallibile, ma può ottenebrarsi se non è illuminata dalla verità e dall’autentica comprensione del bene etico, se non è animata da autentico spirito critico e volontà di chiarezza aperta alla possibilità di pervenire a risultati anche “scomodi” in ciò che ne conseguirebbe nel nostro agire, se è suggestionata dalle apparenze di moralità di prospettive semplicistiche, parziali e fuorvianti, confondendo così il male col bene. La coscienza non è uno scrigno di custodia gelosa e intangibile di convinzioni personali. Al contrario, è lucidità sul reale, e capacità di rispondere, di rendere ragione di quelle stesse convinzioni, una capacità profonda e consapevole il cui nome è responsabilità».
Pro Vita e Famiglia: il tradimento della Lega
Fa sentire la sua voce anche l’associazione Pro Vita e Famiglia con un perentorio «no a legge ammazza-malati, basta forzature di Zaia»: la Corte costituzionale, ricorda il presidente Toni Brandi, «ha già smontato le leggi di Toscana e Sardegna, ribadendo che le Regioni non possono agire in via suppletiva rispetto alla legislazione statale. Il Veneto, quindi, con questa legge non colmerebbe alcun vuoto». L’associazione parla apertamente di «tradimento politico che si sta consumando da parte della Lega, che appoggia la legge nonostante il programma nazionale del partito dichiari il rifiuto esplicito di ogni normativa a favore dell'eutanasia e del suicidio assistito. Ora, invece, sotto la spinta radicale di Zaia, la Lega rincorre chi sta già tradendo i propri elettori, ovvero Forza Italia, che nelle ultime settimane ha fatto del suicidio assistito una bandiera nazionale». «Chiediamo quindi con forza ai consiglieri regionali – conclude la nota di Pro Vita e Famiglia – di respingere ancora una volta questa legge. La stessa Corte costituzionale nella sentenza 204/2025 ha richiamato il diritto della persona a essere curata efficacemente, anche attraverso la concreta messa a disposizione di cure palliative ed è solo ed esclusivamente su quel fronte che il Veneto deve investire, incrementando posti letto, hospice, personale, reti territoriali».
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