«Così la campagna per gli aborti a Seveso cambiò la mia vita di medico»

A 50 anni dal disastro dell’Icmesa, la ricostruzione del disegno per ottenere la legalizzazione delle interruzioni di gravidanza usando il trauma collettivo per la nube di diossina. La testimonianza di chi allora stava per laurearsi in Medicina
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July 12, 2026
«Così la campagna per gli aborti a Seveso cambiò la mia vita di medico»
La cerimonia di commemorazione per i 50 anni dal disastro di Seveso al Bosco delle Querce con il presidente Mattarella / FOTOGRAMMA
Caro direttore, ho ascoltato con interesse il bel discorso tenuto dal Presidente della Repubblica venerdì 10 luglio in occasione del cinquantesimo anniversario della tragedia di Seveso. Si è trattato di un discorso interamente condivisibile, con opportuni richiami al significato di quanto era accaduto dal punto di vista del rispetto dell’ambiente, della salute pubblica, della sicurezza degli apparati produttivi. Per questi grandi temi, Seveso fu certo l’inizio di un positivo cambiamento di mentalità. Fu anche teatro di generosa solidarietà: vigili del fuoco, forze dell’ordine, istituzioni sanitarie e, in prima linea, la Chiesa locale. Come dimenticare il grande lavoro svolto allora dall’Ufficio Decanale di Assistenza e Coordinamento (Udac), recentemente ricordato da Avvenire?
Ma Seveso fu anche qualcos’altro, una ferita che il Capo dello Stato ha preferito non riaprire, un tema che tutta la politica (e anche parte del mondo cattolico) ha scelto negli anni seguenti di archiviare ma che allora si rivelò lacerante. Pochi mesi prima che la nube tossica si scatenasse dagli impianti della Icmesa, la Corte costituzionale aveva pronunciato una storica sentenza per superare in tema di aborto i limiti, fino ad allora vigenti, dell’articolo 54 del Codice penale, che consentiva l’interruzione di gravidanza solo per stato di necessità (immediato pericolo di vita per la madre). Con la sentenza 27/1975 la Corte depenalizzò l’aborto volontario, ma «solo in caso di danno grave, medicalmente accertato e non altrimenti evitabile» per la salute della madre. Anche con tale apertura, tuttavia, non era divenuto lecito l’aborto eugenetico, per il solo rischio di malformazioni del nascituro. Abilmente, Marco Pannella e il partito radicale sfruttarono l’occasione, agitando lo spettro dei “mostri” che sarebbero nati dalle gestanti entrate a contatto con la diossina.
Sottoposto a enorme pressione mediatica e di piazza, già ad agosto, un mese dopo il disastro ambientale, il Governo (presidente del Consiglio Andreotti, ministri della Giustizia Bonifacio e della Sanità De Falco) autorizzò l’interruzione volontaria di gravidanza per le donne residenti nella zona inquinata.
In assenza di legge, si utilizzò una interpretazione estensiva della citata sentenza 27/1975, di cui lo stesso ministro Bonifacio (allora in veste di presidente della Consulta) era stato estensore. In buona sostanza, il concetto di “terapeutico” previsto dalla sentenza fu allargato a comprendere il disagio psichico secondario allo stress derivante dalle paventate malformazioni.
Per la storia, è bene ricordare che non fu rilevata alcuna malformazione, né nelle autopsie dei feti abortiti né tra i bambini venuti alla luce da madri coraggiose, malgrado l’enorme pressione ad abortirli. Il Papa san Paolo VI e la Chiesa furono additati al pubblico ludibrio, come coloro che volevano il male delle donne e intendevano far nascere i “mostri” impedendo alle donne di abortire.
Il dramma di Seveso divenne così l’occasione che permise di spalancare le porte alla futura legislazione sull’aborto (legge 194/1978), accelerandone i tempi di discussione, e che consentì poi di applicarla senza alcun effettivo limite, proprio facendo leva sul disagio psichico. Forse tutto sarebbe ugualmente avvenuto anche senza Seveso, ma certamente con altre tempistiche e con maggiore resistenza culturale.
Seveso fu un acceleratore anche in tema di mentalità, cambiando per sempre l’impianto valoriale del popolo italiano. Meno di cinque anni dopo, il referendum del maggio 1981 avrebbe certificato che non c’era più nulla da conservare e che a noi cattolici, ormai minoranza nel Paese, sarebbe stato dato solo di ricostruire una cultura ormai distrutta, con pazienza e tenacia e con la prospettiva di tempi lunghissimi.
Come Archimede – certo che le leggi della fisica avrebbero consentito di sollevare anche la terra, disponendo di una leva e di un punto di appoggio adeguati –, il genio politico di Pannella intuì tutto questo e comprese che i “mostri” di Seveso potevano essere il grimaldello per spalancare la fessura della sentenza 27/1975, fino a realizzare una apertura senza barriere per l’aborto on demand. La stessa tecnica, caso dopo caso, è usata oggi per introdurre suicidio assistito ed eutanasia.
Quando si produsse il tremendo incidente di Seveso, io stavo limando la mia tesi di laurea. Due settimane dopo mi sarei laureato in Medicina alla Sapienza. Compresi con chiarezza che la medicina non sarebbe stata più la stessa e decisi di spendere da allora la mia professione a servizio della vita, nell’associazionismo medico cattolico, nel Movimento per la Vita e in Parlamento. Lo rifarei nuovamente.
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