Baturi: l’hospice non è un luogo di “fine”: qui si capisce il valore di ogni istante
di Maria Luisa Secchi
L’arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei visita l’hospice dell’ospedale oncologico cittadino incontrando i pazienti e le famiglie. E riflette sul senso della cura “fino all’ultimo”

All’hospice dell’ospedale oncologico della Asl di Cagliari, l’arcivescovo monsignor Giuseppe Baturi ha incontrato ieri pazienti, operatori e volontari, portando una parola di consolazione e di speranza. Con lui erano presenti i cappellani ospedalieri e il direttore della Pastorale della Salute diocesana. La visita è stata promossa dall’associazione “Giorno per giorno” onlus, impegnata nella diffusione della cultura delle cure palliative.
«Perché vengo qui? – ha detto Baturi, che è anche segretario generale della Cei –. Perché sono luoghi in cui l’umanità vive senza difese». L’hospice è uno di quei luoghi in cui la medicina incontra il limite e si fa accompagnamento. Le cure palliative, infatti, non sono soltanto risposta clinica al dolore, ma forma alta di prossimità: custodiscono la persona nella sua interezza. Lo testimoniano anche i medici della struttura, Elisabetta Argiolas e Christian Cuboni, presenti durante la visita. «L’hospice – hanno affermato – non è un luogo di fine, ma di accompagnamento alla vita. Ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio diventano parte della cura, nel riconoscimento della dignità della persona fino all’ultimo istante».
Già Benedetto XVI metteva in guardia dal rischio che la salute diventi «una semplice merce sottoposta alle leggi del mercato», richiamando la necessità che resti un «bene universale da assicurare e difendere», fondato sui principi di solidarietà e sussidiarietà. Un monito che oggi appare ancora più urgente in un contesto culturale segnato dalla tentazione di considerare la vita fragile come priva di valore o, peggio, come un peso da eliminare. In questa prospettiva, la testimonianza delle cure palliative richiama con forza la necessità di promuovere una cultura della vita che accompagni e custodisca ogni persona fino al suo compimento naturale, riconoscendone la dignità in ogni fase dell’esistenza. L’arcivescovo ha ribadito questo concetto dicendo che «ogni ora è quella decisiva. In un luogo come questo si può imparare a guardare con verità e con amore ogni istante». Una prospettiva che restituisce significato anche al tempo segnato dalla malattia.
Richiamando il Vangelo, Baturi ha evocato l’incontro tra Gesù e la Samaritana: «Questo è il compito della Chiesa: incrociare gli uomini nei luoghi della loro sete di vita e di speranza», là dove si manifesta il nostro bisogno più profondo. È lì che può essere annunciata «l’acqua viva che non finisce mai». E ancora, la risurrezione di Lazzaro: «Ci sono pietre che sembrano chiudere il cammino. Ma quando Gesù dice “togliete la pietra” ci ricorda che c’è qualcosa di più forte della durezza della pietra: l’amore di Dio».
Particolarmente intenso il passaggio dedicato al mondo della cura. «Cristo è medico delle anime e dei corpi. Quando si tocca un corpo si entra in rapporto con un’anima», ha affermato. E rivolgendosi ai sanitari: «Nei medici Cristo si rende presente come colui che cura, ma anche in chi è curato», riconoscendo nel loro servizio una forma concreta di prossimità che rende visibile la carità.
Al termine dell’incontro, l’arcivescovo ha visitato le stanze dei degenti, accolto con commozione da pazienti e familiari.
«Sono venuto a dire che gli uomini sono amati sempre, in ogni istante, e che ogni istante è prezioso», ha concluso. In queste parole si coglie il senso della visita e il cuore dell’esperienza dell’hospice: un luogo in cui la vita, anche nel suo limite, continua a essere riconosciuta come dono, custodita e accompagnata fino al suo compimento.
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