Il Giovedì Santo, l'amicizia disarmante

La Cena del Signore è consegnata ai Discepoli prescelti per la custodia del memoriale del Signore: non per essere sequestrata a loro vantaggio, fu consegnata ai pochi per i molti. L’atto struggente della consegna che definisce l’identità cristiana
April 2, 2026
Il Giovedì Santo, l'amicizia disarmante
Roma, Palazzo Barberini, Ultima cena, opera di Valentin de Boulogne. Gesù tra gli apostoli, Giovanni addormentato/ SICILIANI
Il mondo brucia, la missione è in stallo, noi siamo impegnati a regolare i conti interni agli apparati del cristianesimo. Facciamo un passo indietro, almeno oggi, e lasciamoci umiliare, tanto per cominciare, dalla delicatezza – e dalla bellezza, dalla tenerezza, dalla forza – dell’invenzione del Signore. Il Giovedì Santo ci consegna il dramma del suo sacrificio nello struggimento di un affettuoso rito di comunione. Perché il suo ricordo non ci schiacci, perché la sua memoria rimanga consegnata ai toni dell’amore e non a quelli della disperazione. Il nostro momento verrà, in un modo o nell’altro. Ma intanto il gesto del Signore alleggerisce il peso, addolcisce la memoria. Lascia in eredità l’amore del Padre, anche quando il Figlio è respinto; l’amore per i discepoli anche quando il loro Signore è tradito; l’amore per i molti ai quali la redenzione è destinata, anche se sono ignoti, lontani, ostili persino. La celebrazione della Cena del Signore, poi, imprime in noi anche la memoria delle ferite che ci sono state risparmiate. Non immaginiamo neppure quante sono, perché dal loro peso siamo stati liberati in anticipo. Il mondo avrebbe già cessato molte volte di esistere, se la prossimità di Dio non ci avesse risparmiato gli effetti totali del carattere distruttivo che abbiamo ereditato dalle innumerevoli schiere dei nostri cattivi maestri. Maestri di religione, persino.
La Chiesa si fa colloquio, ha detto il santo papa Paolo VI. Certamente. Ma se è vera l’espressione conciliare che indica la liturgia – anzitutto quella eucaristica – come “vertice e sorgente”, la Chiesa dovrà di nuovo imparare a farsi anzitutto convito. Evitando di annegarlo di parole, come ora accade. La ripetizione della Cena del Signore ci rende certi di una verità inaudita: “Dio” significa “passione” per la riuscita della creatura umana. Passione nel senso della dedizione pronta al sacrificio totale, che le risparmia il sangue («Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» Gv 3, 16a). E anche passione intesa come desiderio inestinguibile di intimità conviviale, destinata a diventare eterna («Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi», Lc 22, 15a). Questo inedito assoluto della passione del Dio incantevolmente divino per la creatura inevitabilmente mortale travolge per sempre ogni religiosa rassegnazione dello schiavo di fronte al capriccio del Faraone; e scardina dalla radice il patetico ateismo di Adamo, che trova plausibile l’invidia del Padrone del mondo.
Quando tutto è incominciato, nella Chiesa, solo questo gesto eucaristico dell’adorazione di Dio in spirito e verità avevamo, per sfidare le religioni e gli imperi dei sacrifici umani. E bastò per bucherellare un Impero e oscurare le sue divinità. Quando lo vedo ridotto alla mesta incombenza di un rituale propiziatorio, o alla semplice conferma aziendale del brand cattolico, mi domando se siamo sicuri, noi stessi, di sapere e di comunicare ciò che è – e ciò che può – “il Corpo del Signore”. La Cena del Signore è consegnata ai Discepoli prescelti per la custodia del memoriale del Signore: ma non per essere sequestrata esclusivamente a loro vantaggio. Fu consegnata ai pochi per i molti. Immaginiamo per un momento – almeno il Giovedì Santo, e quando se no? – di dover modellare questa celebrazione come l’atto struggente della consegna che definisce l’identità cristiana (la fede, la comunità, la missione, e anche tutto l’addestramento reclute). Immaginiamo. Immaginiamo che il resto della comunità cristiana sia come un’appendice della potenza di questa celebrazione (che svergogna i pregiudizi religiosi e secolari sulla giustificazione dei sacrifici umani). Immaginiamo che tutta l’ekklesia di Gesù – discepoli, samaritane, pubblicani, pagani e ladroni – siano invitati a esporsi – ciascuno nella posizione in cui si fa trovare dal Signore, senza confusione e senza discriminazione – all’irradiazione del Corpo del Signore. Il miracolo di una convivialità che unisce i lontani e lava le nostre stupide contese su chi sia il più grande, il più vero, il più perfetto (Mc 10, 42) deve lasciarci incantati. E incantare.
Il Corpo del Signore lo capiscono tutti, perché è quello che si espone sempre all’intercessione, a cominciare da quelli che non sono più di nessuno Il Corpo del Signore – e il suo destino – è tutto quello che serve per capire Dio. Il nostro mondo si va riempiendo di focolai di guerra. Le nostre giudiziose parole e le nostre virtuose azioni di democratica conciliazione degli odi tribali e religiosi sono sacrosante. Drammaticamente insufficienti, però. Dovremo credere di nuovo, con più forza, nella potenza sacramentale della esibizione di innumerevoli focolai eucaristici che accettano di inghiottire sacrificio e di restituire convivialità. L’Eucaristia, prima di essere semplicemente la firma cristiana del rito, è la transustanziazione evangelica del sacrificio del Signore in cibo della vita. Per la comunità dei discepoli e la folla dei chiunque.

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