Carney, Havel e i Corpi civili di pace. Il vero potere dei senza potere
Il premier canadese cita il dissidente che si oppose alla dittatura sovietica: la nonviolenza può cambiare la storia, l’Europa riscopra il ruolo decisivo dell’“Io” che si fa responsabilità e azione
Il premier canadese Mark Carney ha pronunciato il 20 gennaio scorso un applauditissimo discorso a Davos citando la dottrina del “potere dei senza potere” di Vaclav Havel, gigante del Novecento che pagò con il carcere la sua dissidenza alla dittatura sovietica. Viene da chiedersi perché la memoria di uno dei rari “Mandela” europei sia tornata in auge grazie a un leader d’Oltreoceano… Probabilmente perché in Europa il potere della nonviolenza non ha vinto sulla narrazione dominante della Rivoluzione francese e della Resistenza al nazifascismo. Il popolo europeo ha cambiato per ben due volte il suo destino grazie a una mobilitazione “fisica”, ispirata a ideali precisi quali libertà, uguaglianza, fraternità, democrazia, ma non alla nonviolenza. La prima forma di nonviolenza europea popolare si manifestò quando i tedeschi decisero di buttare giù “quel” Muro che li divideva a ritmo di musica, picconi e baci appassionati. La forza della verità aveva lentamente fatto il suo corso. Nonostante il totalitarismo. In quel contesto, Havel fu l’ispiratore della “rivoluzione di velluto” del 1989: il popolo cecoslovacco impose al governo la fine del totalitarismo con l’autorevolezza della sua mitezza e delle sofferenze già vissute.
La rivoluzione haveliana pose l’accento sull’ “Io” come forza disgregatrice del totalitarismo. Il drammaturgo ceco arrivava a paragonare la dissidenza del singolo “Io” a un’arma batteriologica «con la quale, in condizioni adeguate, un unico civile può sconfiggere un’intera divisione armata!». Come accadde anche nella “Rivoluzione della Dignità”, in piazza Majdan a Kyiv. Ora è l’Europa occidentale a vivere il dilemma della forza, paradossalmente provocata nella sua riflessione esistenziale da un altro Est, l’Ungheria di Orban: sostenere la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina fino all’avanzata dei “volenterosi” oppure desistere e accontentarsi di una pace ingiusta ed intermittente? I paradigmi di riferimento cambiano le prospettive nella risposta: se l’Europa è solo quella dei governi, non potrà fare altro che continuare a difendere i suoi confini da un’invasione militare; ma se l’Europa fosse anche quella dei popoli e delle società civili, la storia potrebbe essere diversa. Chi sarebbe pronto a sacrificarsi in modo nonviolento per la pace in Ucraina? Non è una domanda retorica, e non è da fare a Macron o a Zelensky, ma al nostro “Io”. Perché quando si tratta di cedere anche solo un millesimo della nostra personale sovranità, la prospettiva è ben diversa rispetto ad uno sconosciuto “Donbass”. Il nostro “Io” cambia la storia in un modo solo: quando pensa con il proprio “corpo” ed empatizza con il corpo dell’altro. Per essere un’arma batteriologica contro le guerre dei potenti l’“Io” non può limitarsi a pontificare o suggerire, deve coinvolgersi in un “Noi”.
Ascoltando Havel riletto da Carney torna così una domanda: perché in Europa milioni di persone condannano la guerra ma in pochissimi si attivano per fermarla? Molti considerano inutile formare ed unirsi in un Corpo civile di pace europeo, e in quanto “inutile” ritengono che non abbia neppure senso provarci. Ma è proprio nell’apparente inutilità che nasce la vera dissidenza secondo Havel, per il quale chi lotta contro gli imperi segue i passi di Sisifo: «Pur sapendo che le possibilità di raggiungere la cima della montagna sono quasi nulle, la spinge (la pietra) semplicemente perché non ha altra possibilità per essere in sintonia con se stesso e per dare, almeno in questo modo, un senso alla propria vita e scoprire così l’orizzonte della speranza». Se vogliamo la pace, non basta invocarla, dobbiamo formare un corpo civile di pace.
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