Fede e Chiesa sui social? Una questione di credibilità
La differenza tra “stare” e “comunicare”, i rischi di alimentare l’emotività, il caso atipico dell’attore Jonathan Roumie

Nel terzo di una serie di suoi contributi su Chiesa e comunicazione ospitati da “Religion Digital” Antonio Silva de Pablos pone il problema del ritardo con il quale a suo parere le istituzioni ecclesiali, perlomeno nel suo paese, fanno proprio il linguaggio dei social media. Originario di Siviglia, giornalista esperto nell’ambito della comunicazione di grandi eventi sin da quando, trentunenne, diresse l’ufficio stampa del Congresso eucaristico internazionale tenutosi nel 1993 nella sua città, Silva sintetizza la sua tesi nell’affermazione: «Stare sui social non significa necessariamente comunicare con i social». Egli mette in discussione prima di tutto l’estetica con la quale la Chiesa confeziona i propri account, troppo legata ai codici istituzionali tradizionali e troppo poco alle immagini e in genere al linguaggio audiovisivo. Poi approfondisce: non basta inviare messaggi, trasferire un comunicato stampa su Instagram o trasformare un'omelia in un video di trenta secondi; bisogna «parlare, ascoltare, rispondere, generare comunità e, soprattutto, ottenere credibilità». In questo Silva dice di guardare con interesse al concetto e all’esperienza dei “missionari digitali” e insiste sull’importanza di occuparsi della loro formazione. «Non perché la Chiesa abbia semplicemente bisogno di più influencer. Ma perché ha bisogno di comunicatori in grado di combinare conoscenza del mezzo, autenticità, formazione, ascolto e capacità di dialogo».
Da un’altra prospettiva si pone Samuel La Delfa, giovane presbitero siciliano di seri studi bilici e di forti esperienze ecclesiali, tra le quali un legame con Biagio Conte. In un post su “Vino Nuovo” – il blog collettivo che sta preparando per il 14-15 novembre, ad Assisi, una due-giorni di festa e dialoghi – si dice preoccupato che l’«uso smisurato dei social» trasformi «lo spazio della vita pubblica e privata in un evento privo di significato e contenuto». Per quanto riguarda la vita di fede, la sua critica si appunta su quella porzione dell’infosfera ecclesiale in cui si esaltano «simulacri e reliquie», alimento di «una certa emotività e un sentimentalismo in cui il Cristo non trova spazio» e la proposta cristiana rischia «di parlare più alla pancia che alla mente e al cuore delle persone». Tale fenomeno appartiene, a parere di La Delfa, a quella «spettacolarizzazione» che conduce «preti e comunità cristiane verso una fede fatta di “eventi religiosi” a tempo determinato», dove c’è un rischio: che la venerazione si trasformi «in una forma d’idolatria velata». I mezzi di comunicazione, conclude il presbitero, non sono da demonizzare. «Essi possono diventare uno strumento efficace per la trasmissione del Vangelo». Ma occorre esercitare il «pensiero critico» per «comprendere il confine sottile tra la ricerca di consensi personali (e l’autoesaltazione) e l’annuncio autentico della Parola».
Un confine difficile da individuare anche guardando a un caso atipico come quello dell’attore Jonathan Roumie, l’interprete di Gesù nella popolarissima serie televisiva “The Chosen”. Mentre stanno terminando le riprese della settima e necessariamente ultima stagione (vi si narrano i giorni della risurrezione di Gesù) e mentre sta per uscire la sesta, che ne racconta la passione e la morte in croce, l’attore, cattolico, ha diffuso tramite i suoi social due post di “addio” agli spettatori, datati 17 settembre e 7 ottobre. Entrambi insistono sulla valenza spirituale dell’esperienza da lui vissuta recitando la parte di Gesù; nel primo, più breve, le cui visualizzazioni ammontano (Instagram + Facebook) a 7,4 milioni e su cui Aleteia ha costruito un lungo articolo, si usano le parole legate alla “fine” che nel Nuovo Testamento sono pronunciate da Gesù e, virgolettando, da Paolo. Si conferma, a mio parere, una sovrapposizione tra attore e personaggio che negli anni lo stesso Roumie ha alimentato attraverso i propri affollati account sui social, forte di 6,3 milioni di follower complessivi (due terzi dei quali su Instagram), e alcune grandi agenzie: sulle testate di EWTN ritorna da un paio d’anni un post di genere agiografico, mentre l’app di preghiere Hallow lo ha ingaggiato da tempo come testimonial. Non c’è motivo di mettere in dubbio la buona fede di questo attore nel testimoniare in pubblico il Vangelo in cui crede, ma penso che non giovi alla credibilità sua e della Chiesa trasformarlo in un “santino”.
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