Come formare i missionari digitali evitando liti e sovraesposizioni
Mentre in altre Chiese locali si moltiplicano le iniziative di formazione dei missionari digitali, in quella statunitense si registrano due casi che interrogano le forme della testimonianza via web

José Manuel De Urquidi, messicano, 41 anni, ha creato una società di produzione di contenuti digitali professionali per le organizzazioni cattoliche. È riconosciuto a livello ecclesiale al punto da essere stato nominato, su indicazione dell’Assemblea sinodale continentale dell’America Latina, membro a pieno titolo del Sinodo 2021-2024. Pertanto è utile frequentare l’“Evangelization Lab” che ha aperto sul web da qualche mese: iscrivendosi, si può rimanere aggiornati su molto di quello che si muove nell’ambito della missione digitale, specie nelle Americhe. Dallo scorso lunedì, ogni settimana De Urquidi pubblica un post di aggiornamento su «cosa stanno facendo le Chiese locali in tutto il mondo per rispondere all’appello del Vaticano a partecipare alla missione di Cristo online», e la mole di iniziative che segnala nel primo articolo, riassuntivo del 2026, è impressionante. Ne sono protagoniste le conferenze episcopali di Venezuela, Colombia, Portogallo e Argentina, oltre a quelle riunite nella Federazione asiatica (FABC); le diocesi di Rio de Janeiro, Yaoundé, Filadelfia, Linz; alcune università pontificie e la Rete teologica e pastorale panafricana PACTPAN. De Urquidi vi vede le Chiese locali «riconoscere» i propri creator cattolici, «formarli», «accompagnarli», «inviarli» e «promuovere occasioni perché facciano comunità», dal momento che «hanno la stessa missione! La missione di Cristo! Solo che si trovano sulla nuova frontiera missionaria» dell’ambiente digitale.
L’esorcista in astinenza mediatica
Questo ambiente, tuttavia, porta in sé una sovraesposizione che può diventare problematica per la stessa testimonianza ecclesiale resa online. Penso a due notizie recenti. La prima è quella di un presbitero ed esorcista dell’arcidiocesi di Denver, Chad Ripperger, al quale il vescovo James R. Golka ha chiesto di astenersi per un anno da «discorsi pubblici e interviste» (ne riferisce, tra altri, “America Magazine”). Sessantaduenne, fondatore della semicontemplativa Societas Matris Dolorosissimae (i membri sono noti come “padri Doloran”), dichiaratamente tradizionalista (il sito personale è “Sensus Traditionis”), padre Ripperger è assai popolare sui media per le sue apparizioni in podcast di gran successo, oltre che per la sua presenza stabile sulla piattaforma “Sensus Fidelium TV” e sui relativi social. Sono soprattutto i temi legati al demoniaco quelli sui quali, in quanto esorcista, egli viene più spesso interpellato dai media, con affermazioni relative anche al rapporto tra il diavolo e i presunti alieni. Sebbene dall’arcidiocesi di Denver non siano trapelati i motivi dell’astinenza mediatica chiesta a padre Ripperger, è probabile che – come commenta Religion Digital bit.ly/48zuUIa – nei ripetuti e seguitissimi interventi pubblici sia venuta meno quella “prudenza” che invece è richiesta canonicamente agli esorcisti. Ma non solo a loro.
Un dibattito aspro tra pastori
La seconda notizia vede infatti a confronto, sui media digitali, il cardinale arcivescovo di Algeri, Jean-Paul Vesco, e il vescovo di Winona-Rochester, Robert Barron. Intervistato il 23 ottobre da “CathoBel”, sito belga francofono d’informazione cattolica, il cardinale franco-algerino ha detto che la Chiesa in Algeria è «la Chiesa di questo popolo. Non una Chiesa proselitista, non una Chiesa che esiste per convertire, ma una Chiesa che aspira a essere una delle componenti di questo popolo». È la posizione assunta dalla comunità algerina negli ultimi decenni e testimoniata fino al martirio. Con un lungo post sul suo account X (500mila follower) il vescovo statunitense, decontestualizzando le parole di Vesco, le ha criticate aspramente, concludendo: «Se davvero pensassi che la Chiesa non esiste per portare le persone a Cristo, allora darei le dimissioni». A sua volta il cardinale Vesco ha affidato al suo profilo Facebook (10mila follower) una breve replica. Non è questa rubrica il luogo per discutere il merito delle due posizioni, che da tempo si confrontano nella Chiesa. Ma osservo che nell’ambiente digitale persino le relazioni tra pastori assumono un andamento opposto a quello istituzionale: qui c’è un prelato seguitissimo, che dibatte con un confratello cardinale ma assai meno popolare sul web, forzandone le affermazioni per poi contestarle e quasi irriderle, e così farsi apprezzare da un milione di utenti. Riprendendo il commento alla notizia precedente, «la prudenza funziona male su Internet, l’algoritmo premia proprio il suo contrario».
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