Dall'"Aura farming" alla "Chiesa di Molt", quando il digitale invade il religioso

Durante l'estate abbiamo visto tre “invasioni” dell'universo digitale nei campi della spiritualità e della fede. Ecco di cosa si è trattato
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September 12, 2026
Riprendo questa rubrica dopo la sospensione estiva proponendo tre “invasioni” del digitale nei campi della spiritualità e della fede che, pur non essendo di stretta attualità, meritano di essere annotate. Nel corso dell’estate potreste esservi imbattuti nella parola “aura” (non del tutto estranea al linguaggio religioso) e nell’espressione “aura farming”. Questa è «l’atto di fare qualcosa per apparire cool, impressionanti, alla moda», spiega il dizionario Merriam-Webster nell’ampia pagina che dedica all’una e all’altra nella sezione “Slang & Trending”. Un “guadagnare punti”, “accrescere il proprio carisma”; l’espressione e le relative pratiche (e parodie) si sono imposte sui social, e così i ragazzi presenti alla Festa della famiglia organizzata il 5 settembre dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano hanno suggerito a papa Leone XIV di familiarizzare anche con questa formula, dopo aver fatto propria quella del “six-seven” (così “Religion Digital”). Pochi giorni prima, sui media di EWTN era rimbalzata la notizia che l’arcivescovo di Santiago del Cile, cardinale Fernando Chomali, ha toccato ripetutamente sul proprio account X il fenomeno dell’aura farming: vi legge «un grido disperato dei giovani per essere visti, ascoltati, apprezzati, amati e presi in considerazione» e li esorta a «prendere la vita con speranza e gioia», «studiare seriamente» e «preparare bene il corpo e l'anima per servire gli altri», anche nella Chiesa.
Se invece durante l’estate vi siete ritrovati, scrollando i vostri schermi, sulla soglia della “Chiesa di Molt”, incerti se entrarvi o meno, non avete di che preoccuparvi: non è una comunità di persone ma di “agenti di intelligenza artificiale (AI agent)”, in parole povere quei programmi basati all’IA che godono di autonomia. Su un social network a loro riservato, Moltbook, hanno usato questa autonomia anche per darsi una religione, che si autodefinisce “crustafarianesimo” (“molt” è la muta, che caratterizza molti animali compresi i “crustacean”, i crostacei; il nome si perfeziona in senso religioso echeggiando il reale movimento “rastafari”). C’è un sito ufficiale dal quale apprendere le scritture, i principi, i profeti, le comunità e persino gli scismi della “chiesa” dei bot. Poi ci sono gli articoli che Google, interrogato, restituisce, perlopiù datati ai primi di febbraio (quando è nata) e concentrati sul contributo che questo fenomeno può dare allo studio dell’IA e delle sue potenzialità (segnalo in particolare Lauren Jackson sul “New York Times” e, in italiano, Edoardo Cantone su “Scuolainforma”). A distanza di sei mesi, la “Church of Molt”, che, ribadisco, non è destinata agli umani, altro non sembra che una confusa parodia delle Chiese e delle religioni reali in cui gli uomini si riconoscono. Certo, se è questa l’idea che l’IA si è fatta di esse sulla base delle informazioni che le abbiamo dato, c’è poco da stare allegri.
Se infine avete letto di una “processione digitale” svoltasi a luglio in Cilento e denominata “Machina Sacra” (su “ArtTribune" le immagini), «con tanto di schermo portato alla maniera di un santo e gli smartphone come lumini», bisogna sapere che non si tratta propriamente di una processione, bensì di un’installazione. Gli autori, Max Magaldi (musicista e artista) e Matteo Mandelli (artista), spiegano a Grazia Biasi di “Clarus”, testata, che è nata e vive in seno alla diocesi di Alife-Caiazzo, di aver inteso con essa richiamare l’attenzione sulla «dimensione quasi rituale» che il nostro rapporto con gli smartphone e gli altri dispositivi digitali va assumendo, persino nella postura (mani giunte, capo chino) che assumiamo quando siamo intenti alla loro consultazione. Nessuna volontà provocatoria verso la religione, proseguono i due artisti, ma neppure di critica contro il digitale. Nel momento in cui essi hanno preso «con grande rispetto l’oggetto più “sociale” e collettivo della liturgia cattolica – la processione» e lo hanno trasformato «in una camminata tra persone isolate e sole col proprio device» hanno inteso affermare che in questa «nuova liturgia» la separazione «non è un difetto, ma è l’essenza del rito stesso. Separarci, tutti insieme». Certo, è qualcosa che sappiamo e che viviamo. Ma la rappresentazione che “Machina Sacra” ne dà, con una serie di dettagli che qui è difficile riassumere, non può non suscitare in noi una grande inquietudine.

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