"Sono sordo, mica scemo": una canzone come filosofia di vita
di Marco Voleri
Giacomo Bandinelli, detto "Lisca", fa il clown negli ospedali, è "non udente" e ha imparato ad ascoltare. La sua canzone preferita? Una sfida e una provocazione. Perché volere è anche potere
In ospedale il silenzio non è mai davvero silenzio. È fatto di respiri trattenuti, di passi cauti, di macchinari che lampeggiano senza chiedere attenzione, di attese che non fanno rumore ma pesano. È un silenzio denso, che occupa lo spazio. È lì che arriva Giacomo, detto Lisca. Arriva con il naso rosso ed una valigia leggera, consumata dagli angoli. Dentro non ci sono parole, né battute preparate ma occhi allenati, gesti minimi, tempo. Giacomo è sordo. E forse proprio per questo, quando entra in una stanza, sente più di molti altri. Non bussa mai davvero. Si ferma sulla soglia, resta un passo indietro, come se chiedesse permesso senza usare le mani. Osserva. L’aria, le posture, i volti, il modo in cui una madre stringe la borsa o un bambino tiene le ginocchia raccolte. In corsia la prima comunicazione è sempre non verbale, racconta. È un patto silenzioso. Se lo sguardo si incrocia e resta, quello è un invito. Se arriva un sorriso, anche piccolo o stanco, ecco un semaforo verde. Si può entrare. Se invece gli occhi scivolano via, Lisca lo sa: è tempo di fermarsi, rispettare, aspettare. Il suo lavoro comincia così, prima ancora di fare il clown. Comincia dal vedere davvero. C’è stato un momento, nel suo percorso, in cui ha capito che ciò che per molti è un limite poteva diventare una risorsa. Non sentire i rumori, il frastuono, le parole che si accavallano. Non essere invaso dal troppo. In certe stanze, dove un bambino è spaventato o un genitore è esausto, la parola può essere inutile, persino violenta. È lì che il silenzio smette di essere assenza e diventa cura. Giacomo ha imparato ad ascoltare con gli occhi, a leggere la paura in uno sguardo che sfugge, il dolore in una spalla curva, la stanchezza in un corpo che si chiude su sé stesso. Ha affinato una sensibilità visiva che trasforma un gesto minuscolo in linguaggio universale: un pollice alzato, un inchino esagerato, una caduta finta, una pausa tenuta un secondo in più. Segni semplici, comprensibili a tutti. Segni che scavalcano le barriere linguistiche, culturali, uditive. Che arrivano dove le parole spesso si fermano. La comunicazione più profonda – dice – nasce quando si rinuncia all’udito convenzionale. Quando si smette di sentire e si comincia davvero ad ascoltare. Con la presenza, con il cuore, con gli occhi. È un ascolto che non fa rumore ma cambia in un attimo tutta la stanza. E allora il clown non disturba, non invade ma improvvisamente vibra. Diventa ritmo. Quando gli ho chiesto quale fosse la sua nota in tasca Giacomo mi ha sorriso. Non conosce molte canzoni, ma ce ne sono due che lo hanno accompagnato nel momento decisivo, durante un workshop sui cosiddetti “fattori di disturbo”. È lì che è scattata la molla. Lì ha smesso di chiedersi se fosse capace di stare in relazione con gli altri. Una si chiama “Volere è potere”. L’altra ha un titolo che è già una dichiarazione di esistenza: “Sono sordo, mica scemo”. Sono canzoni di Brazzo, un rapper non udente come lui. Parlano di inclusione, di dignità, di resistenza quotidiana. “Sono sordo, mica scemo” è diventata una filosofia di vita. Uno schiaffo gentile, ma deciso, a chi giudica senza vedere. A chi riduce una persona alla sua disabilità prima ancora di incontrarla. Dentro quella frase, Giacomo ci sta tutto. Il clown. L’uomo. Il bambino che osserva in silenzio. E quel ritmo invisibile che, stanza dopo stanza, continua a far nascere sorrisi. Perché anche senza suono, la felicità trova sempre il modo di farsi sentire.
La rubrica “Una nota in tasca” ci porta a scoprire la musica del cuore di persone note della società italiana. Per ascoltare la voce di questa puntata: www.youtube.com/shorts/K1fbPFIIibU?si=qwwCgeCf8FVGOSWP
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