La farmacia dell’anima
di Marco Voleri
Emanuela Omodeo Salè (IEO e Monzino di Milano) ha una canzone che esprime il senso di uno stile, un impegno, una vocazione: "La Cura" di Battiato
C’è una farmacia che non ha vetrine né scaffali ordinati per principio attivo. Non ha bugiardini né orari di chiusura esposti sul vetro. È fatta di tempo donato, di ascolto, di silenzi che non fanno paura. È lì che lavora Emanuela, ogni giorno, tra i corridoi di un ospedale che cura il corpo, ma dove l’anima chiede spesso la sua parte. C’è stato un momento – racconta – in cui ha capito che curare non poteva essere solo conoscere le molecole. Che la terapia, da sola, non basta. Serve una visione più larga, più umana. Prendersi in carico una persona significa guardarla tutta intera: la malattia, certo, insieme a ciò che ogni diagnosi porta con sé. Significa cercare anche un farmaco invisibile, fatto di sensibilità ed empatia, capace di raggiungere le paure che arrivano prima delle parole e gli stati d’animo che cambiano di giorno in giorno, come il tempo. Ogni persona abita la malattia a modo proprio, e riconoscerlo diventa già una forma di cura. In questo spazio di attenzione e rispetto prende forma il rapporto tra chi cura e chi si affida, una fiducia silenziosa che cresce quando qualcuno si sente visto come persona. È lì che la cura smette di essere soltanto un gesto tecnico e diventa un incontro umano. È una combinazione fragile e insieme potente: la precisione del farmaco e la capacità di far sentire qualcuno accolto. Due dimensioni che camminano affiancate e che, quando riescono a incontrarsi, rendono la cura più solida. Senza questa alleanza silenziosa, la terapia rischia di restare incompleta, corretta sul piano scientifico ma distante da quello umano. Nei giorni trascorsi in ospedale – dice Emanuela – la cura passa ovunque. Passa nel farmaco scelto con attenzione e nella competenza che guida ogni decisione, ma anche negli sguardi che si incrociano allo sportello, nel modo in cui una terapia viene consegnata, spiegata, accompagnata.
Passa nel tempo che si decide di concedere, anche quando il tempo sembra sempre mancare. Da quando i farmacisti seguono più da vicino i pazienti oncologici, da quando le terapie non sono soltanto da preparare ma da raccontare e condividere, nasce qualcosa di diverso: un’energia sottile, fatta di fiducia e di ascolto reciproco. In questo spazio si impara a riconoscere i momenti giusti per parlare e quelli in cui è più importante tacere, lasciando che la presenza faccia il suo lavoro. Un farmaco invisibile quanto indispensabile: lasciare spazio alle parole dell’altro. In un’epoca in cui nessuno ascolta più nessuno, saper ascoltare diventa un gesto raro. C’è una fragilità che ha cambiato per sempre il suo modo di intendere la cura. Un ricordo lontano. Era ancora una specializzanda, all’Istituto dei Tumori. Un ascensore. Un bambino. Uno sguardo che non si dimentica. Quel bambino non la conosceva, eppure si fidava. In quel camice vedeva una promessa di protezione. Lì Emanuela ha compreso il peso enorme di quella fiducia e la responsabilità silenziosa che chi cura porta sulle spalle. Un ricordo che ancora oggi la commuove, perché le ricorda che non tutto si può misurare o dosare e che alcune cose passano solo da cuore a cuore. Forse la cura comincia proprio lì, in quei minuti in più che nessuno misura, quando una persona smette di essere un paziente e torna a sentirsi semplicemente qualcuno. E quando anche chi cura ha bisogno di essere curato, Emanuela tiene una nota in tasca. È La cura di Franco Battiato. Una canzone che avvolge e tranquillizza, che ricorda come, a volte, il primo farmaco sia semplicemente restare.
La rubrica “Una nota in tasca” ci porta a scoprire la musica del cuore di persone note della società italiana. Per ascoltare la voce di questa puntata: https://www.youtube.com/shorts/Yj1BuFuoFTQ
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