Paolo Casarin, il fischio che cerca la pace
di Marco Voleri
Per l'ex arbitro di calcio non è una canzone la sua musica dell'anima, ma il ritmo invisibile che tiene insieme il coro dello stadio e il silenzio del campo

Ci sono suoni che non nascono da uno strumento, eppure assomigliano a musica. Non hanno spartiti né direttori d’orchestra. Nascono, ad esempio, dal respiro di molte persone riunite in uno stadio colmo. In mezzo a quel suono collettivo c’è un fischio. Breve, netto, solitario. È quello dell’arbitro. E nella storia di Paolo Casarin quel fischio è la ricerca silenziosa di equilibrio, quasi una nota che prova a tenere insieme tutte le altre. Il calcio – racconta Casarin – nasce da un gesto semplice: un oggetto rotondo che rotola e qualcuno che lo rincorre. Un pallone, una palla improvvisata, persino un gomitolo. Basta questo per far cominciare il gioco. È un’invenzione di tutti: uomini, bambini, addirittura animali. Tutti sono attratti da quella forma che invita al movimento e alla sfida. Dentro questo gioco universale c’è una figura particolare: l’arbitro. Casarin aveva diciotto anni quando iniziò a studiare il regolamento per dirigere le prime partite giovanili. All’inizio gli sembrava tutto chiaro: le regole sono scritte, basta applicarle. Poi entrò in campo e capì che il calcio non è una formula matematica. Due giocatori si contendono il pallone, i corpi si sfiorano, le gambe si incrociano. A volte è solo gioco, altre diventa fallo. Capire la differenza è il lavoro più difficile. Perché il calcio è, da sempre, un gioco fisico.
Le prime scarpette dell’Ottocento inglese – spiega Casarin – erano pesanti, con il cuoio spesso e i tacchetti per non scivolare nel fango. Più tardi arrivarono i parastinchi per proteggere le gambe. Il gioco cresceva e con lui cresceva il bisogno di qualcuno che lo custodisse. All’inizio – racconta l’ex arbitro – si provò a lasciare le decisioni ai capitani delle squadre, ma non funzionò. Serviva qualcuno capace di guardare la partita senza appartenere a nessuno: così nacque l’arbitro. Per molto tempo si pensò che dovesse essere un comandante. “Qui comando io”: una mentalità rimasta a lungo nel calcio. Casarin ha imparato invece che il gioco non si governa con il potere, ma con lo sguardo e la capacità di leggere ciò che accade tra i giocatori. Poi ci sono momenti che restano impressi nella memoria: uno è il giorno in cui gli dissero che avrebbe arbitrato il derby tra Milan e Inter al Meazza.
Chiude gli occhi e rivede la scalinata dagli spogliatoi verso il campo e l’improvviso aprirsi dello stadio: settantamila persone, bandiere, colori, voci. «È stato come entrare dentro una balena viva», racconta. Lo stadio respirava, cantava. Il tifo era diventato come una grande sinfonia fatta di appartenenza ed emozione. Poi Il lancio della monetina tra Rivera e Mazzola. In mezzo a quei suoni c’era Paolo. Forse è proprio qui che si nasconde la sua nota in più: non una canzone, ma il ritmo invisibile che tiene insieme il coro dello stadio e il silenzio del campo. La capacità di stare dentro quei suoni senza diventarne protagonista, di ascoltare il gioco prima ancora di giudicarlo. A un certo punto della sua carriera Casarin iniziò a parlare ai calciatori con naturalezza, dando loro del tu. Un gesto piccolo ma pieno di rispetto, perché in campo oltre ad esserci ruoli ci sono persone. Così l’arbitraggio diventa qualcosa di più di un regolamento applicato: un equilibrio tra passione e regola, tra contatto e rispetto, come una nota discreta dentro una grande orchestra che, se mancasse, farebbe crollare tutta l’armonia.
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