Dare ai giovani il tempo di diventare sé stessi
di Marco Voleri
Il direttore del Conservatorio Verdi di Milano, Massimiliano Baggio, riflette su crescita, fallimenti strade par trovare la propria voce e vocazione
Da bambini impariamo presto a riconoscere una nota sbagliata. Molto più tardi, forse, impariamo a non considerare sbagliati noi stessi. È una distanza sottile, ma dentro quella distanza passano la paura di deludere, il bisogno di essere scelti, la fatica di sentirsi sempre un passo indietro. Succede nella musica e succede nella vita. Un voto, un’audizione, una porta che rimane chiusa possono diventare, senza che ce ne accorgiamo, il metro con cui giudichiamo tutto ciò che siamo. Con Massimiliano Baggio, pianista e direttore del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, ho ritrovato un pensiero che mi sta a cuore: educare un giovane non significa soltanto prepararlo a raggiungere un traguardo, ma aiutarlo a non perdersi mentre lo cerca. Nelle aule di un conservatorio (per me quelle di Milano, dove ho lasciato il cuore) si studia per ore un passaggio, si ripete un gesto, si cerca il suono giusto. E intanto, insieme alla musica, cresce una persona. Con le sue esitazioni, le attese, il desiderio di piacere a qualcuno. Troppo spesso chiediamo ai ragazzi di sapere già chi diventeranno. Li incoraggiamo a correre, a distinguersi, a trasformare ogni passione in una prestazione. Poi ci stupiamo se hanno paura di fermarsi. Eppure nessuno pretenderebbe di comprendere una partitura intera alla prima lettura. Alle persone, invece, chiediamo continuamente di essere già pronte. Baggio mi ha ricordato che «un risultato negativo non dice chi siamo. Dice semplicemente che, in quel momento e in quella circostanza, qualcosa non ha funzionato». Mi sembra un pensiero da custodire, soprattutto nei giorni in cui una sconfitta occupa tutto lo spazio e non lascia intravedere nient’altro. Non siamo il concorso che non abbiamo vinto, il lavoro che non abbiamo ottenuto, l’aspettativa che non siamo riusciti a soddisfare. Siamo anche il coraggio di riprovare, le strade cambiate, ciò che abbiamo imparato mentre pensavamo di aver perso tempo. Forse il compito più bello di chi insegna è riconoscere una possibilità anche quando chi ha davanti non riesce più a vederla. Non dare a tutti la stessa voce, ma creare le condizioni perché ciascuno trovi la propria. Baggio, nonostante gli impegni e le responsabilità della direzione, continua a ritrovare nel pianoforte un luogo familiare. Non un riparo dalla realtà, ma un modo per rimettere le cose nella giusta prospettiva. La musica non ci risparmia le difficoltà; qualche volta, però, ci restituisce il respiro necessario per attraversarle. Per la nostra nota in tasca ha scelto l’Intermezzo op. 118 n. 2 in la maggiore di Johannes Brahms. È una musica che sembra non voler dimostrare nulla. Si avvicina piano, lascia spazio al silenzio, trova intensità senza alzare la voce. Mentre l’ascolto penso a quanto sarebbe diverso il mondo se imparassimo a guardarci con la stessa delicatezza. Se smettessimo di chiedere ai nostri figli, ai nostri allievi e perfino a noi stessi di essere sempre pronti, sempre brillanti, sempre all’altezza. Forse crescere non significa diventare abbastanza per gli altri. Significa arrivare, un giorno, a guardarci senza sentire più il bisogno di dimostrare qualcosa. E scoprire che, anche con tutte le nostre imperfezioni, eravamo già molto.
La rubrica “Una nota in tasca” ci porta ogni due mercoledì a scoprire la musica del cuore di persone note della società italiana.
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