Cantare con le mani ascoltando le emozioni
di Marco Voleri
Alla prima della «Cavalleria rusticana»
al Mascagni Festival di Livorno, l’opera vive per la prima volta anche nella Lingua dei Segni

C’è una platea gremita alla prima di Cavalleria rusticana . In mezzo, qualcuno che non sente una nota, ma non perde niente dello spettacolo. Segue il movimento delle mani. Sono quelle di Lucrezia e Andrea che, per una sera, diventano voci, orchestra, respiro della storia, dei personaggi e delle emozioni. Accade al Mascagni Festival di Livorno, dove Cavalleria rusticana viene realizzata per la prima volta nella storia anche in Lingua dei Segni Italiana, grazie al sostegno del Comitato Strabilianti e dell’Ente Nazionale Sordi. E badate bene: non è una traduzione stile telegiornale. È un modo diverso di attraversare l’opera, di far vivere i sentimenti del capolavoro mascagnano alle persone sorde presenti in platea. Il momento in cui tutto esplode arriva nel secondo duetto. È lì che Lucrezia comincia – come racconta – a impersonare davvero: non è più sé stessa a muoversi, è Santuzza che vive attraverso di lei. Le voci dei cantanti la trascinano dentro la storia e lei si lascia portare, quasi senza accorgersene, fino a dimenticare dove finisce l’interprete e dove comincia il personaggio. Restituire un’opera in Lingua dei Segni Italiana non significa soltanto tradurre parole, ma ricodificare un’emozione con altri strumenti. Il ritmo del canto diventa ritmo del corpo. Una nota sospesa diventa una mano che resta ferma un istante di più. Il silenzio si vede in una postura immobile, in uno sguardo che non cede. Lucrezia lo racconta con semplicità: se sei davvero dentro la musica, dentro la storia, allora riesci ad arrivare a chi ti guarda. Con Cavalleria rusticana qualcosa si è rotto e ricomposto dentro di lei. Le emozioni dovevano uscire dalle mani, attraversare il volto, diventare movimento. La gelosia di Santuzza doveva bruciare nei polsi, nelle dita, nel volto, nell’anima che muoveva ogni muscolo. Il tradimento doveva diventare uno strappo da ridisegnare nell’aria. E la morte di Turiddu? Un vuoto da raccontare fermando il respiro, appesantendo le mani, lasciando che tutto passasse attraverso uno sguardo che non aveva più bisogno di parole. «È stata un’esperienza destabilizzante – ammette Lucrezia –. Di solito la musica entra dalle tue orecchie e ti avvolge»; in quel caso, invece, è stata lei a doverla restituire, a trasformarla in qualcosa che potesse essere visto. Per mostrare la gelosia ha dovuto scavare nella propria, con dolore. Per raccontare un perdono mancato, invece, ha dovuto fare i conti con i propri silenzi. Cavalleria le ha insegnato che le emozioni non sono soltanto qualcosa che ci accade: sono anche gesti, posture, azioni del corpo, persino quando crediamo di trattenerle e pensiamo che nessuno le stia guardando. Quando le luci si sono spente, in scena è rimasta un’immagine semplice: mani che hanno imparato a emozionare e “cantare senza voce” e un pubblico che ha potuto vedere la musica prima ancora di sentirla. Una esperienza unica anche per chi ha potuto ascoltarla, l’opera. La nota in tasca di Lucrezia risiede nella canzone Si dice così . Racconta l’inclusione di una bambina sorda in una classe dove la maggior parte dei compagni è udente, e dice una cosa semplice ma essenziale: avvicinarsi all’altro è possibile. Servono volontà, attenzione, curiosità e il desiderio di incontrarsi davvero. Perché a volte basta poco, se lo si desidera davvero.
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