Valentina Venegoni e le storie che hanno bisogno di altre mani
di Marco Voleri
L’autrice ci racconta l’incontro fra sceneggiatura e illustrazione, l’onestà richiesta dai giovani lettori e il valore dell’immaginazione nell’era digitale
Ci sono storie che nascono da una parola. Altre da un’immagine che non vuole andarsene. Prima di diventare un fumetto, però, devono attraversare una terra di mezzo: quella in cui qualcuno immagina e qualcun altro disegna. È uno spazio delicato, dove bisogna imparare una delle cose più difficili della vita: fidarsi. Valentina Venegoni, scrittrice e sceneggiatrice, abita da tempo questo territorio sospeso tra parole e immagini. Ha lavorato anche per Disney, dando nuova vita a storie che hanno accompagnato intere generazioni, ma quello che mi interessa del suo mestiere non è tanto ciò che racconta, quanto il modo in cui una storia riesce a diventare qualcosa di più grande di chi l'ha immaginata. Perché forse ogni forma d'arte, prima ancora di essere una prova di creatività, è un esercizio di fiducia. Le chiedo come si faccia a consegnare la propria immaginazione alle mani di un altro artista. Mi risponde con un’immagine bellissima: il vetro di Murano. All’inizio – dice - una storia è «un bolo incandescente», ancora senza forma. Poi arrivano gli strumenti del mestiere, i personaggi cominciano a parlare e le parole diventano sceneggiatura. A quel punto entrano in gioco gli occhi e le mani di chi disegna. Non è tanto una rinuncia al controllo, quanto un gesto di fiducia. La storia può diventare più grande di chi l’ha inventata. Questa prospettiva mi colpisce, perché siamo abituati a considerare la creatività come una questione di talento individuale. E invece, a volte, le cose migliori nascono quando accettiamo che qualcuno aggiunga qualcosa di suo. Anche nelle relazioni umane funziona così: amare non significa pretendere che l’altro riproduca esattamente il nostro disegno. Valentina scrive molto per bambini e ragazzi. Un pubblico che, forse più degli adulti, sa riconoscere le bugie. «Scrivere per ragazzi significa prima di tutto essere onesti», racconta. Non servono mondi addolciti, ma storie capaci di mostrare anche le paure, le contraddizioni, i draghi. Perché il coraggio non consiste nel far sparire ciò che ci spaventa, ma nello scoprire che possiamo attraversarlo. E i ragazzi non hanno paura di credere nell’impossibile. Chissà quando, crescendo, abbiamo cominciato a chiamarla ingenuità. C’è poi il tempo. Quello che perdiamo a scorrere immagini sul telefono, saltando da una vita all’altra senza fermarci davvero in nessuna. Per Valentina leggere un fumetto, soffermarsi su una tavola, scegliere quando voltare pagina è quasi un atto di ribellione e insieme un gesto di cura. Le piace pensare che tra una vignetta e l’altra ci sia un piccolo silenzio: il posto lasciato libero per l’immaginazione. Nessun algoritmo può decidere quanto dobbiamo restarci. La sua nota in tasca? Sceglie “Ci sono anch’io”, degli 883 con Max Pezzali, dalla colonna sonora de “Il pianeta del tesoro”. Una canzone su chi trova il coraggio di partire per una strada che gli altri non avevano previsto, magari verso uno spazio profondo che fa paura e chiama allo stesso tempo. Ogni storia, in fondo, comincia così: qualcuno prende sul serio un desiderio, anche quando non sa ancora che forma avrà. E poi trova altre mani, altri occhi, altre voci per farlo vivere. Forse crescere è proprio questo: smettere di chiedere il permesso di immaginare. E riuscire, finalmente, a dire: ci sono anch’io.
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