Con la tecnologia nelle mani di poteri provati, chi comanda davvero la guerra?

In una fase in cui l'energia, i satelliti, il cloud e l'Intelligenza artificiale incidono sulle decisioni strategiche, la grande questione è come garantire la responsabilità democratica sulle funzioni essenziali
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October 21, 2026
Con la tecnologia nelle mani di poteri provati, chi comanda davvero la guerra?
/ ANSA
La guerra è pubblica. Il potere di farla è privato? Gli eserciti sono dello Stato. Almeno, questo è il principio. Dalle dittature alle autocrazie, fino alle democrazie, la forza armata organizzata è stata una prerogativa del potere pubblico. Esistono guerriglie, organizzazioni terroristiche, milizie e truppe mercenarie, ma il principio resta: lo Stato rivendica il monopolio legittimo della forza.
Oggi, però, qualcosa è profondamente cambiato. E la politica sembra non essersene accorta. Lasciamo per un momento da parte il riarmo, il disarmo e i bilanci della difesa, questioni di massima rilevanza. C’è una domanda che viene prima di tutte le altre: chi controlla davvero il potere di fare la guerra?
Tra lo Stato e il suo esercito si è inserito un nuovo potere. Anzi, due poteri strettamente intrecciati: quello energetico e quello tecnologico-digitale, con l’intelligenza artificiale al centro. La guerra è cambiata: è ibrida, camaleontica, diffusiva, pervasiva, cognitiva, totale. Si combatte con missili e soldati, ma sempre più anche con droni, satelliti, algoritmi, reti digitali e infrastrutture energetiche. Gli eserciti sono sempre più robotizzati e digitalizzati. Le macchine assumono compiti prima affidati agli esseri umani. L’intelligenza artificiale accelera l’analisi delle informazioni, l’individuazione degli obiettivi e le decisioni militari.
Non basta più possedere le armi: bisogna controllare ciò che permette loro di funzionare. Gli esempi sono semplici. Se viene meno l’energia, molte capacità militari si spengono. Se si interrompono le comunicazioni satellitari, un esercito può perdere collegamenti decisivi. L’esperienza ucraina ha mostrato quanto la dipendenza da infrastrutture commerciali come Starlink possa incidere sulle comunicazioni e sulle operazioni al fronte. Una parte crescente del potere energetico e tecnologico necessario alla guerra è nelle mani di imprese private, che gestiscono satelliti, software, servizi cloud e sistemi di intelligenza artificiale indispensabili anche agli apparati militari.
Non è un sospetto generico. Il rapporto When Algorithms Go to War, pubblicato nel giugno 2026 da PAX e Privacy International, documenta la crescente convergenza tra grandi imprese tecnologiche e industria degli armamenti. Si sta formando un nuovo complesso tecnologico-militare, con rischi di concentrazione del potere, automazione delle decisioni e indebolimento del controllo umano.
Attenzione: non è un processo ai proprietari di queste imprese, alle loro idee politiche o alle loro intenzioni. Non è questo il punto. È una questione di potere. E una questione a cui Papa Leone ci richiama nella Magnifica Humanitas. Proviamo a dirlo con un paradosso. Se il potere energetico-tecnologico fosse nelle mani dell’associazione mondiale dei Premi Nobel per la pace, affiancata dai più grandi benefattori dell’umanità, il problema rimarrebbe identico. Non perché dovremmo sospettare della loro bontà, ma perché anche le persone migliori, se potessero condizionare la difesa degli Stati senza un adeguato controllo democratico, eserciterebbero un potere improprio. La bontà non è una garanzia istituzionale. Le buone intenzioni non sostituiscono le regole.
Il problema non è che tipo di persone possiedano questo potere, ma che possano esercitarlo e condizionare gli Stati. Ecco il paradosso del nostro tempo: gli eserciti sono pubblici, ma una parte crescente delle condizioni necessarie per farli combattere è privata. La politica discute di quanti miliardi investire nella difesa, se organizzarla su scala nazionale o europea, quali armi acquistare e quanti soldati arruolare. Tutto importante. Ma chi discute del potere che sta dietro le armi e prima delle armi? Chi può interrompere le infrastrutture da cui dipende un esercito? E chi risponde davanti ai cittadini?
Contratti e collaborazioni non bastano. Nel momento decisivo, lo Stato conserva davvero la capacità di decidere e agire, oppure deve negoziare la propria autonomia con chi controlla infrastrutture indispensabili? Non si tratta di nazionalizzare ogni impresa tecnologica, né di affidare allo Stato la produzione di ogni software. Si tratta di stabilire un principio democratico non negoziabile: le funzioni essenziali della difesa, le condizioni del loro esercizio e le garanzie della loro continuità devono restare sotto un effettivo controllo pubblico. Le imprese possono produrre, innovare, collaborare. Ma non possono diventare sovrane. Vale anche per l’Europa, che parla di autonomia strategica mentre dipende da tecnologie e infrastrutture che possono limitarne la capacità di scelta. Non c’è sovranità militare senza autonomia nelle infrastrutture essenziali.
Chi ha il diritto di usare la forza armata? Lo Stato, secondo le regole costituzionali e democratiche. Ma se la difesa è un bene comune, tutto ciò che concorre in modo essenziale a esercitarla non può essere sottratto a un effettivo controllo pubblico.
Altrimenti rischiamo di conservare la sovranità sulla carta e di perderla nella realtà: eserciti formalmente agli ordini dei governi, ma materialmente dipendenti da decisioni che quei governi non possono assumere da soli.
Ecco, dunque, la domanda alla politica: volete continuare a discutere di chi comanda gli eserciti senza chiedervi chi controlla ciò che permette loro di combattere? Perché, se la difesa è un bene comune, la sua sovranità non può essere una concessione privata.
 

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