Quando le parole «fanno cose». Ecco una lezione dal caso Trump
Dalle osservazioni di due lettori sulle uscite del presidente americano, una riflessione sul potere del linguaggio e sulla fragilità degli assetti che reggono la convivenza democratica
Caro Avvenire, mi ha fatto sorridere al G7 di Évian il gesto del cancelliere Merz, il quale ha regalato una maglia della nazionale tedesca personalizzata con il nome e il numero 47 al 47° presidente americano. Nella smorfia napoletana, il 47 è "o muorto”. Lunga vita al re!
Don Serafino Romeo - Prato
Don Serafino Romeo - Prato
Caro Avvenire, le parole di Trump su Meloni fanno parte del #valetutto sdoganato dal berlusconismo degli ultimi trent’anni. Quel confine sottile tra cosa dire e cosa tacere. I risultati che ora indignano i più sono frutto di decenni in cui non si sono fatti prigionieri. Solo che finché sei martello non te ne accorgi, ma quando diventi incudine dovresti farti qualche domanda su cosa è stato creato. Ma probabilmente per capire certi guasti bisogna essere incudine.
Daniele Mosconi - Fondi (LT)
Daniele Mosconi - Fondi (LT)
Cari Lettori, abbiamo ormai imparato che Donald Trump “non si tiene”. Dovrebbero averlo capito anche i leader che lo frequentano più di noi semplici spettatori della politica internazionale. Non serve provare a blandirlo e adularlo con cene nella reggia di Versailles, nello stile del presidente francese Macron, o con simpatici doni (all’ufficio del protocollo di Berlino e pure alla Casa Bianca probabilmente non conoscono la smorfia napoletana), come ha fatto il cancelliere tedesco Merz. Il presidente americano periodicamente dà libero sfogo ai suoi giudizi poco lusinghieri su tutti i suoi colleghi. L’altro giorno abbiamo anche capito in modo esplicito qual è il motivo. Trump si considera il più grande statista di tutti i tempi, l’uomo che può influenzare il corso degli eventi come nessun altro prima di lui (e per un certo tempo anche dopo); pertanto, non può che considerare inadeguati tutti coloro che stanno parecchi gradini più in basso di lui nel giudizio della Storia (giudizio che coincide, ovviamente, con il suo).
Non si tratta soltanto di un problema di continenza verbale o di galateo istituzionale, né di simpatie o antipatie personali. Ci sono sempre state anche queste dimensioni nelle relazioni fra Stati. Ha ragione, caro Mosconi, nel sottolineare che ad avvelenare i pozzi per colpire gli avversari si finisce con il non avere più acqua potabile nemmeno per sé e per gli amici. Ma, secondo me, qui siamo davanti a una questione più profonda e importante. Il linguaggio, parlato e scritto, ha una capacità performativa – cioè quella di “fare cose con le parole”, secondo il titolo di un classico filosofico di J. L. Austin – che tendiamo spesso a sottovalutare. Quando il sacerdote o il sindaco pronunciano le formule previste per le nozze, i due protagonisti del rito diventano marito e moglie; quando una banconota è emessa secondo le procedure della Banca centrale, anche attraverso i segni ufficiali come la firma del Governatore, da mera carta stampata si tramuta in moneta accettata. Un filone di studio chiamato ontologia sociale ha messo in evidenza questi fenomeni. Ciò che la realtà ci sta mettendo oggi sotto gli occhi è qualcosa che la teoria, a sua volta, ha in parte trascurato: come le parole possano non semplicemente modificare le istituzioni, bensì smontarle all’improvviso.
La fragilità delle strutture sociali costruite sugli atti performativi è mascherata dal fatto che di solito servono molte decisioni individuali per sovvertire l’ordine più o meno stabile che si è costituito. Ma se un decisore possiede un potere asimmetrico, allora le cose cambiano. Se un’autorità religiosa suprema mettesse improvvisamente in dubbio la validità di una vasta classe di matrimoni, si creerebbero sconcerto e incertezza. L’unione è sciolta? Ci si dovrebbe risposare? E se un presidente della Banca centrale europea lasciasse intendere che gli euro non saranno più garantiti? Non è difficile immaginare il panico e il caos che ne deriverebbero. Esempi assurdi, si dirà. Eppure, quello a cui stiamo assistendo nel cuore della democrazia americana non è così diverso. Il presidente, con un annuncio o con un ordine esecutivo, ha potuto avviare l’uscita da organizzazioni e accordi internazionali. A favore di telecamera, ha ribaltato alleanze consolidate con battute al veleno o accuse infondate. Ha affermato, contro l’esito certificato del voto, che le elezioni non erano valide e che il diritto internazionale di fatto non lo vincola più. In alcuni casi, senza la collaborazione di più attori, non bastano le parole: Joe Biden è entrato in carica. In altri casi, succede proprio come viene detto.
Appare sempre più chiaro come le basi delle nostre strutture sociali siano esposte alle parole delle figure dotate di maggiore potere. Un potere, peraltro, consegnato nelle loro mani dalle libere scelte elettorali dei cittadini. In questo senso, caro don Romeo e caro Mosconi, risultano davvero preoccupanti le esternazioni senza rete di Donald Trump - non solo le sue, nella nostra epoca di smottamenti, e per una volta non darei la colpa a Berlusconi, benché il tycoon abbia tratto qualche ispirazione iniziale dal Cavaliere. Dobbiamo tornare a “pesare le parole” perché non diventino una leva distruttiva nelle mani di chi ha la possibilità di trasformarle in fatti.
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