L’odioso delitto di Reggio Emilia, l’allarme, e il dovere di stare ai fatti

Ogni omicidio è di troppo. Ma abbiamo il dovere di fare un esame di realtà e contare fino a dieci prima di gridare al lupo, per costruire una convivenza più serena e meno avvelenata
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July 3, 2026
L’odioso delitto di Reggio Emilia, l’allarme, e il dovere di stare ai fatti
Caro Avvenire, non ci rendiamo conto che stiamo toccando il fondo come società per la sicurezza pubblica e il pericolo che si manifesta ogni giorno. Sono rimasto scioccato dalla notizia del pizzaiolo di Reggio Emilia ucciso a coltellate. È stato brutalmente aggredito perché aveva detto no all’ennesima richiesta di un asporto a credito. Bisogna interrogarsi veramente di fronte al fatto che le nostre città non sono più sicure, in particolare sono minacciate le persone per bene che ogni giorno nel silenzio lottano per una vita dignitosa.
Massimo Aurioso
Piombino (LI)
Caro Avvenire, di seguito articolo fonte Ansa: «La polizia ha arrestato nella notte l’uomo che si ritiene essere l’omicida del pizzaiolo Raffaele Stipa, accoltellato a morte nel suo locale di Reggio Emilia ieri sera. Dalle prime ricostruzioni, l’uomo, uno straniero, pare cliente abituale del locale, sarebbe entrato chiedendo una pizza gratis». O sbaglia l’Ansa o sbagliate voi a insistere nei vostri articoli che l’assassino sia italiano.
Germano (via email)
Cari lettori, il tragico episodio di Reggio Emilia impressiona e addolora per l’uccisione di un uomo impegnato nel proprio lavoro e ancor più fa indignare per la futilità delle presunte motivazioni alla base dell’aggressione. La vicenda si è tuttavia caricata anche di una valenza politica per le prime approssimative ricostruzioni, che hanno attribuito la responsabilità del delitto a un cittadino straniero. La pur abbastanza tempestiva smentita di tale circostanza, con l’identificazione del presunto assassino come persona di nazionalità italiana, non ha impedito ad alcuni esponenti della Lega di invocare frettolosamente la “remigrazione” di chi delinque e di rinfocolare la campagna di allarmismo sulla sicurezza, salvo poi fare marcia indietro al mutare del quadro. Premettendo che la morte violenta di Raffaele Stipa rappresenta una perdita per tutta la sua comunità e un dolore immenso per i suoi familiari e amici, bisognerebbe provare a proporre una diversa narrazione dei temi di ordine pubblico, per distinguere casi diversi e non avallare un clima diffuso di pericolo e sospetto generalizzato. Le nostre strade sono alla mercé del crimine? C’è, ovviamente, una sensazione soggettiva, ma non si possono ignorare i dati reali. Se prendiamo le cifre dell’Istat, tra il 1891 e il 1895, per fare un paragone con i “bei tempi andati”, si registravano in Italia quasi 2.000 omicidi l’anno; tra il 2020 e il 2024 sono stati poco più di 300 ogni dodici mesi. In rapporto alla popolazione, si è passati da 5,9 omicidi ogni 100mila abitanti a meno di 0,6. Se prendiamo come riferimento l’ultimo decennio, anche i furti denunciati dal 2014 sono calati del 33%. Esiste un ben noto effetto psicologico per il quale, in un ambiente violento, l’ennesimo delitto risulta non sorprendente, mentre in una società fortunatamente tranquilla un grave fatto di sangue fa enorme scalpore. In alcune metropoli ma anche in alcuni piccoli centri (il caso di Caivano è diventato noto per i massicci interventi di prevenzione messi in atto) esistono, certo, zone degradate dove si concentrano spaccio di droga, vandalismi, molestie e furti con destrezza. Ma anche la percezione dichiarata dagli abitanti, se si guardano gli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile elaborati dall’Istat, non è così disastrosa come viene raccontata in alcuni talk show o da commentatori sopra le righe e figure pubbliche in cerca di voti. Soprattutto, bisognerebbe precisare correttamente dove la presenza dello Stato può incidere positivamente e dove invece saremo sempre esposti a qualche rischio. Non possiamo mettere un poliziotto in ogni ristorante, mentre presidiare meglio stazioni o aree abbandonate è un obiettivo da perseguire. Non si può evitare che un individuo in stato di alterazione o un estremista lanci all’improvviso la propria auto contro i passanti; è invece praticabile pattugliare maggiormente zone residenziali isolate su cui si concentrano i rapinatori.
In ogni caso, la dinamica che va scongiurata è quella del continuo rincorrersi tra schieramenti sulla presunta emergenza. In genere, il centrodestra denuncia situazioni fuori controllo, invoca (e introduce ora che è al governo nazionale) misure ad hoc e sanzioni più severe. Il centrosinistra, che guida alcune delle città sotto i riflettori per i reati al centro delle cronache, teme di non apparire abbastanza sensibile ai temi della sicurezza e li rilancia seppure con toni spesso meno urlati. Questo meccanismo satura lo spazio mediatico con una rappresentazione deformata. E finisce, inoltre, con l’alimentare l’equazione stranieri-reati. Di nuovo, che gli immigrati siano sovrarappresentati tra le persone denunciate e carcerate è vero. Ma molto dipende dal fatto che tra gli stranieri ci sono proporzionalmente più giovani maschi, cioè il gruppo demografico che in quasi tutte le società commette il maggior numero di reati. Se si confrontano giovani maschi italiani e giovani maschi di origine straniera, la distanza si restringe. Insomma, caro Aurioso e caro signor Germano, ogni omicidio è di troppo. Ma abbiamo il dovere di fare un esame di realtà e contare fino a dieci prima di gridare al lupo, per costruire una convivenza più serena e meno avvelenata.

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