«Basta fuochi nelle feste patronali». Un tema che ci insegna qualcosa

Un lettore chiede di rinunciare ai fuochi d'artificio al termine delle processioni. Ma il problema non riguarda solo le ricorrenze religiose, ma la sicurezza, la tutela dell'ambiente e la responsabilità di ciascuno
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July 10, 2026
Caro Avvenire , sento nei telegiornali la notizia della morte di due persone per lo scoppio di una casamatta ove si preparano fuochi d’artificio e il tragico fatto mi riporta alla personale convinzione che i parroci (di tutta Italia) dovrebbero fare sì che le processioni per le feste patronali non abbiano alla fine esplosioni di fuochi (a che scopo?). Un parroco dovrebbe essere severo: processione sì, ma niente spari alla fine.
Eduardo Vaccaro
Avezzano (AQ)
Caro Vaccaro, la sua lettera è sensata, sebbene un po’ severa e leggermente moralistica. Mi faccia spiegare. Mercoledì mattina, a Sant’Anatolia di Borgorose, in provincia di Rieti al confine con l’Abruzzo, una violenta esplosione in una ditta che confeziona fuochi d’artificio ha provocato la morte di due persone che vi lavoravano, madre e figlio di 60 e 30 anni. Le due vittime erano parenti delle tre persone decedute in un precedente incidente, il 28 luglio 2023, sempre nella stessa azienda, mentre stavano trattando materiali pirotecnici. Secondo l’inchiesta svolta allora, si trattava di procedure fuori dalle regole: i due titolari avevano patteggiato una condanna a quattro anni e l’impresa era stata messa sotto sequestro. Successivamente, è stata di nuovo autorizzata alla produzione.
Quanto alla pericolosità dei “botti”, sappiamo che in Italia, soprattutto a Capodanno, essi sono la causa (insieme a colpi di pistola) di centinaia di feriti e, per fortuna raramente, di morti (almeno uno nel 2026 e uno nel 2024). Nella filiera produttiva il numero di incidenti è più basso, ma la letalità risulta molto alta. Un documento Inail sul settore indicava che nel quinquennio 2012-2016 erano pervenute 65 denunce di infortunio, con 20 esiti fatali, in un comparto molto piccolo. Si ricordano tragicamente l’esplosione di Modugno (Bari), che nel 2015 causò 10 vittime, e quella di Città Sant’Angelo (Pescara), che nel 2013 provocò 5 morti. Secondo l’Inail, molti incidenti sono legati alla detonazione di polveri sfuse trattate in ambienti confinati, il che rende questo tipo di industria una delle attività a più alto rischio nel settore manifatturiero. In base alla sua logica, caro Vaccaro, più che addossare la responsabilità agli incolpevoli parroci dovremmo vietare a livello statale la produzione di fuochi d’artificio, magari permettendo, con una certa dose di cinismo, l’importazione legale da altri Paesi per soddisfare il desiderio di chi vuole festeggiare con spettacoli di luce nel cielo.
In realtà, il punto è più complesso. Le tragedie sembrano per la maggior parte dovute al mancato rispetto delle norme di sicurezza sia quando si confezionano sia quando si utilizzano materiali esplodenti, il cui fascino resta innegabile. Lo si è visto alle recenti celebrazioni a Washington per i 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza: sono stati sparati 850mila fuochi, uno spettacolo senza precedenti della durata di 40 minuti, concepito per stabilire il nuovo primato mondiale, da inserire nel Guinness come il più grande spettacolo pirotecnico mai realizzato. Il tutto si è svolto, secondo le principali cronache, senza che siano state segnalate gravi conseguenze immediate per le persone.
Non vanno tuttavia dimenticati l’inquinamento ambientale e il tema dello choc che possono indurre negli animali. I fuochi d’artificio rilasciano nell’aria e sul suolo una grande quantità di sostanze tossiche. La componente acustica inoltre ha un impatto significativo su animali domestici e fauna selvatica, scatenando panico, stress e istinto di fuga che mette in pericolo cani, gatti e uccelli. Recentemente, ordinanze comunali vietano perciò i botti tradizionali a favore dei “fuochi d’artificio silenziosi”, che mantengono gli effetti visivi riducendo al minimo l’elemento sonoro.
Tutto questo potrebbe, caro Vaccaro, spingere i sacerdoti a raccomandare prudenza prima di tutto e anche considerazione delle conseguenze meno visibili degli intrattenimenti pirotecnici. Più che minacciare lo stop alle processioni e alle feste patronali, va forse stimolata una consapevolezza delle responsabilità che si ramificano a partire da alcune nostre scelte. Queste ultime possono apparire innocenti o non dannose a uno sguardo superficiale, ma poi si rivelano foriere di effetti profondi e potenzialmente pericolosi. Si tratta di promuovere quello sguardo cristiano che è alla base della dottrina sociale della Chiesa, che papa Leone XIV ha recentemente richiamato e sviluppato, su un altro terreno decisivo, quello dell’IA, nella sua enciclica Magnifica humanitas. Fuochi più sicuri, quindi, a partire dal loro confezionamento, sapendo che nulla nel nostro mondo imperfetto è privo di qualche rischio.
P.S. Anche “Scriviamoci tutto”, come altre rubriche di “Avvenire”, osserva da oggi una pausa estiva. Non tutti possono andare in vacanza: con un pensiero speciale a questi lettori, arrivederci a settembre.

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